Si apprende l’arte dell’arco quando, colpo su colpo, il bersaglio inizia a svanire fino a farsi irriconoscibile. La freccia allora entra nel vuoto”. Si tratta di una citazione del libro L’Arco e la Freccia di Giacomo Maria Prati, giornalista, saggista e funzionario del Ministero della Cultura, edito da Passaggio al Bosco nel 2020. Ciò che colpisce fin da subito in questo racconto sulla simbologia dell’arco è l’approccio pluridisciplinare, la ricchezza e varietà di riferimenti culturali, dai poemi omerici al mito, anche attraverso la pittura e la filosofia. Secondo l’autore, uno degli aspetti più affascinanti dell’arco è proprio la sua transculturalità, il suo carattere perenne: la potenza della sua immagine, un’immagine anche un po’ talismanica e magnetica che non riflette solo la sua funzione pratica, ma veicola un grande significato archetipico. Nella sua semplicità, l’arco è un simbolo estremamente universale che catalizza e sintetizza tutta una serie di elementi tratti dall’arte, dalla storia della cultura, dall’antropologia, altrimenti frammentari e apparentemente molto distanti, permettendo così di vederli tutti in unità, insieme, in un’unità vivente, organica. Il tiro con l’arco non è solo una pratica, ma un’immagine, un oggetto, un segno e, come tale, è un qualcosa di vivo che, a differenza di altri archetipi, può essere vissuto anche oggi. Il libro L’Arco e la Freccia contiene una riflessione proprio su questo: sul carattere perenne dell’arco attraverso le culture, dall’Iliade e l’Odissea alla Bhavagad Gita, antico testo sacro degli Indù, fino ai moderni film, come il famoso Rambo III che con l’arco abbatte degli elicotteri nemici.
La pratica del tiro con l’arco appartiene alla civiltà umana sia occidentale che orientale e, secondo l’autore, si tratta di un’attività particolarmente interessante su cui ragionare a livello intellettuale, ma anche da provare almeno una volta nella vita; infatti, è qualcosa che arricchisce e dà l’opportunità di unire due parti dell’essere umano che l’occidente moderno, purtroppo, ha scisso: l’aspetto intellettuale e l’aspetto pratico o, meglio, l’aspetto contemplativo e quello attivo. Uno dei motivi per cui l’arco, secondo l’autore, è un simbolo universale è dato proprio dal fatto che è un oggetto composto da tre elementi fondamentali: l’arco, la corda e la freccia. Ma poi, a mettere in moto il meccanismo c’è l’uomo, che, tendendo l’arco, attraverso la sua forza permette lo scoccare della freccia, creando un piccolo sistema organico e dinamico. Lo scoccare della freccia dà inizio a un tragitto che giunge a compimento nel bersaglio, attraverso una “ternarietà” che è presente in tutte le cose della vita: c’è un inizio, una processualità e un compimento. Riflettere su questo è già una grande lezione. Anche nelle Sacre Scritture compaiono spesso l’arco e la freccia, come nei salmi, e in molti aspetti della cultura greca classica: l’arco è l’arma di Apollo e di Artemide, due divinità fondamentali del Pantheon ellenico di origine asiatica orientale.
L’arco è anche un simbolo che rimanda all’unione degli opposti perché ha due vertici, che nell’atto della tensione si avvicinano. Questo crea un’armonia ed è metafora dell’unità vivente e armonica del cosmo, dell’essenza del cosmo e dell’essenza della stessa filosofia intesa come indagine e riflessione sulla physis, cioè sulla natura. Scoccare una freccia è anche sinonimo di fare una scelta radicale e irreparabile. Il tiro con l’arco, come anche il gioco degli scacchi, contiene in sé filosoficamente tutta una serie di possibilità; tuttavia, nel momento in cui si agisce, si fa una scelta, si compie una decisione, che letteralmente significa recisione, e pertanto si entra in una logica fatale che intensifica il valore dell’atto e, quindi, del destino che da esso scaturisce.
Come tutte le pratiche antiche e, possiamo dire, “semplici”, lo stesso atto di scoccare la freccia, attraverso un’azione contemplativa e quasi meditativa, genera una saggezza che tende all’universale. L’arco, infatti, è un oggetto universale e perfettamente riconoscibile in tutti i popoli e, peraltro, è rimasto immutato nel tempo; quindi, a differenza di altri, è un archetipo spendibile nella realtà contemporanea, perché genera una proiezione vera, viva e concreta nel presente che tende al futuro, senza ridursi ad archeologia e a erudizione per pochi addetti ai lavori. Anche oggi, secondo l’autore, l’arco e la freccia danno l’opportunità di vivere il mito e di averne un’esperienza personale, fisica e diretta. L’efficacia di questa pratica è, per così dire, terapeutica: perché, come uno specchio, permette innanzitutto di confrontarsi con sé stessi, con i propri difetti e, non ultimo, con il difficile rapporto fra mente e corpo, uno dei temi più critici dell’attuale occidente che, tuttavia, andrebbe affrontato positivamente, trasfigurato e superato. Inoltre, il tiro con l’arco aiuta a focalizzarsi, essere concentrati, attenti a quello che accade in sé stessi e attraverso sé stessi, oltre a essere anche, in un secondo momento, strumenti di qualcosa che va oltre sé stessi.
Questo è, per l’autore, uno dei tanti affascinanti paradossi dell’arco: si può avere l’impressione di controllarlo perché, dopotutto, si tratta di un oggetto semplice, che si impugna con una mano, mentre con l’altra si incocca la freccia e si tende la corda. Sembra che sia l’uomo ad avere controllo di tutto. Invece no. È proprio questa una delle cose in cui gli adulti possono prendere spunto dai bambini: vedendo un bambino scagliare le frecce in modo improvvisato e maldestro, ma con quella grazia ed eleganza tipica dei fanciulli, i grandi tendono a intervenire per “disciplinarne” l’esecuzione. Ma è proprio qui che si genera l’ansia della prestazione e la pretesa di esercitare il controllo: in questo modo ci si irrigidisce, ci si cristallizza. Gli adulti si illudono di avere il controllo di tutto grazie alla ragione, ma questo è falso. Nell’arco, così come negli scacchi, c’è una componente fondamentale di intuito, di creatività, di istinto: il corpo umano ha una memoria, una saggezza e, quindi, si prende la mira anche con l’intenzione, con la volontà, col braccio, mettendo i piedi in un certo modo, torcendo il busto, come mostrano le raffigurazioni dei centauri o dei sarmati a cavallo. A volte, come diceva Carmelo Bene, bisogna crearsi degli ostacoli per decerebrare l’esperienza, de-mentalizzarla per renderla meno immediata. E poi, a un certo punto, si arriva addirittura a riuscire a contemplare la freccia mentre vola, mentre va, cosa che avviene in poche frazioni di secondo; eppure, quando l’attenzione si sviluppa, si riesce a vederla quasi al rallentatore.
Per concludere, secondo l’autore il tiro con l’arco è terapeutico perché può aiutare a riequilibrarsi, rasserenarsi, concentrarsi, meditare, pensare non un pensiero astratto e intellettualistico, ma qualcosa di più profondo che parte dal corpo. Oggi, nella società dei corpi de-spiritualizzati e de-materializzati, l’arco e la freccia sono più che mai attuali e utili per tutti. Dal punto di vista filosofico, per i greci era molto importante il concetto di apeiron, cioè di indeterminato, ciò che non si può misurare; ciò che noi moderni chiameremmo l’infinito. Al contrario, l’arco è qualcosa di estremamente determinato, che crea una tensione e poi la rilascia in un colpo, e quindi riguarda l’istante; è la metafora del compiere una scelta. Tuttavia, nello stesso tempo, insegna ad affrontare l’indeterminato che c’è prima e dopo ogni decisione. •
Eraclito e l’arco
Per i greci, l’idea di telos, cioè di compimento, è fondamentale. Tuttavia, il sistema dell’arco costituisce un’unità vivente da intendere anche e soprattutto in senso ciclico, in un modo che corrisponde alla struttura stessa del reale: l’inizio, il processo e il termine dell’esistenza, che si manifesta in un senso quasi apocalittico, rivelativo. L’arco, infatti, è un simbolo che ama i paradossi e l’esperienza dello scoccare della freccia rappresenta la vita, e, come tale, anche la morte, che è appunto il telos, la fine e il fine della vita. Il filosofo greco Eraclito nel frammento 41 parla dell’arco come segno di vita e di morte: “L’arco (biòs) ha dunque come nome la vita (bìos) e procura, al contrario, la morte”. Il greco ha, infatti, due termini per indicare l’arco: uno è proprio bios, che vuol dire vita, l’altro è toxon, che significa tasso, che è un albero velenoso; quindi, allo stesso tempo, vita e morte. (A.C.)
Il kyudo, la “via dell’arco” giapponese
e l’Accademia Romana di Placido Procesi
In questo libro l’autore ha dato spazio a voci estremamente interessanti, come quella dell’Accademia Romana di tiro con l’arco giapponese fondata da Placido Procesi, amico e collaboratore di Julius Evola. Il tiro con l’arco giapponese è una tradizione viva, nobile, estremamente filosofica e profonda nella sua straordinaria semplicità ed eleganza. Nell’essenzialità dell’atto c’è una bellezza fisica, un’estetica che rimanda a tutta l’intensità spirituale che c’è dentro la sua pratica. Si tratta di una vera e propria arte e come tale presuppone una spiritualità, un aspetto mentale e culturale che va oltre l’ego, oltre l’individuo, fino all’autentico sé stesso; nell’Oriente tradizionale, infatti, lo scopo è proprio l’opposto: attraverso lo scoccare della freccia si vuole tornare al centro, all’origine, al mondo interiore. Tutto questo senza trascurare l’aspetto scientifico e artigianale che c’è nell’arco, lo studio della fisica, dei pesi, dei contrappesi: l’arco è anche un prodigio tecnologico in continua evoluzione. (A.C.)






