Gabriele d’Annunzio è forse uno dei personaggi più equivocati e banalizzati nel panorama letterario e culturale italiano.
Ridotto a macchietta, troppo spesso usato come “Vate” di un vivere dissoluto, facile, semplicistico; nella complessità del suo esistere ha sicuramente manifestato, invece, e dato voce a simboli imperituri, essendo veramente Vate tra due dimensioni, quella visibile ed esperibile e quella superiore, eterna, immutabile.
Tra le immagini che egli ha utilizzato in maniera simbolica, vi è anche quella del tiro con l’arco. Nella sua vasta produzione i riferimenti si trovano specialmente in alcune opere piuttosto che in altre.
La metafora dell’arco rappresenta, come è intuibile, sempre la tensione verso qualcosa, ed è spesso, però, anche portatrice di un vago malessere nel subirla, come se l’ansia del bersaglio fosse esplicita, ma la natura di questo non sempre facilmente intuibile. Ci preme aprire la trattazione con una sorta d’autoritratto poetico, in cui il Vate dipinge a tinte forti i moti della sua anima, presentandoci la natura ancipite ed insaziabile del suo essere: “Vigile a ogni soffio/ intenta a ogni baleno/ sempre in ascolto/ sempre in attesa,/ pronta a ghermire/ pronta a donare/ pregna di veleno/ o di balsamo, tòrta/ nelle sue spire/ possenti o tesa/ come un arco, dietro la porta/ angusta o sul limitare/ dell’immensa foresta/ ovunque, giorno e notte/ al sereno e alla tempesta/ in ogni luogo, in ogni evento/ la mia anima visse/ come diecimila!/ È curva la Mira che fila/ poi che d’oro e di ferro pesa/ lo stame come quel d’Ulisse.”
È proprio l’incontro simbolico di D’Annunzio con Ulisse, che avviene ne Le Laudi del cielo, del mare, della terra e degli eroi (da cui sono tratti i versi precedenti ed i successivi) a fondere due simboli potenti: l’arco, di cui l’eroe è portatore (e che lo caratterizza, come rivendicatore e portatore di giustizia) ed il viaggio, l’eterno viaggio interminabile che conduce prima alla casa avita e, poi, verso nuovi e sconosciuti lidi. Si tratta d’una perenne tensione insaziabile, duplice, che si manifesta nella nostalgia del focolare e dell’ansia d’un volto dell’essere pronto a rinnovellarsi: ma verso cosa tendere l’arco? Probabilmente era questo il vero nodo problematico nello spirito di D’Annunzio, se ci è permesso far un po’ d’analisi spicciola, poiché la tensione s’accumula, si tende, ma non s’esaurisce mai. L’irrisolvibile travaglio è espresso bene nei prossimi versi, in cui ancora si vede Ulisse armato del suo bell’arco: “(…) solo ei tolto s’avea l’arco/ dell’allegra vendetta, l’arco/ di vaste corna e di nervo/ duro che teso stridette/ come la rondine nunzia/ del dì, quando ei scelse il quadrello/ a fieder la strozza del proco./ Sol con quell’arco e con la nera/ sua nave, lungi dalla casa/ d’alto colmigno sonora/ d’industri telai, proseguiva/ il suo necessario travaglio/ contra l’implacabile Mare.”
Sono dunque l’arco e la nave gli strumenti di vita dell’eroe, cui D’Annunzio vuole divenir pari: “«Odimi» io gridai/ sul clamor dei cari compagni/ «odimi, o Re di tempeste!/ Tra costoro io/ sono il più forte./ Mettimi alla prova. E, se tendo/ l’arco tuo grande,/ qual tuo pari prendimi teco./ Ma, s’io nol tendo, ignudo/ tu configgimi alla tua prua.»”
Sono ancora molti, innumerevoli, i rimandi che celano la necessità “d’ammollir il nervo dell’arco” in una qualche impresa. La vendetta fu il compimento per Ulisse, ma quale per noi? Qual è, poi, il prezzo d’una tale tensione? Indubitabilmente, anche se forse solo interiore, una solitudine aspra. Nei versi che esplicano finalmente, senza ombra alcuna, l’essenza d’esser sempre tesi, risuona lo stesso pensiero che fu di Friederich Nietzsche: “E così parlò la paura/ della solitudine in me/ per la mia fiacchezza. L’eroe/ fisso era in ben altra rancura./ «Sii solo» rispose egli a me/ «sii solo della tua specie,/ e nel tuo cammino sii solo,/ sii solo nell’ultima altura./ Il cuore è il compagno più forte./ Tre volte i guerrieri son pari:/ liberi davanti al dolore,/ liberi davanti al periglio,/ liberi davanti alla morte./ E ciascuno è pronto a sé stesso,/ ciascuno a sé stesso è fedele:/ un arco che ama il suo dardo,/ un dardo che brama il suo segno,/ un segno che è sempre lontano (…)”. S’è pronti dunque a soffrire e a morire, o forse lo si desidera? Sarebbe dunque la via facile agli spiriti indomiti quella del baleno mortale, che risolverebbe i travagli e le angosce. D’altronde, D’Annunzio amò la vita poiché fascinava la morte, e se la cercò come un’amata, scavando nell’orrida alcova della guerra, fu da questa burlato: conobbe invece la vecchiaia, la lenta mola del tempo passò su di lui, il suo genio gli fu fuoco sfibrante che ne tormentò le carni. Prefigurando la sua stessa ventura, scrisse ancora nelle Laudi: “Ahi che dal Fato,/ cui d’evento in evento/ amò di così gagliardo/ amore, non gli fu dato/ morire nel combattimento,/ morire alzato e pronto/ al più difficile varco,/ nell’atto di tendere l’arco/ lucido ponderoso/ per l’ultimo dardo,/ il grande arco d’Ulisse,/ quello dal nervo che garrisce/ come la rondine messaggera,/ quello che tende sol uno/ contro la schiera/ innumerevole!”.
Vediamo, dunque, ancora, come l’arco sia veramente sempre simbolo d’elezione e solitudine, di regalità sovrumana – e dunque penosa da sostenere – ed anche strumento di vendetta, assolutamente non intesa in senso basso, bramosa, ma come la via del ricomponimento della Giustizia: “E andai verso le cime/ con la bipenne l’arco e le saette,/ ben coturnato, a far le mie vendette”.
Dispensatore di morte, altezza gravosa da respirare, l’arco è – in un’allegoria eraclitea cara a D’Annunzio – anche immagine di vitalità ed entusiasmo, in una sintesi di vita e di morte. Tale doppia natura si manifesta nei due toni con cui il poeta parla dell’arco; il primo è quello sinora analizzato, il secondo invece dipinge una tensione felice: “Rapidità, Rapidità, gioiosa/ vittoria sopra il triste peso, aerea/ febbre, sete di/ vento e di splendore,/ moltiplicato spirito nell’òssea/ mole, Rapidità, la prima nata/ dall’arco teso che si chiama Vita!/ Vivere noi vogliamo, Ardi, correndo:/ passare tutti i fiumi, discoprirli/ dalle fonti alle foci, lungo i lidi/ marini l’orma imprimere nel segno/ sinuoso,/ nell’argentina traccia/ che di sé lascia il flutto più recente”.
Proprio nella duplice natura dell’arco si inserisce la seconda riflessione deducibile dagli scritti di D’Annunzio; questa coinvolge l’aspetto femminile, che fa da controcanto all’anima del poeta, al suo travaglio. Vi sono molte maschere femminili nelle opere di D’Annunzio, che tuttavia si possono estremizzare in due antitesi: la vergine incorrotta, pura, generosa, feconda e la donna dissoluta e piagata dal vizio – ombrosa, egoista, sterile. Tra questi due poli si muovono, tuttavia, una serie di figure intermedie (guarda caso, però, le “buone peccatrici” anelano sempre a ritrovar l’innocenza perduta), che in varie forme dialogano, tentano, seducono, esaltano, infiammano il Vate ed i suoi personaggi. Dai seguenti estratti noteremo come, riferito alle vergini, l’arco appaia sempre nel suo volto “solare”, mentre quando viene accostato alla donna corrotta l’arco appaia quale strumento di travaglio doloroso ed inesprimibile. Così, l’abbandono di Dafne all’abbraccio d’Apollo invoca che egli faccia delle sue chiome le corde al proprio arco: “Se i miei capelli, che m’avvinsero, ami,/ de’ miei capelli corda all’arco fa!/ Prendimi, Apollo!”.
Nel Fuoco, invece, è il protagonista Stelio Effrena a sentire il peso d’una tensione insolvibile (“Tanto era il suo orgasmo che gli si vedevano tremolare sotto la pelle i muscoli del viso; e la donna, guardandolo, provava una pena riflessa non dissimile a quella che avrebbe provato se dinanzi a lei egli avesse voluto tendere con uno sforzo spasimoso il nervo d’un arco smisurato”) e riconosce la medesima natura – tuttavia raggiante – in Donatella Arvale, la cantante trasfigurata nell’Arianna mitologica: “Egli divinò in lei, per un rapido intuito, lo sdegno contro la schiavitù, l’orrore del sacrificio a cui pareva costringersi, il desiderio veemente di elevarsi verso la gioia, e l’attitudine ad esser tesa come un bell’arco da una mano forte che sapesse armarsene per un’alta conquista.” Stelio – alter ego di D’Annunzio, è premuto infatti dalla necessità di voler ricostruire l’unità delle Arti (e ci pare, anche della Donna) ma non riesce, tuttavia, a vincere gli ostacoli dei contrasti, che lo esaltano e tuttavia lo frenano: ecco che torna, magnificata, la metafora dell’arco: “Conosci tu questa parola del grande Eraclito? «L’arco ha per nome Bios e per opera la morte.» Questa è una parola che, prima di comunicare agli spiriti il suo significato certo, li eccita. La udivo di continuo entro di me (…) nell’Epifania del Fuoco. Ebbi un’ora di vita veramente dionisiaca, un’ora di delirio chiuso ma terribile come se io contenessi la montagna incendiata dove urlano e si divincolano le Tìadi. (…) E mi stupivo di rimanere immobile, e il senso della mia immobilità corporea aumentava la mia frenesia profonda.” (…) “finzione di vita trascendente ch’egli stava componendo in sé per conciliare il contrasto, per conquidere quella forza nuova che gli si presentava come un arco da tendere e per non perdere il sapore di quella maturità che la vita aveva impregnata di tutte le sue essenze (…)”
Stasi e tumulto, vita e morte, generazione e sterilità, lussuria e ansia di castità: i contrasti inconciliabili hanno forse una medesima radice celata nell’equilibrio, quello stesso baricentro necessario a scoccare con precisione la freccia, quella stessa commistione di immobilità ed azione che rende il lancio possibile e sicuro. S’affannò, tra rimpianti e esaltazioni, D’Annunzio a ricercar quel medio termine dove convogliare le sue forze, dove amare e godere, dove pregare e sperare, incarnando il più febbrile artefice d’un vivere inimitabilmente lontano dalla visione che lo infiammava.
“Io so che l’armonia dell’Universo è fatta di discordie, come nella lira e nell’arco”.
Tra le multiformi attività del poeta si registra anche l’impresa fiumana, che nel 1919, portò alla proclamazione della Reggenza Italiana del Carnaro a Fiume (oggi Rijeka, Croazia). Questo stato autoproclamato, durato poco più di un anno, rappresentò un esperimento politico radicale. La Carta del Carnaro, la costituzione redatta da Alceste De Ambris e d’Annunzio, combinava elementi di anarchismo, corporativismo e democrazia diretta, prevedendo diritto di voto per le donne, diritti per lavoratori e artisti, nonché la musica come fondamento dello stato. L’impresa terminò nel dicembre 1920 con l’intervento dell’esercito italiano. (A.C.)
Parole e motti
L’eredità dannunziana si inserisce anche nel linguaggio di tutti i giorni. Sono sue: automobile (al femminile), tramezzino, velivolo, vigili del fuoco e scudetto. Tra i motti più famosi il “Memento audere semper” (Ricorda di osare sempre) e l’esclamazione “Eia, eia, alalà!” al posto dell’anglosassone “hip hip hurrà”; il suo celebre “Disobbedisco”, a proposito della volontà di far Fiume italiana, ed il “vivere ardendo e non bruciarsi mai” che condensa il tentativo di sperimentar tutto, senza lasciarsi consumare dalla propria febbre. (A.C.)






