storiaSOCIALITÀ E INTRECCI AMOROSI NELLE GARE DI TIRO CON L’ARCO VITTORIANEAndrea Cionci

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SOCIALITÀ E INTRECCI AMOROSI NELLE GARE DI TIRO CON L’ARCO VITTORIANE
di Andrea Cionci

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L’arco e la freccia: come abbiamo visto più volte, questi non sono solo un mezzo fisico, ma hanno rappresentato a livello simbolico – tra gli altri – il concetto di unione e compiutezza.
Ci occuperemo, infatti, dell’era vittoriana, un periodo tornato estremamente in voga ultimamente: è presente in tendenze di moda, è fortemente rappresentato a livello cinematografico, in moltissimi blog e giornali si parla delle stravaganze contraddittorie di uno tra i più pudibondi periodi storici.
I costumi, infatti, erano veramente rigidi e, forse anche per questo, sotto la superficie estremamente austera, si agitavano alcune tra le più curiose tendenze che ancora oggi lasciano stupefatti. Ad ogni modo, come un po’ in tutto il resto del mondo dell’epoca, alle donne non era permesso uscire sole, infatti era sempre necessaria la presenza di uno chaperone, di un accompagnatore, insomma, che sorvegliasse la retta condotta della giovane e che si accertasse che nessuno la infastidisse.
A parte le occasioni formali, dunque, per una ragazza non era cosa semplice frequentare, anche in maniera innocente, persone del sesso opposto; una notevole opportunità però veniva offerta dal tiro con l’arco, poiché durante queste competizioni non era richiesta la presenza di un accompagnatore, e di conseguenza vi era la possibilità di fare conoscenze maschili in relativa libertà.
Il tiro con l’arco, infatti, riscuoteva un grande successo nelle classi medio-alte, ed era uno sport praticato con entusiasmo anche dalla regina Vittoria; erano diversi secoli, infatti, che l’arcieria aveva smesso di essere una prerogativa prettamente militare ed era diventata un passatempo civile. Le competizioni, che fiorirono numerose in quel periodo, si poggiavano su una lunga tradizione arcieristica nel mondo britannico: l’arco e le frecce, pochi secoli prima, erano state armi fondamentali in battaglie decisive contro la Francia, e furono decantate anche da Shakespeare. Nacquero società di tiro con l’arco come la Royal British Bowmen o la Royal Kentish Bowmen, che organizzavano tornei regolari spesso patrocinati dalla casa reale: questa predilezione della corona rendeva lo sport molto diffuso anche presso i membri dell’aristocrazia (e anche questo ci sembra significativo, per quanto inconscio, dal momento che abbiamo analizzato più e più volte come l’arco e la freccia siano simbolicamente afferenti al concetto di regalità). Le regole per partecipare alle competizioni erano estremamente rigide, ed in alcuni casi prevedevano anche l’imposizione di una multa nel caso in cui un partecipante non si presentasse.
Come detto, le competizioni di tiro con l’arco offrivano alle donne la possibilità di essere un poco più libere, ed infatti l’attività arcieristica contava numerose partecipanti di sesso femminile; la Royal British Bowmen, ad esempio, ammetteva anche donne; vi sono molte fotografie e disegni che testimoniano questa diffusa partecipazione, rimandando immagine di figure femminili con abiti specifici (una giacchina corta molto stretta e tutta una serie di sottogonne), estremamente eleganti e raffinate.
La competizione, infatti, offriva anche occasione di far mostra di sé, della propria abilità, della propria destrezza e, non ultimo, della propria ricercatezza ed eleganza.
Gli abiti ed i set da tiro con l’arco di cui abbiamo testimonianza erano veramente particolari, presentavano dettagli di squisita raffinatezza, dall’arco, alla faretra e ad ogni piccolo accessorio. Un kit conservato al Victoria & Albert Museum è composto da tre parti, una coppetta a forma di ghianda che conteneva una miscela di grasso di montone e sego che veniva impiegata sui guanti da tiro per farli scivolare più facilmente sulla corda. Vi era un oggetto tubolare con stiletto appuntito, un punteruolo, che era utilizzato per segnare i punti: il bersaglio era costituito da cerchi di vario colore: uno oro, che valeva nove punti, uno rosso che ne valeva sette, uno blu che ne valeva cinque, il nero tre, ed il bianco uno. Vi era anche una lunga nappa di seta, il cui uso resta ancora incerto, ma si presume che venisse utilizzata per pulire le frecce, pratica senza dubbio stravagante, ma coerente con gli atteggiamenti vittoriani.
Oltre a rafforzare la socializzazione all’interno della stessa classe sociale (aristocratica) in un contesto abbastanza informale, le competizioni di tiro con l’arco permettevano anche di creare una rete di legami e frequentazioni tra la nobiltà e la classe emergente, l’alta borghesia.
Le competizioni con tiro con l’arco, dunque, sono state un fenomeno tutt’altro che marginale nell’epoca vittoriana, riflettendo i cambiamenti che la modernità stava portando nella società, ma sotto l’insegna della precisione, della grazia e della raffinatezza. Come riflessione conclusiva, però, ci risulta particolarmente curioso rimarcare – alla luce del fatto che in quasi tutte le tradizioni l’arco e la freccia sono simboli di unione amorosa, come esposto in un precedente lavoro – che anche in questo contesto a noi così vicino, la potenza simbolica si sia trasformata in prassi storica, permettendo alla vanità femminile di fare sfoggio di sé accanto ad una destrezza atletica che sa di mito e di bosco, agli uomini di corteggiare e primeggiare in abilità: insomma, al complesso e misterioso mondo dell’attrazione reciproca, di esprimersi attraverso simboli immortali.

Curiosità vittoriane
La società vittoriana, come ogni periodo storico, è colma di stravaganze che vale la pena approfondire.
Anzitutto, rimanendo focalizzati sulla donna, l’ideale vittoriano era estremamente “angelicato”, ma in maniera ben più drastica della visione medievale cattolica – che in fondo, teneva conto della natura umana – ma, chissà, forse per il vizio protestante d’aver espunto dall’al di là la dimensione intermedia del purgatorio, esistevano solamente due estremi: il buono ed il cattivo, e questa esasperazione ha portato a conseguenze curiose, spesso divertenti (anche se leggermente inquietanti). Pare, infatti, che le ragazze vittoriane, già costrette in corsetti molto rigidi, che impattavano gravemente sulla salute, avessero una bizzarra fascinazione per lo “stile tubercolotico”. La malattia, all’epoca un vero must internazionale, portava pallore, magrezza e consunzione (oltre ai poco affascinanti sputacchi di sangue), ispirava un’estetica romantica e sognante, e le donne cercavano di emularne la cera stringendosi ancor più nei corsetti e truccando di bianco la pelle. Anche il digiuno riscuoteva un relativo successo, sempre nell’ottica di una donna “non appartenente a questo mondo” che si presume trovasse volgare avere esigenze fisiche come nutrirsi. Ecco allora fantomatiche figure di donne che vivevano d’aria come Mollie Fancher che, a suo dire, non aveva mangiato nulla per ben quattordici anni ed era sopravvissuta.
Anche la sessualità nel periodo vittoriano è un tripudio di eccessi di senso opposto: se l’ideale vittoriano era il rispetto di un pudore inimmaginabile, che considerava tutto il sesso come sostanzialmente diabolico, e questo si ripercuoteva su atteggiamenti di un puritanesimo da far sorridere, come ad esempio coprire le gambe ai tavoli; dall’altro lato – visto che tanto tutto era male – non mancavano esplorazioni approfondite su ogni versante della sessualità. Convivevano così sia il “terrore della prima notte” in cui le giovani spose, ma spesso anche gli sposi, si ritrovavano a non aver molto chiaro qual fosse il da farsi, accanto a esperienze più fantasiose con ménage à trois e orge, sadomasochismo, zoofilia, pederastia, come ci riporta il libro “La mia vita segreta” di un anonimo della fine dell’Ottocento.
Curiosi, poi, anche i passatempi vittoriani: cosa c’è di meglio, infatti, il giorno di Natale che riunirsi con i bambini intorno alla tavola, mettere dell’uvetta nel brandy, poi dargli fuoco e gareggiare a chi riesce a prendere più acini dalle fiamme? (A.C.)

 

I Preraffaelliti
Quando si dice epoca vittoriana, è quasi automatico pensare ai Preraffaelliti, il movimento artistico sorto come ribellione al manierismo accademico, contraddistinto da un uso vivo del colore, dai temi mitologici e, coerentemente con il gusto neogotico dell’epoca, da una forte fascinazione per il medioevo. Il loro stile di vita era certamente bohèmien, la loro arte intrisa di aspirazioni spirituali, ed il loro interesse vastissimo.
Oltre all’arte pittorica, all’interno della corrente preraffaellita è da segnalare anche il movimento Arts and crafts di William Morris, particolarmente interessante perché aveva già colto la deriva dell’industrializzazione (che, c’è da ricordarlo, all’epoca aveva sollevato le nazioni verso un benessere mai conosciuto e, contemporaneamente, verso una miseria senza precedenti). Il movimento opponeva alla standardizzazione il buon lavoro artigianale nella prospettiva di unire l’arte all’utilità degli oggetti d’uso quotidiano.
L’influenza dei preraffaelliti è amplissima, e non si limita solo alla pittura: l’attenzione rivolta a questo periodo ha ispirato il mondo del cinema ed anche correnti underground, arrivando anche all’ambito musicale. Negli album di Sister of Mercy e Bauhaus i rimandi ai preraffaelliti sono espliciti, e non mancano presso altri gruppi anche rimandi indiretti, fascinazioni ed ispirazioni. (A.C.)


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