storia“LA FRECCIA NERA”: ANALISI E SUGGESTIONIAndrea Cionci

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“LA FRECCIA NERA”: ANALISI E SUGGESTIONI
di Andrea Cionci

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“Avevo quattro frecce nere alla cintura/ Per vendicare la mia quadrupla sventura:/ quattro come gli uomini malvagi/ che mi hanno oppresso con infiniti disagi./ Una freccia ho scagliato e il primo l’ho colpito,/ il vecchio Apulyard è morto e seppellito./ Una freccia è per Bennet Hatch, il maledetto,/ quello che bruciò Grimstone, mura e tetto./ Una freccia è per Oliver Oates – parola!/ Perché a Sir Harry Shelton tagliò la gola./ Sir Daniel, tua è la quarta freccia,/ di meglio non ti meriti, lurida feccia./ Ognuno di voi proverà un gran dolore/ Per la freccia nera nel nero cuore/ Mettetevi in ginocchio a chiedere pietà,/ ladri dannati che non conoscete carità!”

Queste sono le parole contenute in un sinistro biglietto, affisso con un’ancor più sinistra freccia nera: è una promessa di vendetta cruenta, ma giusta. Il romanzo di R. L. Stevenson intitolato appunto “La freccia nera”, narra d’una vicenda di verosimile ispirazione storica, ma sotto il volto avventuroso, serba per il lettore accorto una lezione in cui si mescolano disvelamento, crescita e vendetta, sulla scia della nera e tetra freccia scoccata.
Ambientata nell’Inghilterra del XV secolo, durante la tumultuosa Guerra delle Due Rose, la vicenda segue le avventure di Dick Shelton, un giovane orfano cresciuto sotto la tutela del crudele Sir Daniel Brackley. Dick è inizialmente leale al suo tutore, ma la sua vita cambia radicalmente quando, proprio il misterioso biglietto, gli comincia a far sospettare che Sir Daniel sia colpevole della misteriosa morte di suo padre. Dick si unisce così alla “Freccia nera” la banda di vendicatori guidati da Ellis Duckworth. Questi ribelli usano, come suggerisce il nome, frecce nere come simbolo della loro vendetta.
Durante le sue avventure, Dick incontra Joan, una giovane donna coraggiosa che si traveste da ragazzo, e si innamora di lei: la loro relazione inizia in modo turbolento, ma presto si trasforma in un amore sincero che spinge Dick a riflettere su cosa significhi veramente essere giusto e fedele ed anche a mutare il proprio giudizio sulle donne. La vendetta verso Sir Daniel, infatti, s’ammanta d’un nuovo fuoco ispiratore: il tutore, oltre ad aver ucciso il padre di Dick, riesce a rapire e tenere prigioniera Joanna. La scelta radicale di passare al bosco per riportare giustizia, costringe Dick a trascendere la sua ingenuità di ragazzo per abbracciare l’identità di uomo coraggioso, disposto al sacrificio.
Nell’economia del romanzo, la freccia riveste sicuramente un ruolo essenziale, rivestendo molti degli aspetti archetipici connessi alla sua essenza. Anzitutto, la freccia è strumento di vendetta: compare sulla scena per uccidere Apulyard. La vendetta può avere molte connotazioni: esiste una vendetta brutale e cruda, rabbiosa e in una certa qual misura “bassa”: essa si esprime per istinto, procede fuori dal calcolo e dalla ponderazione. Esiste poi una differente vendetta, quella che sboccia per riportar giustizia e non per affogare la propria frustrazione: essa è pienamente rappresentata dal volo leggero della freccia, che richiede concentrazione e distacco per essere scoccata abilmente.
Conseguenzialmente, la medesima freccia tinta di nero è l’emissaria d’un disvelamento essenziale che condurrà Dick a porsi delle domande, mettendo in crisi certezze e rassicuranti prospettive: il suo stesso tutore potrebbe essere in realtà l’assassino di suo padre. Questa crisi necessaria alla crescita è ancora una volta ben rappresentata dalla freccia, che porta dietro di sé lo squasso della corda e la dolorosa separazione dall’arco: come si può giungere al bersaglio senza separarsi dall’incocco? La potenza deve necessariamente divenire azione, e perché ciò avvenga è necessaria una crisi, uno strappo, una lacerazione dolorosa. La conseguenza alla – dolorosa – presa di coscienza è la scelta: Dick decide di unirsi ai “banditi” per far chiarezza e per vendicare la morte di suo padre; la trama però si complica, poiché vi sarà anche da difendere l’amore di Joanna. Ecco allora che la freccia riveste anche il suo ruolo amoroso: legame che unisce, che annoda gli amanti ad un principio vivificante e bruciante in grado di spronare a rischiare e a mantenere la rotta anche nelle avversità.
La freccia però rappresenta soprattutto l’ineluttabilità del fato, e quest’ultimo senso riannoda tutte le sfumature precedenti. Se, pur con estrema difficoltà, è possibile arrestare un assalto, un poderoso pugno, un fendente, una volta che viene scagliata dall’incitamento della sua frusta, la freccia non può più essere richiamata indietro, non può far altro che compiere il suo sibilante destino, cercando il bersaglio. Funzionano così la vendetta, la crescita, l’amore, ed insomma la vita stessa, come Stevenson descrive: “Per la prima volta cominciò a comprendere una maledetta regola del gioco della vita: quel che è fatto, è fatto – una cosa, quando è stata compiuta, non può essere cambiata né rimediata con nessuna penitenza.”

Adattamenti televisivi e fortuna
La freccia nera è una storia che gode di una certa fama presso il grande pubblico, specie in Italia, anche grazie alle due serie televisive ispirate al romanzo. La prima risale al 1968, con regia di Anton Giulio Majano, in un periodo in cui la televisione di Stato rivolgeva grande attenzione ai classici dell’epica e della letteratura. Lo sceneggiato, escluse poche scene in cui compaiono castelli scozzesi, è stato girato in Italia, nei suggestivi paesaggi dell’Emilia Romagna e del Piemonte. Estremamente suggestiva anche la colonna sonora; per i nostri interessi è sicuramente da riportare la canzone “La freccia nera” scritta da Sandro Tuminelli, e che ben interpreta il simbolismo sottostante al romanzo che abbiamo analizzato: “La freccia nera/ fischiando si scaglia/ è la sporca canaglia/ che saluto ti dà/ vieni fratello è questa la gente/ che val meno di niente/ perché niente/ non ha./ Ma se il destino/ rovescia il suo gioco/ nascerà nel mattino/ una freccia di fuoco/ la libertà!”
La seconda serie invece è del 2006, è ispirata al romanzo, ma la storia è ambientata nel Tirolo del XV secolo, conteso tra impero e papato. (A.C.)
L’arco nella guerra delle due rose
Il romanzo s’apre con la morte del vecchio arciere Apulyard che aveva prestato servizio durante la Guerra dei Cent’anni; egli rappresenta anche una sorta d’idolo al tramonto. L’arco e le frecce, infatti, erano state determinanti nella storia militare inglese, e ancora nella Guerra delle due Rose l’arcieristica rivestì un ruolo abbastanza importante, tuttavia- verso la fine del conflitto- il perfezionamento delle armi da fuoco segnò una lenta eclissi dell’arco dal campo di battaglia. L’importanza tattica del tiro, infatti, era stata principalmente quella di indebolire la cavalleria; gli arcieri erano spesso posti in una posizione sopraelevata rispetto al campo di battaglia, così da poter agire in relativa quiete; gli archi utilizzati erano essenzialmente longbow, costruiti solitamente in legno di tasso, a volte di olmo o di frassino. Erano archi molto ingombranti e per essere utilizzati richiedevano un addestramento rigoroso e continuo; le armi da fuoco, invece, erano relativamente più maneggevoli e potevano essere utilizzate con una minore preparazione. Se l’impatto dell’arco durante la Guerra delle Due Rose, poi, fu meno decisivo rispetto a quella dei Cent’anni, per esempio, fu anche in ragione del cambiamento delle armature, che si erano evolute in modelli più spessi e rigidi proprio in funzione dell’offensiva arcieristica. Il ruolo dell’arco, comunque, continuò a ricoprire un certo rilievo anche durante la Guerra delle Due Rose, come esemplifica la battaglia di Towton, dove si stima che furono impiegati 30.000 arcieri, e che questi abbiano scagliato addirittura un milione di frecce.
La freccia nera, dunque, sembra anche raccogliere gli ultimi bagliori – in una certa misura pratici – del tiro con l’arco, consacrandolo alla sua virtù simbolica, fatta d’onore e fedeltà mascherati da brigantaggio, di ineluttabilità e ardimento. (A.C.)

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