StoriaL’ARCO NELLE SACRE SCRITTURE E NEL VICINO ORIENTE ANTICOAndrea Cionci

Storia
L’ARCO NELLE SACRE SCRITTURE E NEL VICINO ORIENTE ANTICO
di Andrea Cionci

8
0

I versetti appena evocati sembrano riecheggiare scenari tipici dell’epos omerico, eppure si tratta, sorprendentemente, di un testo decisamente meno “profano”: le Sacre Scritture. L’Antico Testamento, in particolare, vanta di numerosi episodi di guerre contro i nemici del popolo eletto e storie di battaglie che poco hanno da invidiare ai canti dell’Iliade e dell’Odissea. Come dimenticare i dardi pestilenziali del dio Apollo a seguito dell’affronto subito dal suo sacerdote Crise, maltrattato da Agamennone? E come dimenticare la prova dell’arco di Ulisse, che lui solo riuscì a tendere e che gli permise di uccidere i nemici e riappropriarsi della propria signoria nel palazzo di Itaca?

Tra le armi protagoniste degli scontri tra gli eserciti degli israeliti e quelli dei loro nemici, come i Filistei, l’arco svolge un ruolo di prim’ordine: dal forte significato, rappresenta la forza e la resilienza del guerriero israelita, della malvagità del nemico e, sul piano trascendente, è simbolo della vendetta di Dio.
Dopo il Diluvio universale, l’arco (in ebraico qeshet) ha accompagnato le storie dei protagonisti della Sacra Scrittura, come arma imprescindibile per la loro sopravvivenza.
“E Dio fu con il fanciullo, che crebbe e abitò nel deserto e divenne un tiratore d’arco.” (Gen. 21:20)
Questi versetti si riferiscono ad Ismaele, il figlio del patriarca Abramo e della schiava egiziana Agar, abbandonato dal padre nel deserto del Neghev a causa della gelosia della moglie Sarah, la quale non voleva che dividesse l’eredità con suo figlio Isacco. Dio lo risparmiò in quanto figlio di Abramo e lo scelse per diventare capostipite di una grande nazione.
L’arco era, infatti, una delle armi principali dei cacciatori del deserto nel periodo dei patriarchi postdiluviani. Uno dei figli di Isacco, Esaù, gemello di Giacobbe, noto per aver perso la primogenitura scambiandola con il piatto di lenticchie del fratello (Gen. 25:29-34), era un abile ed esperto cacciatore. Sentendo avvicinarsi il momento della morte, il padre Isacco, cieco e anziano, gli chiese di procurargli della selvaggina per cucinare uno stufato di cui era ghiotto e potergli poi dare la benedizione da primogenito che gli spettava: “Vedi, io sono vecchio e ignoro il giorno della mia morte. Ebbene, prendi le tue armi, la tua faretra e il tuo arco, va’ in campagna e caccia per me della selvaggina. Poi preparami un piatto di mio gusto e portamelo; io lo mangerò affinché possa benedirti prima di morire” (Gen. 27:2-4)
E fu in quest’occasione che Giacobbe, complice la madre Rebecca, sottrasse con l’inganno la primogenitura ad Esaù, mentre quest’ultimo si trovava a caccia: dopo aver indossato una pelliccia di animale, così da passare per il fratello, che era molto peloso, riuscì ad ottenere la benedizione del primogenito da suo padre (Gen. 27:19-29). E proprio Giacobbe, una volta anziano, benedì Giuseppe in modo speciale tra tutti i suoi dodici figli, poiché si era mostrato più meritevole e valoroso dei fratelli, che lo avevano venduto a dei mercanti a causa dell’invidia che provavano per l’affetto e la stima che il padre nutriva per lui. Nonostante le sue numerose sventure, Giuseppe non si perse d’animo e seppe creare la sua fortuna: divenuto ministro del faraone, fece trasferire in Egitto le Tribù di Israele e suo padre Giacobbe per salvarli da una grave carestia.
“Germoglio di ceppo fecondo è Giuseppe; germoglio di ceppo fecondo presso una fonte, i cui rami si stendono sul muro. Lo hanno esasperato e colpito, lo hanno perseguitato i tiratori di frecce. Ma fu spezzato il loro arco, furono snervate le loro braccia per le mani del Potente di Giacobbe, per il nome del Pastore, Pietra d’Israele. Per il Dio di tuo padre: egli ti aiuti, e per il Dio l’Onnipotente: egli ti benedica!”
(Gen. 49:22-25)
Nei versetti appena citati emerge il significato dell’arco come simbolo di solidità e di forza, ma anche come efficace metafora delle azioni e delle parole malvage dei nemici, che, per dirla con Geremia, “tendono la loro lingua come il loro arco” (Ger. 9:3), oppure percorrono una strada che li porta lontano dal loro Signore, che li ha salvati dalla terra d’Egitto: “Deviarono e tradirono come i loro padri, fallirono come un arco allentato.” (Sal. 78:57)
In questo senso, la slealtà del traditore è paragonata a un arco troppo lento per tendersi per scoccare la freccia, che cade al suolo ai piedi dell’arciere, impedendogli di colpire il nemico. Restando in un campo simbolico e allegorico, l’arco e le frecce nel testo biblico possono rappresentare il segno teofanico dell’ira tremenda del Signore contro i nemici, come si legge nel libro del profeta Abacuc: “Del tutto snudato il Tuo arco, saette sono le parole dei Tuoi giuramenti.” (Ab.3:9)
Qui le parole dei giuramenti di Dio sono paragonate in modo assai suggestivo alle saette, per l’impeto veloce e pericoloso dell’efficacia, inesorabilità, e potenza dell’intervento divino, che può anche essere terribilmente distruttivo. Nel libro delle Lamentazioni, l’autore biblico paragona con sgomento il Signore a un arciere infaticabile che non esita a scoccare le sue frecce per colpire duramente il popolo eletto, per punirlo della sua empietà:
“Ha teso l’arco, mi ha posto come bersaglio alle sue saette. Ha conficcato nei miei reni le frecce della sua faretra.” (Lam. 3:12-13)
Anche Giobbe, emblema del giusto sofferente, rievoca in un suo monologo questo aspetto terribile del Signore, i cui “arcieri mi circondano; mi trafigge le reni senza pietà, versa a terra il mio fiele, mi apre ferita su ferita, mi si avventa contro come un guerriero” (Gb 16:13-14). È un’immagine potente e dal grande impatto visivo, che rievoca gli scenari bellici in cui l’arco incuteva negli eserciti un particolare timore: in quanto arma da lancio, permetteva agli arcieri di agire efficacemente a distanza e i colpi giungevano imprevedibili, spesso inattesi, generando caos e disorientamento.
Secondo l’Antico Testamento, gli Ebrei, come gli altri popoli del Vicino Oriente, erano valorosi arcieri, in particolare i membri della tribù di Beniamino (1Cron. 8:40, 1Cron. 12:2, 2Cron. 14:7, 2Cron. 17:17). Presso di loro, così come per gli egizi, l’arco di uso comune era quello semplice, fatto di corna di capro o di legno e tendini di bue; in origine la freccia era di pietra, poi di legno o di canna con punta di pietra, poi di osso e infine di metallo. In 2Sam. 22:35 si menziona un “arco di rame”, probabilmente un arco rivestito di rame. Qualche volta le frecce erano uncinate, intinte nel veleno (Gb. 6:4), oppure rivestite di materiale combustibile (Sal. 7:13)
Ai tempi di Giosuè, successore di Mosè, gli arcieri sono descritti tra le forze degli israeliti che combatterono contro i re cananei al momento del loro ingresso e del loro stanziamento nella Terra Promessa (Gsè 10:6-11). Allo stesso modo, all’epoca dei grandi re Saul, Davide e Salomone e dei loro successori, l’esercito di Israele poteva contare su numerosi contingenti di arcieri esperti, come quelli che si unirono al giovane Davide al tempo in cui combatteva contro Saul: “Questi sono gli uomini che raggiunsero Davide a Siklag, quando ancora fuggiva di fronte a Saul, figlio di Kis. Essi erano i prodi che l’aiutarono in guerra. Erano armati d’arco e sapevano tirare frecce e sassi con la destra e con la sinistra; erano della tribù di Beniamino, fratelli di Saul” (1Cron. 12:1-2).
Il re Saul, d’altro canto, nella battaglia di Gelboe contro i Filistei, si trovò in grande difficoltà proprio a causa degli arcieri (1Sam. 31:3 // 1Cron. 10:3) e, proprio come Aiace Telamonio, si gettò sulla spada per non morire nel disonore. Sul campo di battaglia perirono con lui anche i suoi figli, colpiti dagli arcieri nemici: «” Filistei vennero a battaglia con Israele, ma gli Israeliti fuggirono davanti ai Filistei e ne caddero trafitti sul monte Gelboe. I Filistei si strinsero attorno a Saul e ai suoi figli e colpirono a morte Giònata, Abinadàb e Malkisuà, figli di Saul. La lotta si aggravò contro Saul: gli arcieri lo presero di mira con gli archi ed egli fu ferito gravemente dagli arcieri. Allora Saul disse al suo scudiero: “Sfodera la spada e trafiggimi, prima che vengano quei non circoncisi a trafiggermi e a schernirmi”. Ma lo scudiero non volle, perché era troppo spaventato. Allora Saul prese la spada e vi si gettò sopra. Quando lo scudiero vide che Saul era morto, si gettò anche lui sulla sua spada e morì con lui. Così morirono insieme in quel giorno Saul e i suoi tre figli, lo scudiero e ancora tutti i suoi uomini” (1Sam 31: 1-5)

L’arco è un’arma umana e divina, di natura duplice, e conferisce a chi lo impugna forza e vigore, ma, se fallace, porta alla sconfitta. Da sempre uno dei simboli del potere più efficaci, il gesto del tiro con l’arco appare semplice e veloce, il suo effetto masimo, e lo scoccare di una freccia che va a segno è l’archetipo di una rivelazione, di un giudizio divino, in un ribaltamento delle sorti, chiusura e apertura di un processo, inizio e fine di un ciclo. •

L’arco: simbolo di regalità e potenza
Nel contesto del vicino oriente antico, l’arco fu un’arma largamente impiegata da tutti i popoli, a partire dagli egizi, che avevano formidabili contingenti di arcieri; il Faraone stesso è spesso raffigurato mentre combatte con l’arco, alla testa dell’esercito, su una biga trainata da cavalli. Come non pensare al celebre dipinto del faraone Ramses II, raffigurato in piedi su una biga, nell’atto di scoccare la freccia contro i popoli nemici durante la famosa battaglia di Qadesh (1274 a. C.)?
E fu proprio un sovrano egizio, il faraone Necao II (VII-Vi sec. a. C.), a colpire a morte Giosia, re e grande riformatore di Israele (2Cron. 35:20-27), con una freccia. Potenti re arcieri compaiono anche sui monumenti mesopotamici: il sovrano accadico Naram Sin (2500 a. C.) nella celebre Stele della Vittoria è rappresentato mentre scala trionfante una montagna, accompagnato dal suo esercito; nelle sue mani impugna, con altre armi, anche l’arco e ai suoi piedi il nemico si accascia al suolo, trafitto a morte da una freccia. (A.C.)

 

Arcieri assiri e persiani
Notevoli bassorilievi assiri rinvenuti nel palazzo di Ninive (VII sec. a. C) raffigurano il re Assurbanipal a cavallo durante una battuta di caccia, con l’arco teso, pronto a scoccare la freccia, e arcieri assiri su carri da guerra, con due archi, uno lungo e uno corto.
La loro strategia consisteva nel di tempestare il nemico con una pioggia di frecce: mentre scoccavano una freccia ne tenevano altre in mano, aumentando così la rapidità di tiro, e poi si gettavano all’inseguimento con la lancia o la spada.
Gli arcieri più esperti e temuti del mondo antico erano i persiani; i bassorilievi dei palazzi di Persepoli e Susa mostrano soldati medi e persiani riccamente abbigliati e armati di arco e faretra, mentre marciano ordinatamente in fila; a tal proposito, non si può non ricordare il contingente di arcieri di Serse che affrontò i greci durante la Seconda Guerra Persiana (480-479 a.C.), i cui dardi sarebbero stati talmente numerosi da oscurare il sole (Erodoto VII, 60). (A.C.)

Condividi
Share

NO COMMENTS