Una giornata in particolare, quella del 3 agosto 2024, siamo certi gli rimarrà impressa nella memoria. Ma, nel complesso, è un’intera esperienza vissuta fianco a fianco con arcieri, tecnici, staff, dirigenti e volontari, tra campo di gara e gli spazi destinati al “dietro le quinte” a rendere speciale il ricordo di quanto vissuto. L’Olimpiade è il massimo appuntamento sportivo e quando ti ritrovi a ricoprire un ruolo da protagonista è facile ritrovarsi a vivere in un turbinio di emozioni che bisogna però saper controllare. Soprattutto se il tuo ruolo è quello di giudice di gara. Soprattutto se ti hanno designato per arbitrare una finale che assegna una medaglia d’oro ai Giochi Olimpici.
Essere designati per le Olimpiadi rappresenta un traguardo davvero importante per la carriera di un giudice di gara internazionale, ma la soddisfazione di essere chiamato a gestire la sfida che vale il gradino più alto del podio fa alzare ancora di più l’asticella degli obiettivi raggiunti.
Così, è accaduto che nella finale per l’oro olimpico femminile dei Giochi Olimpici di Parigi 2024, lo scorso 3 agosto, c’è stata anche un po’ di Italia sulla linea di tiro. Ad arbitrare il match decisivo nell’arena dell’Esplanade des Invalides è stato infatti designato Martino Miani, triestino, classe ’84. Un traguardo di grandissimo prestigio che arriva a coronamento di un curriculum olimpico di prim’ordine: l’esordio ai Giochi Olimpici Giovanili di Singapore 2010 e poi di nuovo in campo per l’edizione del 2014 a Nanchino. Nel 2021 è arrivata la chiamata per i Giochi Paralimpici di Tokyo e, nel luglio 2023, al 55° Congresso World Archery di Berlino, Miani è stato eletto nella Commissione Giudici di Gara fino a ricevere la convocazione per i Giochi Olimpici di Parigi 2024.
Così, dopo aver arbitrato come giudice di linea diversi match in quell’enorme palcoscenico allestito a Les Invalides, è arrivata come una ciliegina sulla torta la grande soddisfazione di arbitrare la finalissima femminile che ha visto in campo il derby tutto coreano tra Lim Sihyeon e Nam Suhyeon: “Quando me lo hanno comunicato ero tranquillo – ha detto Martino Miani al termine della competizione -. Da un punto di vista emozionale, devo dire che è stato ancora più forte dare il via alla gara di ranking round, perché in pratica ho fatto partire la gara arcieristica all’Esplanade des Invalides. Naturalmente una finale è una finale e nella memoria sicuramente mi rimarrà questo ricordo di essere stato parte di un momento fondamentale della competizione, ma devo anche aggiungere che noi arbitri siamo preparati a gestire questo tipo di situazioni”.
Martino Miani spiega come si fa a non farsi schiacciare dalle pressioni in momenti di così alta tensione: “Noi arbitri ci isoliamo rispetto a quella che è l’energia del momento, un po’ come fanno gli arcieri quando scendono in campo. A maggior ragione bisogna farlo in uno scenario come quello olimpico. L’importante è non farsi prendere dal contesto, dal tifo sugli spalti e da ciò che ci circonda”. Poi, guardando a quanto fatto a Parigi, prima aggiunge una nota tecnica e poi ripercorre il cammino di una carriera arrivata al suo apice: “I match individuali sono più facili da gestire rispetto a quelli a squadre, fondamentalmente è importante controllare che gli atleti tirino nei tempi previsti, entro i 20 secondi. Arbitrare la finale olimpica è stato il coronamento di un percorso iniziato nel 2003, quando sono diventato giudice di gara in Italia, poi il passaggio ad arbitro continentale e arbitro internazionale giovanile nel 2009, che mi ha permesso di andare alle Olimpiadi Giovanili di Singapore 2010. Nel 2012 sono diventato giudice di gara internazionale, facendo esperienza tra Campionati Mondiali e tappe di Coppa del Mondo, fino a raggiungere il traguardo delle Paralimpiadi di Tokyo. Adesso si è aggiunta questa grande soddisfazione vissuta a Parigi”. Un’esperienza che può essere da esempio per chi, in Italia, volesse seguire questo affascinante percorso arbitrale che, come dimostra Martino Miani e i suoi predecessori, può portare davvero lontano.
L’Italia vanta una grande tradizione relativa alla presenza dei suoi Giudici di Gara impegnati ai Giochi Olimpici e Paralimpici.
Il primo, in ordine di tempo, è stato una figura storica del nostro mondo, Annibale Guidobono Cavalchini, secondo Presidente nella storia della Federazione italiana tiro con l’arco, che fu designato per le Olimpiadi che hanno visto tornare la nostra disciplina nel programma dei Giochi, Monaco 1972.
Dopo Cavalchini, il compianto Gian Piero Spada, è stato designato dalla Federazione Internazionale come giudice di gara in due occasioni: Atlanta 1996 e poi Atene 2004, nel meraviglioso Stadio Panathinaiko che ricordiamo anche per la medaglia d’oro individuale di Marco Galiazzo.
A cogliere la sua eredità è stato poi Luca Stucchi, che ha arbitrato ai Giochi Olimpici di Pechino 2008.
Il primo arbitro italiano ad essere stato designato per i Giochi Paralimpici è stato invece Marco Cattani, che andò sulla linea di tiro di Londra 2012, nell’impianto allestito al Royal Artillery Barracks. A contare due presenze come Spada, c’è poi Fulvio Cantini, che ha arbitrato alle Olimpiadi di Londra 2012 e poi nuovamente Tokyo 2020, mentre Andrea Bortot si è tolto la soddisfazione di saggiare entrambe le competizioni: prima è stato giudice di gara alle Olimpiadi di Rio de Janeiro 2016, nel rinomato Sambodromo, e poi è stato il direttore dei tiri in occasione dei Giochi Paralimpici di Tokyo 2020.
A chiudere il cerchio, con un’altra doppia esperienza, è stato proprio Martino Miani che, dopo essere stato designato come arbitrato alle Paralimpiadi di Tokyo 2020, ha potuto indossare la divisa di giudice di gara anche alle recenti Olimpiadi parigine.





