Quando si parla di arco e freccia nella mitologia uno dei temi più ricorrenti è l’episodio della caccia calidonia, una delle battute venatorie più famose della storia, che ha influenzato, effettivamente, la cultura occidentale.
La storia è apparentemente semplice: il re Eneo dimentica di onorare la Dea Artemide durante le celebrazioni sacre, nelle quali rende omaggio a tutti gli altri dei.
La dea, chiaramente irata, si vendica scatenando un imponente cinghiale che devasta tutti i campi coltivati del regno: Omero descrive con pennellate vivissime lo sdegno divino: “Ella dunque, stirpe divina, l’Urlatrice, irata, gli mandò contro un feroce cinghiale selvaggio, zanna candida, che prese a conciar male la vigna d’Eneo; molti alberi alti stendeva a terra, rovesci, con le radici e con la gloria dei frutti. L’uccise Meleagro, il figliuolo d’Eneo, chiamando cacciatori da molte città e cani, ché vinto non l’avrebbe con pochi mortali, tant’era enorme, e gettò molti sulle pire odiose.”
Uccidere un cinghiale, lo sappiamo, non è impresa facile: ma se questo è scatenato dall’ira divina è praticamente impossibile da fermare. A Calidone si decide, come accennato nei passi di Omero, di sottoporre la prova ai più valenti eroi, che formano una compagnia di caccia per sconfiggere la bestia, e tra questi figura una donna d’eccezione: si tratta della cacciatrice Atalanta, vissuta, guarda caso, sotto la protezione della dea Artemide.
Alcuni tra gli uomini non sembrano accogliere con favore la presenza di una donna tra le fila della compagnia, forse per timore di dover proteggere un essere delicato in un contesto di gran rischio.
Atalanta, però, non ha certo bisogno di qualcuno che le guardi le spalle: cresciuta sui monti, è un’abilissima cacciatrice, col suo arco ha già ucciso due centauri che, invaghiti dalla sua prodigiosa bellezza, volevano violentarla.
Meleagro non resta indifferente alla bellezza fiera e indomita della cacciatrice, ed in quanto principe di Calidonia insiste affinché lei possa prendere parte alla battuta.
La sua scelta porta in sé una fortuna dal duplice volto: i due giovani, infatti, si inseguiranno nel bosco dando la caccia al cinghiale in una tensione dove l’erotico ed il cruento si fondono come in una danza.
Diverse fonti descrivono la caccia in maniera piuttosto brutale, sottolineando come il cinghiale fosse quasi invulnerabile, seppure colpito: nessuno riusciva a frenare la sua furia.
Entra in gioco, a questo punto, il ruolo essenziale della freccia: è l’unica arma che riesce laddove tutte le altre avevano fallito: a tirarla è il braccio di Atalanta, la forza numinosa che sgomenta, che apre il varco all’opera virile di Meleagro: lei ferisce, lui finisce.
Può sembrare opera da poco, ma in quel frangente regnava un vero disordine e panico all’interno della compagnia. La belva, che era stata stanata, aveva attaccato con furia cieca, spingendo Nestore a trovare rifugio su un albero, mentre il giavellotto di Giasone non riusciva a raggiungerlo, Telamone colpì per errore suo cognato, Peleo e Telamone rischiarono un attacco, ma fu proprio in quel frangente che la freccia di Atalanta ferì il cinghiale, permettendo loro di sfuggire. Tuttavia, Anceo e Ileo, insieme a molti cani da caccia, persero la vita. Anfiarao accecò la bestia con un colpo di pugnale all’occhio, mentre Meleagro, per salvare Teseo dall’attacco, lo trafisse con un giavellotto al ventre e poi lo finì con una lancia al cuore.
La storia, a questo punto, sembrerebbe conclusa per il meglio, ma in realtà si complica terribilmente: se infatti Meleagro era già stato visto con sospetto per aver accolto tra i cacciatori la bella armata d’arco, ora pare loro intollerabile che questi, ucciso l’animale, voglia donare la sua pelle e la sua testa ad Atalanta. Si scatena una lite furibonda che finisce in battaglia, Meleagro ucciderà i suoi stessi zii, fratelli della madre, per difendere le sue pretese amorose.
La svolta tragica porta a questo punto a compimento una vecchia profezia, apparentemente incomprensibile, fatta ad Althea, madre di Meleagro.
Durante l’affanno del parto, infatti, le si presentarono le tre Moire, le divinità che dipanavano il filo della vita dalla nascita alla morte (simili, per chiara assonanza, alle fate che dispensano doni e fortune a “La bella addormentata”). Le prime due, Cloto e Lachesi, suggeriscono per il nascituro un futuro ricco d’onore e ardimento; Atropo (l’Inevitabile, la Moira del trapasso) indicò però con fare sibillino un ciocco di legno che bruciava nel camino, sostenendo che la vita del nascituro sarebbe stata strettamente legata al tizzone, e sarebbe terminata con la sua consunzione.
Tale avvertimento sembrava non essere particolarmente terribile, bastava infatti sottrarre il ciocco alle fiamme e metterlo al sicuro (cosa che infatti Althea fece) per concedere una vita estremamente longeva a Meleagro.
La regina, tuttavia, non sapeva che quel ciocco si sarebbe rivelato un’arma quiescente tra le sue mani: lei, che lo aveva sottratto alle fiamme e nascosto con premura, la sola a conoscenza del segreto del fuoco e del nascondiglio ombroso, non sapeva che sarebbe stata la sua mano, spinta dalla vendetta, a rendere fatale il verdetto di Atropo.
Althea fu allora chiamata in causa in quanto custode della stirpe – rappresentata dal figlio – ma anche delle tradizioni e del sangue avito, rappresentate dai fratelli.
Sconvolta dalla situazione, e come spinta in un nuovo travaglio, la regina si risolve infine a gettare tra le fiamme il ciocco cui era legata le vita di suo figlio; questi, vinto da una fiamma invisibile che ne bruciava le forze, da un braciere distante e sotto gli occhi della sua stessa madre, morì come spegnendosi.
La sua morte è assurta in un certo qual modo ad esempio della morte in sé, entrando nell’immaginario collettivo come piena rappresentazione dell’abbandono del soffio vitale dal corpo.
Il mito, comunque, offre interessanti spunti di riflessione: perché, tra tutti gli dei, il re ha dimenticato proprio colei che era maggiormente venerata a Calidonia, come testimonia il Laphrion, un santuario dedicato proprio ad Artemide e Apollo?
E perché, elemento fatale, a permetterne l’uccisione è proprio una seguace di Artemide, Atalanta?
Atalanta, infatti, secondo il mito era stata cresciuta da un’orsa, in un certo qual modo personificazione della dea Artemide, dopo essere stata abbandonata dal padre che desiderava un figlio maschio.
Il tema dell’orsa rimanda ad una pratica iniziatica femminile, nella quale le sacerdotesse di Artemide, chiamate “orsette”, servivano la dea – che tutelava al contempo i boschi ed i confini, e dunque l’integrità del corpus sociale – per liberare ed infine liberarsi dell’aspetto selvatico proprio della giovane età, al fine di entrare pienamente nell’ambito sociale con il rispettivo status di mogli e madri.
Ad Atene in epoca classica è documentato un rito in onore di Artemide Brauronia a cui le giovani ragazze dovevano sottoporsi prima delle nozze, l’arkteia o rito del fare l’orsa. La ricostruzione del rito è fortemente problematica. È tuttavia certo che l’orsa, almeno a livello simbolico, vi rivestiva un ruolo del tutto centrale. Risulta inoltre che tale simbolo si veniva ad intrecciare con un altro: il krokotos, ossia una veste color zafferano. La lettura combinata dei miti di fondazione del rito brauronio, di testi appartenenti ad una tradizione favolistico-proverbiale riguardante il krokotos e dell’insieme delle notizie “scientifiche” e mitologiche riguardanti l’orso nel mondo greco orienta verso un’interpretazione della duplice simbologia del rito brauronio centrata sulla liberazione dalla selvatichezza che i Greci attribuivano ai giovani. Tale atto rituale, realizzato nell’ambito del culto di Artemide, divinità preposta ad assicurare i giusti confini, era condizione essenziale per l’integrazione delle ragazze nella comunità civica nel loro ruolo di spose e madri di futuri cittadini.
Atalanta appare nella sua duplice essenza di vergine armata e di oggetto di desiderio erotico, e sembra compiere con Meleagro una sorta di “unione casta”, ed il mito – non sempre lineare – sembra suggerire che è stata la dea Artemide a compiere, nel corpo allenato della sua seguace, quel responso di onore e gloria – offrendo all’eroe una sfida all’altezza (il cinghiale imbattibile) e lasciando alla madre la libertà di scegliere se compiere l’ultima profezia.
L’arco e la freccia, dunque, sono in questa storia tormentata armi di seduzione e vittoria, che infiammano, fino a condurlo alla morte, l’animo del giovane Meleagro.
È la freccia di Artemide ad istruire Atalanta, ed è la dea a fornire al destino dell’eroe la sua prova di coraggio, è lei, la dea dell’arco, a mettere al suo fianco una vergine coraggiosa, ed è una freccia l’unica arma che avvicina e colpisce il terribile cinghiale.
Cardine di una delle più commoventi storie mitologiche, la freccia porta nel suo sibilo il casto connubio di Meleagro ed Atalanta, tra l’amore, la furia, la vendetta e la morte.
Il “Braccio di Meleagro” è un elemento iconografico che trasuda potenza espressiva nel mondo delle arti visive. Questo termine, derivato dalla tradizione artistica, evoca la figura del leggendario eroe della mitologia greca, Meleagro, la cui morte è stata ritratta innumerevoli volte su sarcofagi e anfore antiche.
La caratteristica principale del “Braccio di Meleagro” è la sua posizione inerte e abbandonata, un simbolo eloquente della morte e della passività del corpo. Questa postura, adottata da numerosi artisti nel corso dei secoli, ha trovato applicazione non solo nel ritratto di Meleagro stesso, ma anche in altre rappresentazioni di figure defunte, inclusi il Cristo morto e altri protagonisti di dipinti e sculture.
Un esempio notevole di come il “Braccio di Meleagro” sia stato utilizzato per accentuare la resa e l’assenza di vita è presente nella “Deposizione” di Caravaggio. In questa opera, il braccio inerte del Cristo giace in una posizione che richiama la tradizione iconografica del “Braccio di Meleagro”, sottolineando così la vulnerabilità e la tragedia della scena.
Oltre alla Deposizione di Caravaggio, altre opere pittoriche e scultoree esemplificano l’uso efficace del “Braccio di Meleagro” per trasmettere un senso di morte e abbandono. Questo elemento iconico, radicato nella tradizione artistica antica, continua a esercitare un potente impatto emotivo e simbolico nell’arte visiva contemporanea, evidenziando la persistenza e l’universalità dei motivi espressivi attraverso i secoli. (A.C.)
Una tragica morte fortemente connessa al tema del cinghiale è anche quella di Adone, che rappresenta in un certo qual modo lo speculare di Meleagro.
Il giovane, infatti, era bellissimo e profondamente amato da due dee che rappresentano il duplice aspetto – generativo ed infero – della femminilità: rispettivamente Afrodite e Persefone.
Secondo il mito, il dio della guerra Ares- ingelosito dall’ossessione della sua amante per il giovinetto, avrebbe mandato un cinghiale – suo animale sacro – contro Adone, provocandone la morte.
Afrodite rimase accanto al corpo morente, accompagnandolo nel trapasso con calde lacrime di disperazione, che – secondo la leggenda – si mescolarono al sangue sgorgato dal corpo ferito a morte, generando il fiore dell’anemone, bellissimo e fragile come la vita d’Adone.
E’ interessante notare due aspetti: anzitutto, anche nella leggenda della caccia calidonia Ares è presente, ed è interessante che l’animale scelto da Artemide per punire la dimenticanza del re sia proprio il cinghiale, sacro ad Ares. Il dio della guerra, infatti, secondo alcune versioni aveva fatto sua Althea, che aveva concepito Meleagro.
Inoltre, l’ipotesi più accreditata su Adone è che derivi da una divinità della vegetazione e dei cicli stagionali, Tammuz, di origine orientale; la versione classica, raccontata dal romano Ovidio nelle sue Metamorfosi sembra però calcare su un simbolo: la superiorità di Marte (dio romano della guerra, ma anche della fertilità dei campi) su quello orientale. (A.C.)





