storia SAMURAI E TIRO CON L’ARCO Andrea Cionci

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SAMURAI E TIRO CON L’ARCO
di Andrea Cionci

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Il Samurai: affascinante guerriero asceta, che siamo soliti immaginare accompagnato dalla katana, era legato anche a un’altra arma, l’arco.

L’uso dell’arco in Giappone ha origini antiche, risalenti a periodi preistorici; ma incominciò ad avere un ruolo centrale nella cultura e nella pratica marziale del paese proprio con l’affermarsi della casta dei Samurai; la loro pratica di addestramento, infatti, era definita kyûba no michi, la Via del Cavallo e dell’Arco, poiché incarnava principi legati alla precisione, alla velocità e alla maestria.

Questo genere di preparazione, che era un vero e proprio addestramento fisico ma che serviva anche a disciplinare l’interiorità, era molto rigorosa ed occupava il Samurai sin dalla tenera età; il fisico e la mente – sotto le cure accorte di maestri esperti – divenivano così capaci di scoccare con potenza e precisione, adempiendo sia a doveri militari che spirituali.

Tra le pratiche di arcieristica più antiche presenti in Giappone vi è una forma di tiro con l’arco a cavallo, ancora praticata durante festival e cerimonie religiose, chiamata Yabusame.

Gli arcieri devono colpire dei bersagli con le loro frecce mentre galoppano velocemente, coniugando potenza e grazia. Oltre alla profonda connessione che vi deve essere tra cavallo e cavaliere, un ruolo fondamentale è svolto dalla presenza mentale dell’arciere, che deve essere in grado di prevedere con un certo anticipo il momento adatto a scoccare la freccia, tenendo conto anche del moto del cavallo. La cerimonia che esalta la destrezza ed il coraggio degli arcieri, è anche un atto di devozione nei confronti degli dei, come forma di purificazione ed invocazione di protezione. L’esibizione, infatti, si svolge solitamente davanti ad un santuario, e gli arcieri indossano ancora oggi abiti tradizionali: quando gli atleti riescono a colpire molti bersagli, si ritiene che gli dei stiano dimostrando il loro favore a beneficio dell’intera comunità.

Le origini di questa pratica risalgono al periodo Kamakura (1185-1333), e rientrava nell’addestramento militare per i Samurai. Oggi – malgrado il profondo cambiamento che la società nipponica ha subito – lo Yabusame continua ad esistere come forma di arte marziale che combina pratica sportiva e devozione religiosa, ma rappresenta sicuramente anche una forte attrazione turistica per la particolare spettacolarità dell’evento.

Un’altra celebrazione che si svolge in Giappone, tra quelle legate all’arco, è il Toshiya, durante il quale gli arcieri si riuniscono per competere in gare di tiro con l’arco, che anche in questo caso riveste un ruolo propiziatorio.

La nascita del Toshya risale al 1606, quando un arciere di nome Asaoka Heibei, scagliò ben 51 frecce in rapidissima successione nella veranda del tempio Sanjusangendo. L’evento suscitò una grande competizione tra arcieri, che accorrevano da diverse parti del paese.

Il festival di Hatsu Uma (primo giorno del cavallo – si intende nel mese di febbraio), che si svolge nella città storica di Kamakura, situata a sud di Tokyo, include gare di tiro con l’arco, oltre che svariate altre competizioni.

Vi è però da sottolineare una particolarità: infatti, anticamente questa festa avrebbe dovuto celebrare la primavera, poiché infatti il calendario era lunare; ad oggi invece – con il calendario attuale – l’evento cade proprio in uno dei mesi più freddi e tutt’altro che primaverili.

Questa cerimonia, dunque, era connessa al risveglio della terra, alla veste preziosa che la primavera distende su tutti i campi, compiendo quel prodigioso miracolo che in Giappone prende il nome di Hanami, la celebrazione della fioritura dei sakura, i ciliegi. Rappresenta, anche il tiro con l’arco, un gesto che univa il mondo guerresco alla prosperità della terra, coinvolgendo due piani apparentemente distinti, ma questo non deve stupire perché – come d’altronde anche nella religione romana Marte era invocato per la prosperità dei campi – anche in Giappone il dio che presiede alla guerra (ed è, nel nostro caso, rappresentato sempre armato di arco) è anche il dio dell’abbondanza dei raccolti.

Un’altra forma di esercizio arcieristico ancora presente in Giappone è il kyudo, e anche questo risale alla pratica di formazione del Samurai.

Il kyudo, infatti, non è solo una pratica marziale, ma anche una forma di meditazione e disciplina spirituale che prevede una grande maturazione interiore, ed una capacità di armonizzare lo stato di avanzamento spirituale con un atto esterno, sublimando nel tiro con l’arco.

Gli arcieri cercano di raggiungere uno stato di armonia interiore mentre scoccano le frecce, unendo mente, corpo e spirito in un’unica azione fluida e impeccabile. La meditazione tende a “spersonalizzare” l’arciere che non deve rimanere focalizzato su sé stesso “decidendo” quando scoccare la freccia, al contrario deve trascendere la propria coscienza fino a divenire un tutt’uno con la freccia che sarà scoccata in maniera quasi inconsapevole.

Il kyudo trova particolare risalto all’interno dell’Atsuta Matsuri, una cerimonia religiosa giapponese che si tiene in alcuni santuari shintoisti.

Questo festival, ricco di simbolismo e tradizione, tiene ancora vivo l’immaginario che ci permette di cogliere quello che dovette essere aderire alla via del Bushido, il codice di condotta del Samurai.

Le origini dell’Atsuta Matsuri risalgono a secoli fa, quando appunto l’arco era considerato una delle abilità più importanti per un guerriero giapponese, in particolare per i Samurai. Questa cerimonia era un momento per onorare gli dei del santuario e chiedere la loro protezione e benedizione per il paese, per la comunità e per coloro che praticavano l’arte del tiro con l’arco.

Come accennato, nell’ambito dello Shintoismo, l’arco è spesso associato a divinità come Hachiman, il dio della guerra e della divinizzazione dei guerrieri. Pertanto, il tiro con l’arco durante l’Atsuta Matsuri è considerato un atto di devozione e rispetto nei confronti degli dei, oltre che un’espressione di disciplina e abilità da parte degli arcieri.

Nonostante i cambiamenti sociali e culturali nel corso dei secoli, l’Atsuta Matsuri continua a essere una parte importante della cultura giapponese. •

 

 

L’arco giapponese

Gli archi giapponesi, conosciuti come “yumi”, hanno una storia antica e sono parte integrante della cultura e della tradizione giapponese.Gli archi yumi sono caratterizzati da un design unico che li differenzia dagli archi occidentali: sono, infatti, asimmetrici, con il flettente inferiore notevolmente più corto rispetto a quello superiore. L’impugnatura così lontana dal centro geometrico dell’arco ha suscitato per molto tempo le più svariate ipotesi, ma si è giunti a capire che con archi così lunghi (quelli giapponesi possono arrivare anche a 250 cm) l’impugnatura bassa conferisce diversi vantaggi, come ad esempio la quasi assenza di vibrazioni dovute al ritorno dei flettenti.

Altra caratteristica distintiva risiede nell’incocco della freccia, che viene posizionata a destra (e non a sinistra) consentendo di caricare moltissimo con il braccio, praticamente fino alla spalla, incrementando la potenza di penetrazione.

Vi è poi il disassamento della corda, che passa lungo lo spigolo destro dell’arco quando è armato; tale caratteristica consente di scagliare la freccia con un angolo di uscita inferiore.

L’arco yumi era inizialmente realizzato con un legno duro e due lamine di bambù poste sulla faccia esterna ed interna dell’arco, ma a partire dal periodo Edo (1603- 1868) la parte interna fu sostituita da due listelli di bambù, e si incominciò a conciare chimicamente la lamina esterna per aumentarne resistenza e durata.

Durante il periodo Edo, inoltre, il tipico guanto morbido da guerra utilizzato tradizionalmente in Giappone venne sostituito da un guanto con il pollice rigido con una tacca per agganciare la corda – che viene utilizzato ancora oggi. Anche l’arco subì diverse migliorie, e l’equipaggiamento assunse l’aspetto che ancora oggi ha nella pratica del kyudo, disciplina che proprio nel periodo Edo ebbe il suo maggior sviluppo.

L’abilità nell’uso dell’arco, come abbiamo visto, era considerata fondamentale per un Samurai, e l’addestramento con questo era parte integrante del loro percorso di formazione, tanto che infatti la via del guerriero era inizialmente conosciuta come la via dell’arco e del cavallo.

Gli archi usati dai Samurai non erano solamente armi, ma anche scrigni di bellezza e di perfezione artistica, oltre che strumenti perfetti per un micidiale uso bellico.

Gli archi yumi continuano a essere fabbricati e utilizzati oggi: esistono modelli in fibra di carbonio o di vetro – rendendo i costi nettamente inferiori – ma esistono ancora archi di bambù, che tuttavia vengono utilizzati solamente dai più esperti; questi ultimi, malgrado esistano numerosi e valenti yumishi (costruttori di archi) preferiscono realizzare da sé il proprio arco, mantenendo viva una tradizione millenaria e il legame con il fiero passato del paese.

(AC)

 

 

Le donne armate d’arco: Onna Bugeisha

I Samurai, come visto, si sottoponevano ad una disciplina estremamente dura e severa; alle loro consorti veniva richiesto altrettanto; infatti dovevano essere in grado di proteggere la casa e la famiglia.

Per questo motivo, le figlie dei Samurai, chiamate anche bushi, venivano addestrate all’uso delle armi, in particolare del naginata, una lama ricurva montata su una lunga asta, che consentiva loro di mantenere una distanza di sicurezza dagli avversari, offrendo loro un vantaggio nel combattimento diretto con avversari fisicamente più forti. Alcune di loro, che eccellevano in questo ruolo difensivo, potevano partecipare attivamente alla battaglia al fianco degli uomini, guadagnandosi il titolo di onna bugeisha, ovvero le donne guerriere. La loro presenza aggiungeva forza e determinazione alle file dei guerrieri e spesso giocavano un ruolo cruciale nella difesa dei loro territori.

Tra le onna bugeisha più celebri vi era la leggendaria Tomoe Gozen (circa 1157-1247), nota per la sua straordinaria bellezza ed il suo coraggio. Dotata di eccezionale abilità con l’arco e la spada, era in grado di affrontare qualsiasi avversario sia a cavallo che a piedi. Addestrava i cavalli con maestria e il generale Minamoto Yoshinaka, di cui era concubina, la considerava il suo più fidato capitano, facendola partecipare attivamente alle battaglie.

Oltre a Tomoe Gozen, altre Onna Bugeisha sono diventate leggendarie per le loro gesta in battaglia. Tra queste vi sono figure come Hangaku Gozen e Nakano Takeko, che si distinsero per il loro coraggio e la loro abilità nelle arti marziali.

L’uso dell’arco da parte delle Onna Bugeisha ha contribuito a consolidare il ruolo delle donne sia, eccezionalmente, come guerriere, sia come custodi del loro clan.

(AC)

 

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