Un’intera città, con i suoi luoghi iconici, ricchi di storia e di arte, totalmente immersa nell’aura che accompagna i Giochi Olimpici e Paralimpici dell’era moderna, col suo fiume che, sinuoso, si snoda come arteria che fa pulsare il cuore dell’Ile de France, rendendo la capitale del romanticismo uno smisurato campo di gara che accoglie atleti, tecnici, dirigenti e spettatori stretti in un unico abbraccio.
Che impagabili emozioni ci ha regalato Parigi 2024! Tra occhi strabiliati, respiri affannati e sospiri profondi, grida di gioia e urla di dolore, lacrime di vittoria e di sconfitta, applausi d’incoraggiamento e cori da stadio, esultanze pazze, bandiere al vento, personaggi da prima pagina e interpreti di secondo piano, sguardi rivolti verso un cielo volubile o verso il basso, tra tremore di paura o volti fieri privi di rimpianto, tra preghiere nascoste o scongiuri esibiti, col fragore di un grido liberatorio o il cupo silenzio di una delusione cocente. Emozioni profonde per chi ha avuto il privilegio di viverle in loco, ma un vero spettacolo anche per chi le ha seguite in TV, con la soddisfazione per il tiro con l’arco di aver avuto degli ottimi ascolti in Italia, soprattutto grazie alla finale del misto con Elisabetta Mijno e Stefano Travisani che, su Rai Due, hanno ottenuto il 12% di share con una media di oltre un milione di spettatori. Un risultato per le Paralimpiadi davvero eccellente, che si aggiunge alla chiusura perfetta di una competizione che ha visti protagonisti assoluti.
La rinomata grandeur francese esibita attraverso la “Città-Stadio” è stata un tutt’uno con le imprese degli atleti in gara e la trepidazione degli spettatori che hanno gremito le tribune, anche quando c’era la pioggia a bagnare le performance dei protagonisti, sono stati la testimonianza di una missione compiuta. Si pensava che, dopo il tutto esaurito di Londra 2012, sarebbe stato difficile raggiungere certi risultati. Ma Parigi è stata all’altezza e, tra Olimpiadi e Paralimpiadi, il seguito del pubblico sugli spalti, gli ascolti televisivi e l’inarrestabile battage dei social, a partire dal tifo da stadio dei pro e i contro sul costoso spettacolo televisivo organizzato per la cerimonia di apertura olimpica, hanno spostato l’asticella ancora più in alto, favorendo quanto si aspettava la regia di questo appuntamento: la città di Parigi, con la sua storia e le sue bellezze, in primissimo piano, anche se a discapito della centralità degli atleti, che hanno poi ritrovato il loro posto nella cerimonia inaugurale delle Paralimpiadi.
I parigini, inizialmente scontrosi e poco propensi ad ospitare il più grande evento sportivo planetario, hanno infine apprezzato il fatto che la Ville Lumiere diventasse uno scintillante faro agli occhi del mondo intero. Certo, insieme al luccichio dei Giochi, vanno considerate pure le zone d’ombra, dai prezzi gonfiati che hanno colpito cittadini e turisti, alle difficoltà degli atleti tra Villaggio Olimpico e trasporti, passando alla scarsa attenzione data alle condizioni meteo soprattutto per le postazioni media o ancora di più per i capi di Stato nella cerimonia di apertura, abbondantemente annaffiate dalla pioggia estiva (ricordate Mattarella con impermeabile trasparente sotto il diluvio?). Insomma, di situazioni da gestire meglio ce ne sono state, ma sarebbe riduttivo etichettare come negativo il lavoro del COL che, già in occasione delle Paralimpiadi, ha saputo in alcuni casi addrizzare il tiro.
Sul versante agonistico il CONI e il CIP hanno addirittura migliorato i risultati da record registrati tre anni fa a Tokyo. Lo dicono in maniera inequivocabile i medaglieri azzurri e in qualche modo anche lo smisurato numero di quarti posti. Questo significa che lo sport italiano gode di ottima salute.
E che dire del tiro con l’arco? L’Esplanade des Invalides è stata la prestigiosissima casa di tutti gli arcieri. Un impianto rimovibile da far strabuzzare gli occhi talmente era grande ed inserito in un contesto privilegiato. Nel pieno centro della città, tra la Senna il museo dell’Armée, a due passi dalla svettante Tour Eiffel e il Grand Palais, rinnovando la tradizione olimpica che pone la disciplina arcieristica nei luoghi più iconici della manifestazione. Un luogo che ha sicuramente colpito gli spettatori televisivi e ha galvanizzato i giornalisti che per la prima volta seguivano dal vivo questo sport, così come gli spettatori assiepati sugli spalti, tra la consueta schiera di tifosi arrivati da tutto il mondo e tantissimi francesi, che hanno dato il loro bel contributo di colore, stupore e sostegno. Guardando all’ambiente, conoscendo poi il nazionalismo dei transalpini, inutile sottolineare le condizioni di soggezione degli avversari quando un atleta sfidava uno degli atleti di casa…
Sul versante agonistico l’Italia ha concluso con due stati d’animo diversi i Giochi Olimpici e i Giochi Paralimpici. Nel primo evento, le medaglie vinte a Tokyo da Nespoli e Boari ci avevano fatto sperare in un podio anche a Parigi. Purtroppo, la soddisfazione della medaglia non è arrivata e per questo bisogna in primis dar merito agli avversari e poi comprendere che questo contesto agonistico ha raggiunto un livello stratosferico, dove la differenza tra la gloria e la delusione è davvero diventata una questione di millimetri. I quarti di finale sono stati fatali per il trio composto da Musolesi, Nespoli e Paoli usciti contro la Francia, per il duo Rebagliati-Nespoli eliminati dalla dominatrice Corea del Sud e nell’individuale per Mauro Nespoli, uscito nonostante tre set consecutivi da 29 punti contro il corano Lee Wooseok. Ed è chiaro che brucia assai non passare il match che ti avrebbe portati a giocarti una medaglia. Qualcosa è mancato, certo, ma poco analizzando le prestazioni dell’Italia, comprese le altre sfide individuali dove gli azzurri hanno fatto il possibile per superare il secondo turno. Per questo, al termine delle Olimpiadi, siamo tornati a casa con la consapevolezza di aver dato tutto, con un senso di incompiutezza difficile da digerire, ma non di sconfitta.
Ben altra sensazione ci ha lasciati il capolavoro colorato d’azzurro visto ai Giochi Paralimpici. Quel filo sottile che ti separa dalla gloria e dalla delusione ha ondeggiato nei nostri cuori. Inizialmente tutto sembrava andare storto, poi però la ruota ha girato e improvvisamente quei millimetri che ci avevano condannato hanno anche saputo sorriderci. Dopo i due quarti posti di Paolo Tonon nel W1 e del duo compound Sarti-Bonacina, cominciavamo a credere nella parla “sfortuna”. Ma nulla in queste occasioni deve rimanere intentato, ogni gara è a sé e, anche se le possibilità di festeggiare diventavano sempre meno, siamo stati risarciti con il bronzo storico nel W1 di Dameno e Tonon, col terzo posto di Elisabetta Mijno nell’olimpico (Betta avrebbe certamente meritato il titolo, considerando il suo percorso e i punteggi realizzati, ma così è lo sport), concludendo con l’ultimo acuto, nell’ultima gara. Anche qui, i nostri atleti si sono ripresi quello che non gli era stato dato in precedenza, chiudendo in bellezza con l’oro misto ricurvo di Mijno e Travisani. Ed è stato in quel momento che la tensione accumulata è diventata urlo liberatorio e lacrime di gioia, proprio mentre le nubi si aprivano e, mentre risuonava l’inno di Mameli, un raggio di sole ha illuminato i nostri campioni, capaci di scrivere un’altra pagina di storia, straordinaria, da leggere, rivedere e raccontare.
E te che, in quei frangenti, cerchi di rimanere lucido nonostante le emozioni. Il lavoro va finito sempre al meglio. E, solo dopo, finalmente, puoi salutare quella reggia arcieristica quando tutti ormai sono andati via e senti dentro un gratificante senso di pienezza che ha preso il posto di quell’odioso senso di vuoto. Il cuore torna ad essere leggero e suona un ritmo allegro che ti tira fuori un sorriso stupido sul volto.
Nella gioia e nel dolore. È stato bellissimo. Grazie azzurri.
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