storiaARCIERI E GUERRIERI NELL’ICONOGRAFIA FUNERARIA DELL’ANTICO EGITTOAndrea Cionci

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ARCIERI E GUERRIERI NELL’ICONOGRAFIA FUNERARIA DELL’ANTICO EGITTO
di Andrea Cionci

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Sarcofagi, statue, rilievi, fino al famoso Libro dei Morti: nell’Antico Egitto, la morte era al centro della vita quotidiana e della cultura a tutti i livelli della società. Indissolubilmente legata alla trasformazione e alla rinascita, veniva chiamata wehem mesut, ossia “seconda nascita” o “nascita ripetuta”, ma anche mut, “madre”, come metafora di ritorno al grembo materno, nell’abbraccio della Grande Madre cosmica Nut, madre di tutti i viventi e dea della volta celeste. La Duat, l’oltretomba, che nel Medio Regno (2055-1790 a.C. circa) divenne il regno ctonio del dio Osiride, nel Periodo Predinastico (3900-3060 a.C.) si trovava nei cieli ed era fatta di acqua, che gli egizi ritenevano avvolgere la terra. I culti stellari del periodo più antico, la cui maggiore espressione si trova nei testi funerari delle piramidi, nel Medio Regno furono soppiantati dai culti solari, ma tracce dei loro contenuti si trovano ancora nel celebre Libro dei Morti e nei testi funerari di sarcofagi e sepolcri.
Per la cultura egizia, la vita nell’aldilà non era altro che la continuazione dell’esistenza di questo mondo: dopo il trapasso, l’anima restava nella Duat in attesa del giudizio delle divinità e il suo destino dipendeva dalla sua giustizia morale e dalla prontezza dimostrata nel compiere il suo percorso evolutivo e spirituale, che proseguiva per l’ultima parte nell’aldilà. Compiuto il viaggio cosmico e superate le prove, l’anima veniva condotta al cospetto di Osiride dal dio falco Horus, armato di arco e frecce, e poteva raggiungere la stabilità e lo stato di ahu, lo spirito effettivo di nucleo solarizzato, mantenendo la propria individualità e ritornando così alle stelle, da dove venivano gli uomini e gli dèi.
Le tombe erano particolarmente importanti per gli egizi, poiché il defunto iniziava proprio da lì il suo viaggio nell’aldilà: ne rispecchiavano la personalità e il rango e gli fornivano tutto l’occorrente per la sopravvivenza, nell’attesa della sua psicostasia (la pesatura del cuore, con cui si giudicavano le sue azioni). Nel caso di personaggi di alto rango, le tombe erano riccamente decorate e il defunto era ritratto in scene di vita quotidiana e con i simboli del potere e della carica che aveva ricoperto in vita.
La rappresentazione canonica dell’autorità maschile dell’Antico Regno (ca. 2613-2160 a.C.) consisteva in un uomo che impugnava un bastone, indossava abiti pregiati e recava particolari apparati simbolici del potere, come gonne, scettri, collane o parrucche. Spesso era ritratto anche nell’atto di sorvegliare le attività interne al nucleo familiare, dal lavoro agricolo e dalla produzione artigianale fino alle attività di svago, come i viaggi in barca, la pesca con la fiocina o la caccia. Le maggiori dimensioni con cui il capofamiglia – più raramente la sua consorte – veniva rappresentato dimostrano che era considerato il centro di un mondo ordinato, attorno al quale gravitavano diverse Numeri di persone, rappresentate in scala minore; solo in alcuni casi la moglie aveva le stesse dimensioni del marito.
Nei periodi di pace, raramente le decorazioni delle tombe facevano riferimento alla guerra; piuttosto, evocavano la capacità organizzativa del proprietario o rappresentavano assedi di insediamenti fortificati, senza menzionare la sua diretta implicazione nei combattimenti. Per indicare un funzionario efficiente, la posa standard era quella di uno scriba diligente o di un funzionario dignitoso che svolgeva i suoi compiti amministrativi e governativi. Le cose cambiarono con la crisi della monarchia nel 2160 a.C., nel Primo Periodo Intermedio (2192-2040 a.C.), a cui seguirono conflitti politici, frammentazione territoriale e rivalità tra poteri regionali. Senza l’autorità incontrastata del faraone che si ponesse come arbitro tra le fazioni, lo scontro si spostò a livello locale. Questo nuovo scenario politico introdusse notevoli trasformazioni in ambito ideologico, in particolare quando funzionari ambiziosi ricorsero alla guerra per risolvere i conflitti e modificare gli equilibri di potere: il nuovo paradigma di capo carismatico si incentrò sulle qualità personali e sullo spirito d’iniziativa. Allo stesso tempo, poiché i governatori contavano sui concittadini per i tributi e il sostegno politico, dovettero guadagnarsi il loro rispetto, provvedendo ai loro bisogni e conducendoli in battaglia in modo adeguato.
In questo contesto emersero nuove icone, soprattutto quella degli arcieri; gli archi acquistarono importanza sul piano bellico e simbolico, un fenomeno riscontrabile in quel periodo anche al di fuori della Valle del Nilo. Non si può escludere che tale iconografia si sia sviluppata per rappresentare uno standard di virilità ben comprensibile anche alle genti straniere con cui i funzionari intrattenevano rapporti di commercio e alleanza, come nel caso dei nubiani. Il regno nubiano di Kush si trovava a sud dell’Egitto ed era noto per le sue risorse di oro (in egizio nebu) e la potenza dei suoi formidabili arcieri, i pitati, che molto spesso prestarono servizio ai faraoni come mercenari; non mancano casi di colonie mercenarie nubiane nell’Alto Egitto, come dimostrano le città della zona di Gebelein, vicino alla più famosa città di Tebe. In alcuni monumenti privati dell’Egitto meridionale, nell’area tra Elefantina e Coptos, tra il 2150-2000 a.C. sono state costruite molte tombe in cui uomini egizi e nubiani sono raffigurati con un arco in mano; tale rappresentazione, generalmente associata alle tombe dei guerrieri, in quel periodo divenne tipica anche di governatori e mercanti e segno distintivo di virilità presso tutte le classi sociali.
Le iscrizioni e le decorazioni della tomba del governatore Ankhtifi di Mo’alla, nell’Alto Egitto, costituiscono un esempio calzante dei nuovi valori ideologici e le loro ripercussioni sull’arte locale. Nella sua biografia scolpita sui rilievi della tomba, Ankhtifi afferma orgogliosamente di esser stato egli stesso l’avanguardia delle sue truppe e di aver guidato i suoi uomini con coraggio; le scene sulle pareti rappresentano arcieri nubiani, scene di guerra e un pastore nubiano con un arco. Farsi ritrarre con un arco in mano enfatizzava l’attitudine dell’individuo al comando militare, conferendogli prestigio e rilevanza.
Non mancano casi in cui, accanto alle mummie, furono adagiati nei sarcofagi anche gli archi e le armi dei defunti, come nel caso di Iqer, la cui tomba è stata scoperta nella località di Dra Abu el Naga, nel governatorato di Luxor, nell’Alto Egitto. Il sepolcro risale all’Undicesima Dinastia (2150-1990 a.C.), nel pieno Medio Regno. Gli archi rinvenuti nella tomba sono stati realizzati ciascuno con un pezzo di legno unico, di sezione circolare e di misura 152-162 cm, uno dei quali addirittura più alto del suo proprietario, che misurava appena 157 cm. Al loro ritrovamento, avevano ancora la corda di budello attorcigliata e legata a entrambe le punte. Le doghe misuravano 105-111 cm ed erano leggermente curvate nella parte superiore. Sebbene gli archi fossero utilizzati anche per la caccia ai margini del deserto e fossero considerati un segno di status sociale elevato, data l’instabilità politica di quel periodo e la frequenza degli scontri armati, sembra probabile che Iqer possa essere stato, a un certo punto della sua vita, un soldato della classe media sotto uno dei capi o re tebani.
L’impiego delle truppe nubiane non era limitato alla parte meridionale del regno: anche i signori della guerra al servizio dei governanti delle regioni del Basso Egitto arruolavano gli arcieri nubiani nei loro eserciti. La scoperta ad Asyut di una serie di tombe decorate con scene militari, come la cosiddetta “Tomba dei soldati del Nord”, ne è una prova. La raffigurazione di truppe nubiane mercenarie in assetto di guerra era diventata, con il passare del tempo, un fatto piuttosto comune; tuttavia, nella tomba del governatore di Asyut, Iti-ibi-iqer, sono state rinvenute raffigurazioni di soldati nubiani ed egiziani insieme, in quello che sembra un vero e proprio esercito provinciale. Si tratta di quattro registri di lancieri e arcieri, con il loro comandante, rappresentati su una parete della cappella, mentre i guerrieri erano raffigurati su due registri su un’altra parete, in varie scene di combattimento. Altri arcieri nubiani sono rappresentati in una scena di caccia nel deserto sulla parete meridionale della cappella. Nella stessa area, nella tomba di un altro governatore, Mesethi, sono state rinvenute due serie di modelli in legno rappresentanti uno squadrone di arcieri nubiani e uno di lancieri egiziani. In questi tre casi, i governatori erano raffigurati tutti come comandanti delle truppe di soldati.
L’arco ha costituito un’arma di fondamentale importanza nella storia bellica dell’Antico Egitto; nei rilievi delle tombe, la raffigurazione dei committenti in assetto di guerra e con l’arco in mano conferiva ai defunti le prerogative di capo militare, signore della guerra e potente condottiero, e rappresentava un efficace segno di virilità, facilmente riconoscibile dagli dèi e dagli altri uomini. Nel momento del loro passaggio all’aldilà, accompagnati dai loro contingenti di arcieri e guerrieri armati, questi uomini illustri potevano continuare a combattere le loro battaglie e dare ulteriore prova del loro valore, nell’attesa della prova finale al cospetto delle divinità. Come si legge nella tomba del governatore Khety I di Asyut: “Sono uno forte con l’arco, potente con il suo braccio, uno molto temuto dai suoi vicini. Formai una truppa di lancieri, … [una truppa di] arcieri, i migliori mille dell’Alto Egitto”. •

Ankhtifi, il potente governatore
Nella sua biografia scolpita nei rilievi della tomba, si legge che Ankhtifi apparteneva alla famiglia dei governatori della terza provincia dell’Alto Egitto (Her Nekhny), e aveva il compito di ristabilire l’ordine nella vicina provincia di Edfu e fronteggiare i ribelli delle città di Coptos e Tebe. Ankhtifi racconta di aver agito in nome del re e di aver dovuto rendere conto ai suoi delegati, ma allo stesso tempo pare che abbia fatto affidamento esclusivamente sui propri introiti per affrontare le battaglie. Quest’ultimo fatto in particolare dimostra quanto l’autorità regale fosse debole e come i governatori, che potevano contare su ingenti risorse, abbiano approfittato della situazione per espandere la propria influenza a livello locale ed eliminare i rivali, proprio come fece Ankhtifi nell’Alto Egitto: estese la sua autorità a Elefantina (prima provincia dell’Alto Egitto) e consegnò generi alimentari alla sesta provincia (Dendera) e alla Nubia. Fece sfoggio di titoli militari come imi-er-mesha, “supervisore delle truppe, generale” e er-mesha “bocca delle truppe”. Le iscrizioni forniscono dettagli vividi sulle campagne contro i ribelli tebani, con attacchi a insediamenti fortificati in un territorio costellato di fortezze. (A.C.)

Iqer, piccolo nubiano
Il nome Iqer, che significa “eccellente”, probabilmente non era il vero nome dell’arciere defunto, bensì un epiteto che indicava la sua abilità nel tiro con l’arco. L’esame del corpo ha mostrato che Iqer era alto circa 1,57m e aveva oltre trent’anni quando morì. I suoi lineamenti erano tipicamente nubiani: canna nasale bassa, aperture nasali rotonde e morso pronunciato. Iqer dovette aver subito un brutto trauma da giovane, poiché l’arco dello zigomo sinistro è piegato verso l’interno e lacerato nella parte superiore; una volta guarito, il viso era rimasto deformato da una grave asimmetria che interessava tutto il suo volto. Inoltre, Iqer soffriva di una malattia degenerativa dell’articolazione della quinta vertebra lombare, che gli causava disturbi e instabilità della colonna. I suoi archi sono stati trovati legati alle gambe della mummia da una fascia di lino annodata sul davanti, sotto le ginocchia. Non essendo presenti titoli sul suo sarcofago, le fattezze nubiane e il fatto che sia stato sepolto con cinque frecce, due archi e quattro bastoni ricurvi potrebbero indicare che durante la sua vita abbia prestato servizio militare. (A.C.)

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