storiaLA DEA PROTETTRICE DEGLI ARCIERIAndrea Cionci

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LA DEA PROTETTRICE DEGLI ARCIERI
di Andrea Cionci

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Era la dea protettrice del tiro con l’arco, dei boschi e delle foreste, signora delle fiere nonché patrona delle fonti e dei fiumi. Le donne si rivolgevano a lei, perché il suo intervento alleviasse i dolori del parto. Parliamo di Artemide, la dea greca della caccia il cui nome, di significato oscuro, appare già dal XIII sec. a.C. in documenti micenei. Secondo alcuni filologi, fu associata alla dea Diana della tradizione latina e italica solo in un secondo momento. Addirittura, in età imperiale, quando al culto greco-romano si affiancarono anche le religioni orientali, Diana venne associata anche a divinità femminili provenienti da queste tradizioni. Se tuttavia, nella greca Artemide prevaleva il carattere di protettrice dei boschi e degli animali, nella Diana latina il suo carattere di protettrice delle partorienti divenne molto più accentuato.
Secondo il mito, viene rappresentata come una bella giovane, dal carattere piuttosto ombroso e irritabile. In molte rappresentazioni pittoriche e in letteratura, Diana cacciatrice – la cui grazia femminile del corpo contrasta decisamente con l’aspetto fiero e quasi virile del viso – viene spesso raffigurata con arco e frecce. Di figura atletica e longilinea, ha i capelli raccolti dietro il capo e indossa vesti semplici quasi a sottolineare una natura dinamica, se non addirittura androgina.
Non amava il chiasso delle feste e dei banchetti e si aggirava solitaria per le selve. Figlia di Giove e Latona, era sorella gemella di Apollo. Secondo il mito aveva consacrato la sua verginità ad Amore e per quello si dimostrava disponibile e protettiva verso chiunque avesse voluto mantenersi casto, come ad esempio il mitico personaggio di Ippolito che rifiutò l’amore suscitando per questo l’ira di Afrodite.
Tuttavia, chi cedeva alle lusinghe della carne, veniva presto abbandonato dalla dea. Secondo quanto narra la leggenda di Agrio e Orio, la dea Afrodite ordinò alla vergine Polifonte di innamorarsi, ma ella, per salvarsi, chiese aiuto alla dea Artemide. La dea la protesse, facendola diventare una cacciatrice. Ma Afrodite si vendicò di Artemide: fece innamorare la fanciulla di un orso, con il quale ella si unì partorendo due gemelli, dalle sembianze per metà umana e per metà animale. La dea Artemide rimase disgustata del fatto che la ragazza avesse perso la verginità e la abbandonò a se stessa.
A maggior ragione, molto duramente erano puniti coloro che attentassero all’innocenza della stessa dea Diana: il cacciatore Atteone la vide nuda mentre faceva il bagno e Artemide, incollerita, lo trasformò in cervo facendolo dilaniare dai cani della sua stessa muta. Non andò meglio al gigantesco Orione – anch’egli cacciatore – che pagò con la vita, ucciso da uno scorpione, il tentativo di farle violenza: sia lui sia l’animale saranno poi trasformati da Artemide in costellazioni.
Oto ed Efialte erano, invece, due fratelli giganti che un giorno decisero di assaltare il Monte Olimpo per violentare Artemide ed Era riuscendo a rapire Ares e a tenerlo rinchiuso in un grosso vaso per tredici mesi. Artemide si trasformò in un cervo e si mise a correre tra di loro: i due giganti, per non farsela sfuggire dato che erano esperti cacciatori, le lanciarono contro le loro lance, ma mentre la dea saettava velocissima tra loro finirono per uccidersi l’un l’altro.
Come per Apollo, alle frecce di Artemide si attribuivano le morti silenziose e improvvise, soprattutto di giovani donne, ma in generale, la dea proteggeva le fanciulle e le giovani spose. Queste ultime, prima di sposarsi le offrivano la propria tunica virginale; Artemide governava infatti la fertilità femminile e vigilava sulle partorienti. In questa funzione, la sua immagine si confonde con quella di Ilizia, la dea dei parti. L’influenza di Artemide si estendeva anche alla fertilità dei campi. Nel corso del tempo Artemide fu assimilata a Ecate, la notturna dea dei riti magici, e alla Luna (così come Apollo al Sole).
La radice del suo nome latino si trova nel termine dius (“della luce”, da dies, “[la luce del] giorno”). La luce a cui si riferisce il nome sarebbe quella che filtra dalle fronde degli alberi nelle radure boschive.
Sono molti i cammei antichi che la ritraggono con attributi legati alla foresta, ritta davanti a un’ara, con accanto un cervo, una fronda d’albero in una mano, e un recipiente colmo di frutti nell’altra.
I suoi simboli divini erano la lancia, l’arco e la faretra, le corna di cervo e la fiaccola accesa, per ricordare la sua originaria accezione di dea della luce. L’iconografia la ritrae con il chitone (un corto vestito di stoffa leggera), arco, frecce, calzari e una muta di cani; il suo carro d’oro è trainato da cerve. In altre raffigurazioni, in cui appare come Ecate, la dea impugna una fiaccola. La molteplicità dei culti e degli attributi divini della dea si riflette nella sua iconografia. Nel periodo orientalizzante e arcaico l’arte ne dette varie figurazioni sia come signora delle belve, spesso alata, circondata da animali e mostri, sia come dea della fecondità, rappresentata con molte mammelle come nella Diana di Efeso. Fra queste forme arcaiche si affermò e predominò quella della vergine dea cacciatrice, effigiata con una corta tunica e alti calzari, caratterizzata dal cervo e dal cane che la affiancano, dall’arco che ha in mano e dalla faretra sul dorso. Nelle scene mitiche spesso va a caccia con le ninfe o si bagna nelle acque dei fiumi e dei laghi. Gli artisti del IV sec. a.C. predilessero l’aspetto della casta grazia guerriera della dea.
Fra i luoghi del suo culto degni di nota sono: Delo, l’Attica, Sparta ed Efeso. In quest’ultima località sorgeva il grande tempio della dea incluso tra le “sette meraviglie” del mondo antico. Nel Lazio, principali luoghi di culto furono Capua e Ariccia, ove la dea era venerata come Diana Nemorensis (“Diana del bosco sacro”). Il suo tempio sorgeva presso il piccolo lago laziale di Nemi, sui colli Albani, e il bosco che lo circondava era detto nemus aricinum per la vicinanza con la città di Ariccia. A Roma le era dedicato un importante tempio sull’Aventino. Su un rilievo di Porta Maggiore, sempre a Roma, si vede l’immagine di una colonna che regge un vaso e un albero dalle lunghe fronde, circondati da un recinto semicircolare a costituire un locus saeptus, cioè una forma arcaica di sacello all’aperto; un richiamo tipico alla divinità. •

Miti sulle frecce di Diana
Durante la decennale guerra di Troia, Artemide si schierò dalla parte dei Troiani contro i Greci. Si azzuffò con Era quando i divini alleati delle due parti si scontrarono tra loro: Era la colpì sulle orecchie con la sua stessa faretra e le frecce caddero a terra mentre Artemide fuggì da Zeus piangendo. Pare che Artemide sia stata rappresentata come sostenitrice della causa troiana sia perché il fratello Apollo era il protettore della città sia perché essa stessa nell’antichità era molto venerata nelle zone dell’Anatolia occidentale.
Come già detto, Artemide non era nota per possedere un carattere facile, e guai a chi osasse offenderla. Uccise senza pietà, con una freccia, la giovane Chione che si era vantata di essere più bella di lei. Anche Niobe fece il fatale errore di urtare la suscettibilità di Diana. Essa era sposa di Anfione, re di Tebe, da cui ebbe sette figli e sette figlie. Niobe era così orgogliosa di loro che ardì burlarsi della dea Latona, che aveva avuto solo due figli, i gemelli Apollo e Artemide, appunto. Latona allora incaricò i suoi figli di vendicare l’offesa, ed essi, con le loro frecce, Apollo mirando ai fanciulli, e Artemide alle fanciulle, uccisero i figli di Niobe. Gli unici due fanciulli a salvarsi furono Cloride e Amicla: secondo altre versioni invece tutti loro rimasero uccisi. Secondo l’Iliade di Omero le giovani vittime rimasero insepolte per dieci giorni, finché gli dèi stessi non si occuparono della tumulazione. Secondo quanto narra Ovidio, Niobe, in lacrime, si tramutò in un blocco di marmo dal quale scaturì una fonte. In una roccia che si trova sul monte Sipilo in Lidia, presso Magnesia, si volle scorgere la Niobe divenuta pietra.
Il mito che narra della superbia di Niobe e della morte dei suoi figli, i Niobidi, fu ampiamente diffuso nella letteratura degli antichi, come attestano le numerose menzioni, e il suo significato pedagogico (evitare la ‘’superbia’’) è evidente. Le tragedie di Eschilo e di Sofocle ispirate ad esso sono andate perdute. Il mito ebbe fortuna anche nell’arte pittorica e scultorea fino almeno al XIX secolo. Perfino recentemente, riprendendo l’episodio del massacro dei fanciulli innocenti, nel 2005, il compositore italiano Marco Taralli, su commissione dell’Associazione Operation Smile, ha composto la cantata “Niobe – In memoria dei bambini di Beslan”, per mezzosoprano, ottavino, coro di voci bianche ed orchestra, su libretto di Fabio Ceresa. La cantata è stata eseguita nel marzo 2005 dall’Orchestra del Teatro di Rostov sul Don diretta da Maurizio Dones presso l’Auditorium del Parco della Musica di Roma.
A.C.


La Diana cacciatrice di Leocare, dalla Grecia antica ai fondali oceanici

Una delle più celebri statue raffiguranti la dea è la cosiddetta Diana di Versailles, una copia romana del I o II secolo d.C. tratta da un originale greco in bronzo ormai perduto, attribuito allo scultore Leocare vissuto intorno al 320 a.C.
Ha dimensioni un poco più grandi rispetto a quelle naturali e raffigura la dea con un cervo, suo animale simbolo. La statua fu scoperta probabilmente nel sito di Nemi, dove sorgeva l’antico santuario di Diana, ma altri suggeriscono la provenienza dalla Villa di Adriano a Tivoli, dove sarebbe stata rinvenuta nel 1556.
Fu il dono di papa Paolo IV Carafa al re Enrico II di Francia, con una allusione sottile alla sua amante Diana di Poitiers. L’opera fu installata come elemento centrale del Jardin de la Reine ad ovest della Galleria dei Cervi di Fontainebleau: fu la prima e più famosa scultura romana vista in Francia. Nel 1602, la statua fu ricollocata al Louvre, in una galleria appositamente dedicatale, la Salle des antiques, ora Salle des Cariatidi.
A Fontainebleau fu lasciata una copia in bronzo opera del Prieur, trasformata in fontana, con getti d’acqua che uscivano dalla bocca dei cani e del cervo.
In questa opera pregevolissima, Diana è rappresentata come una sottile cacciatrice dal fisico piuttosto androgino affiancata da un vivace cerbiatto. Indossa sandali e il solito breve chitone dorico (himation) stretto intorno alla vita. La mano destra è nell’atto di prendere una freccia dalla faretra, mentre il viso si rivolge, forse, verso altri cervi.
La mano sinistra sembra tenere un arco, pronto a colpire. Copie romane dello stesso modello sono state rinvenute nei siti di Leptis Magna (Libia) e Antalya (Turchia). Una sua copia in miniatura figurava perfino sul caminetto di una delle più prestigiose sale di rappresentanza del Titanic. Un sommergibile esplorativo ne ha colto un’immagine, alcuni anni fa, ma da allora la statuetta è scomparsa, forse ingoiata dal limo marino o trafugata da un’altra spedizione clandestina.

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