L’Italia colleziona sette medaglie (1 oro, 5 argenti, 1 bronzo) nella prima uscita internazionale della stagione. In Repubblica Ceca brilla soprattutto Stefano Travisani,
primo nel ricurvo open
La prima spedizione dell’annata è ricca di medaglie e soddisfazioni, conferme e sorprese: la Nazionale italiana Para-Archery, in Repubblica Ceca, cala il “settebello”. Perché sette sono le medaglie conquistate dagli azzurri a Nove Mesto, dove è andata in scena la European Para-Archery Cup. Un oro, cinque argenti, un bronzo: un bottino di grande rilievo, che vale il quinto posto assoluto nella graduatoria generale della competizione internazionale. Bottino che rappresenta pure il viatico migliore per il prossimo appuntamento. Ancora in Repubblica Ceca: nello specifico, a Pilsen, sede dei Campionati del Mondo. Dal 17 al 24 luglio, in palio ci saranno anche i primi pass per i Giochi Paralimpici di Parigi 2024.
ORO – A Nove Mesto, la pagina più luminosa è scritta con inchiostro dorato da Stefano Travisani, il quale, a distanza di cinque anni dall’ultimo successo internazionale (e individuale), si regala un primo posto da applausi. Decisivo, nel ricurvo, il successo sul francese Guillaume Toucoullet per 7-3, in una finale condotta in maniera impeccabile dall’atleta del Gruppo Sportivo Paralimpico della Difesa. L’avvio è maiuscolo, come testimonia il 27-26 con cui Stefano archivia il primo set: il vantaggio viene poi mantenuto nel secondo (25-25), mentre la forbice si allarga nel terzo (27-26). Ma Toucoullet è un osso duro e, a mollare, non pensa neanche lontanamente: non a caso, si aggiudica il quarto parziale per 26-23. Tutto riaperto? No, Travisani chiude a doppia mandata la questione e, grazie al 29-27 delle ultime tre frecce, la spunta con merito. E si gode le note dell’inno di Mameli dalla postazione più nobile del podio.
ARGENTO – Ben cinque i secondi posti ottenuti dalla Nazionale guidata da Guglielmo Fuchsova. A cominciare da quello della coppia Veronica Floreno-Vincenza Petrilli, nella prova a squadre femminile. Il percorso delle azzurre è da applausi, ma l’ostacolo conclusivo ha il volto e i contorni di Eroglu e Sengul, che la spuntano 5-3 e fanno sventolare la bandiera della Turchia sul pennone più alto. Turchia fatale pure per Travisani e Verzini, nella gara a squadre maschile dell’arco olimpico. Dopo una semifinale al cardiopalma contro la Gran Bretagna di Phillips e Radigan, battuti 5-4 (16-15) allo shoot off, Stefano e Giuseppe non riescono a superare Papagan e Savas: 5-3. I turchi scattano meglio dal via (35-29), ma il duo italiano dimostra di avere carattere e personalità, oltre alla qualità. Così, dopo l’equilibrio del secondo parziale (32-32), prendono il sopravvento nel terzo (38-33). L’epilogo, però, è amaro. E la Turchia mette le mani sull’oro, grazie al definitivo 37-36.
È d’argento, ma vale almeno quanto l’oro, la medaglia delle azzurre impegnate nel W1: Asia Pellizzari e Daila Dameno. Due atlete che stanno affinando sempre più l’intesa e si sono inchinate solo alle padrone di casa della Repubblica Ceca (131-119): Brandtlova e Musilova. Così come d’argento è il W1 maschile, ma a livello individuale. E il merito è di Paolo Tonon, superato a un soffio dalla gloria da un campione come David Drahoninsky: 141-135 il risultato per il portacolori della Repubblica Ceca. Incredibile l’equilibrio nelle tre volée di partenza, chiuse tutte in parità: 27-27, 28-28 e 29-29. A spezzare lo stallo, però, è l’atleta ceco, abile a prendersi un buon vantaggio nel quarto parziale (29-24) e ad aggiudicarsi definitivamente il confronto con il 28-27 che fa calare il sipario. Applausi, inoltre, per l’Italia del compound mixed team. E, in particolare, per Eleonora Sarti e Matteo Bonacina, arrivati vicinissimi all’oro. È l’India di Devi e Kumar a spuntarla al fotofinish: allo spareggio e per un singolo punto (150-150, 20-19). L’equilibrio la fa da padrone fin dalle frecce d’avvio (37-37), ma gli indiani innestano le marce e conquistano secondo (40-38) e terzo parziale (37-36). Sarti e Bonacina, in realtà, non arretrano di un centimetro: confezionano una splendida rimonta nella quarta volée (38-35) e spingono la sfida allo shoot off. Tuttavia, l’India non sbaglia più un colpo e primeggia.
BRONZO – La terza medaglia nel W1 arriva per merito di Francesco Tomaselli e Paolo Tonon. Dopo l’eliminazione in semifinale per mano della Repubblica Ceca, gli azzurri riannodano il filo del discorso contro l’India di Ansari e Dalal. E dominano la finale per il bronzo: 126-95. La coppia “To-To”, Tomaselli e Tonon, si aggiudica tutti e quattro i parziali (30-18, 34-29, 30-24 e 32-24) e non dà scampo agli avversari.
A UN SOFFIO DAL PODIO – Non è necessario andare sul podio, per comprendere se una prestazione è di spessore elevato. Come nel caso del compound con Eleonora Sarti e Maria Andrea Virgilio, a cui le atlete indiane (Jyoti, Devi) negano la medaglia nella sfida conclusiva (150-148). Lasciato alle spalle il 38-38 di partenza, le azzurre si aggiudicano il secondo set, ma cedono 39-38 nel terzo. E 38-36 in un epilogo che sorride all’India. Quarto posto pure per il mixed team W1: Asia Pellizzari e Paolo Tonon lasciano strada ai padroni di casa della Repubblica Ceca (Musilova e Drahoninsky), vittoriosi 137-127. E subito in palla nei primi tre set (30-25, 32-31 e 39-34): vano, per quanto generoso, il tentativo di rimonta della coppia italiana. Pellizzari si classifica al quarto posto anche nella gara individuale del W1: a dividere Asia dalla medaglia è Tereza Brantdlova, che ha la meglio per 127-119. Nonostante l’ottima reazione dell’arciera di Riva del Garda. •
La aspettava da cinque anni, la medaglia d’oro di respiro internazionale, in una gara individuale. Ed è arrivata. O meglio, se l’è andata a prendere lui: con tenacia e perseveranza, talento e qualità. Stefano Travisani torna da Nove Mesto con un carico di fiducia. E un primato dal sapore particolare: “Sì, il sapore del riscatto. Questo successo mancava da tanto, troppo tempo: essere tornato sul gradino più alto del podio è un grande orgoglio. E una soddisfazione unica: ho dovuto aspettare un bel po’ di tempo – sorride – ma ne è valsa la pena”.
Anche perché l’oro non era in preventivo: “Sapevo di potermi esprimere su buoni livelli, ma non fino a questo punto. La vittoria è stata inaspettata. Nel momento in cui è terminata la fase di qualificazione e ho controllato i risultati, sono rimasto sorpreso dal fatto di essere primo”. La chiave del trionfo di Nove Mesto, in fondo, è molto semplice: “La serenità. È un periodo in cui sono semplicemente più tranquillo: una condizione forse dettata dall’essere diventato un atleta professionista a tutti gli effetti. Ora faccio parte del Gruppo Sportivo Paralimpico della Difesa e questo mi ha dato una maggiore stabilità”.
In azzurro, Travisani vanta un ampio bagaglio di esperienze: “Quella di Nove Mesto è una trasferta ormai rodata. Sapevo a cosa sarei andato incontro: anche in termini di criticità a livello meteorologico. Abbiamo preparato bene la trasferta. E, in tal senso, il raduno svolto in Inghilterra è servito parecchio. Eravamo pronti a tutto. Tanto è vero che, di fronte alla pioggia e alle basse temperature, non ci siamo fatti prendere dal panico. Al contrario, abbiamo mantenuto concentrazione e lucidità”. Stefano non lascia nulla al caso: “La preparazione avviene in maniera curata e su più fronti. È a 360 gradi: non è legata solo all’arco o alla sfera tecnica, ma pure all’ambito fisico e alla nutrizione”.
Per il trentasettenne di origine milanese, Nove Mesto è un punto di partenza: “Dopo aver vinto a Olbia, nel 2018, ho preso parte agli Europei di Pilsen. Ma, a due mesi di distanza dal successo in Sardegna, è andata male: mi sono caricato di troppe aspettative, ho disputato una brutta gara. E sono entrato in un tunnel. Ora, cinque anni più tardi, mi ritrovo ad aver vinto una gara internazionale e con un altro appuntamento a Pilsen in programma: stavolta un Mondiale, in cui mi giocherò la qualificazione alle Paralimpiadi di Parigi, nel 2024. Spero sia un cerchio che si chiude. Di sicuro darò il massimo”.
Stefano è il giudice più severo di sé stesso: “Devo ricordarmi più spesso che ho ottenuto dei buoni risultati, anche in condizioni non facili. In fondo, una medaglia l’ho sempre portata a casa e sono riuscito a centrare diversi obiettivi. Prima ero più incosciente. Una volta scoperto di avere un talento nascosto, mi sono perso un po’ per strada, anche a causa della poca esperienza su come affrontare certe situazioni. Ora mi ritengo una persona molto più consapevole delle proprie capacità. Ho capito che il talento da solo non basta, ma va coltivato costantemente e alimentato da grandi sogni”.
È sempre stata abituata a bruciare le tappe: nel nuoto (alle Paralimpiadi di Atene 2004), nello sci (Torino 2006, con la conquista di due medaglie, e Vancouver 2010). E ora nel tiro con l’arco. Daila Dameno è a contatto con le frecce e i bersagli da appena un anno. Ma ha già fatto centro. Anche alla European Para-Archery Cup: “La mia prima gara è coincisa con i Campionati italiani di Lanciano 2022 – racconta – anche se la competizione di Nove Mesto era ben altra cosa. Non è stato facile trovarsi di fronte a così tanti campioni. Il bilancio è comunque positivo: ora ho dei limiti e ne sono consapevole. Per superarli, non mi resta che proseguire nel lavoro. Anche perché so di avere un margine di miglioramento importante”.
Con l’arco la scintilla è scoccata all’istante: “Ho scelto questo sport perché pensavo fosse meno faticoso, visto che in passato mi sono sempre cimentata in discipline che presupponevano forza e potenza. In realtà mi sbagliavo: il tiro con l’arco è ancor più duro di altri sport perché, oltre al fisico, ti obbliga ad allenare la mente. Ho capito che quando si riesce a mettere in sincronia corpo e mente nella stessa direzione, allora l’atleta ha scoccato la freccia perfetta”.
Dameno è un’instancabile indagatrice di se stessa: “Qualsiasi prova rappresenta una sfida. Non importa che sia una gara da svolgere con la mia società, con i normodotati o un evento di carattere europeo come quello di Nove Mesto. Interpreto ogni impegno al massimo. Ora, in vista dei Mondiali, intendo focalizzarmi su determinati particolari. E affinare la tecnica”.
Daila torna dalla Repubblica Ceca con un argento conquistato insieme ad Asia Pellizzari, nel W1: “Ho un bellissimo rapporto con Asia. Tra noi c’è un legame profondo: lei mi offre alcune dritte su come tirare e affrontare una competizione, mentre io le do consigli di vita. E pure con la squadra mi trovo benissimo: la Nazionale è arricchita da persone fantastiche con le quali sono entrata immediatamente in sintonia. Siamo una grande famiglia”.
È classe 1968, ma un’atleta del suo calibro si fa beffe dell’anagrafe: “Ciò che mi spinge a mettermi in gioco è l’amore per lo sport. Già, lo sport: mio padre mi ha sempre insegnato che è qualcosa di vero, reale, sincero. Ti fa capire chi sei, quali sono i tuoi limiti per poi andare oltre: ti mette a confronto con gli altri e con te stesso. A volte vale più una sconfitta, di una vittoria. Ho una certa età – sorride – e, dopo 14 ore di viaggio per raggiungere Nove Mesto, ero stanca. Ma felice”. Il percorso prosegue senza soste: “Prima di tutto voglio continuare a divertirmi, che è la cosa principale. Poi miro alle Paralimpiadi di Parigi e, nell’immediato, a fare bene ai Mondiali”.
Daila è un esempio pure per le nuove generazioni: “Ai giovani dico di vivere lo sport come si vive la vita. Ponetevi un obiettivo e, a quel punto, fate il possibile per raggiungerlo”. Immancabili i ringraziamenti: “Ai tecnici della Nazionale, che mi hanno dato la possibilità di dimostrare chi sono, oltre ai tecnici A.I.P. degli atleti di interesse paralimpico, come Ezio Luvisetto e Alessandra Mosci, e a tutto lo staff della mia società, la Polisportiva Valcamonica”.





