I match e le dichiarazioni degli azzurri al Sambodromo di Rio.
Dopo 5 edizioni sempre sul podio, l’Italia torna a casa col 4° posto del trio femminile e il 6° posto di Mauro Nespoli
Venerdì 5 agosto
LE FRECCE DI RANKING ROUND
L’Olimpiade del tiro con l’arco parte con i fuochi d’artificio. In campo maschile dopo 72 frecce è il coreano Kim Woojin a prendersi la copertina con i 700 punti che valgono il record del mondo. Dieci lunghezze più indietro è secondo Brady Ellison, mentre la vera sorpresa di giornata è azzurra. L’esordio ai Giochi fa bene a David Pasqualucci: straordinario il suo punteggio di 685 che vale il terzo posto in classifica generale e il record europeo juniores. Nella classifica maschile Mauro Nespoli è sedicesimo con 671 punti. Più indietro Marco Galiazzo, 651 punti e quarantasettesima posizione. L’Italia c’è; sommando gli score azzurri al termine delle prime frecce brasiliane la squadra è terza con 2007 punti, alle spalle solamente di Corea del Sud e USA.
Per l’Italia è l’Olimpiade dei giovani; in campo femminile è la più “piccola” di tutte a stupire il mondo. Lucilla Boari con 651 punti è settima, cinque posizioni più avanti di Guendalina Sartori (648). Esordio olimpico più complicato per Claudia Mandia che chiude quarantaseiesima con il punteggio di 612. Nella gara a squadre le azzurre sono seste con 1911 punti, mentre nelle posizioni di testa c’è solo la Corea del Sud. Misun Choi con 669 punti è prima, Hye Jin Chang conclude seconda con 666, tre punti in più della terza Ki Bo Bae.
Sabato 6 agosto
LA GARA A SQUADRE MASCHILE
I sogni di medaglia della squadra maschile campione uscente, formata dagli avieri Marco Galiazzo, Mauro Nespoli e David Pasqualucci, si spengono al primo scontro diretto. Dopo il terzo posto in qualifica, l’Italia ha bypassato gli ottavi ed è scesa in campo direttamente al pomeriggio nei quarti di finale dove ad attenderla c’era la Cina di Xuesong Gu, Dapeng Wang e Yu Xing. Il match è a senso unico, gli asiatici prendono il comando delle operazioni fin dalle prime frecce e non lasciano spazio al rientro degli azzurri. Finisce 6-0 con i parziali di 55-51, 56-48 e 56-53.
Per quanto riguarda gli altri match, la gara è stata letteralmente dominata dalla Corea del Sud. Il terzetto più forte del mondo ha vinto tre gare su tre con secchi 6-0 senza mai perdere un set. Ultima ad arrendersi la selezione USA che, dopo l’argento di Londra contro gli azzurri, si vede costretta a bissare l’argento al Sambodromo. Il terzo posto è andato a un’ottima Australia, capace di battere la Cina nella finale per il bronzo 6-2.
Marco Galiazzo: “Sinceramente una prestazione così dell’Italia non la ricordo, anche se una situazione del genere ci era già successa nelle eliminatorie a squadre ad Atene. È vero che oggi noi abbiamo saltato il primo turno, ma loro giocandosi gli ottavi avevano già calcato il campo delle finali e ciò può aver avuto un ruolo in questa sconfitta. Le frecce andavano tutte a sinistra. Quelle che ho tirato bene sono andate sull’8 alto e sul 9 alto. Ho spostato un po’ il mirino e ho commesso altri errori. Non abbiamo avuto il controllo della situazione ed è difficile dire cosa ci sia successo, ma non siamo stati all’altezza del nostro standard. Potevamo e dovevamo fare di più”.
Mauro Nespoli: “È stato un match brutto da vedere e da tirare. Naturalmente non sono contento. Sono venuti fuori gli stessi problemi che ho avuto quest’anno, con troppe frecce nell’8. Purtroppo si sono concentrate tutte nello stesso match una dopo l’altra e questo ci ha precluso la possibilità di battere i cinesi che invece hanno fatto la loro gara. Sicuramente c’è una causa per questi errori e bisogna trovare la chiave per risolvere il problema. Pensavo di averlo risolto e invece ci dovrò lavorare, perché è come se si ripetesse nonostante le mie sensazioni sul tiro non siano negative. I problemi che ho avuto i giorni scorsi alla schiena? No, nessuna scusante, la schiena non mi faceva male. Mi dispiace molto perché una gara del genere non è da Italia. Io tiravo per primo e dovevo dare indicazioni ai compagni, ma quando cominci sparando frecce a destra e a sinistra sull’8 è difficile mettere gli altri nella condizione di far bene. Un peccato, perché questa media punti non è immaginabile a questi livelli e non ci era mai successo prima”.
David Pasqualucci: “Mi immaginavo tutt’altra gara. Non siamo entrati in partita e i cinesi hanno approfittato delle nostre difficoltà. Le frecce che ho tirato bene non sono servite a nulla: siamo una squadra e dovevamo tutti fare meglio. Lo spirito di squadra non è mancato ma è venuto meno qualcosa che sarebbe servito per giocarcela. Di certo poco prima in allenamento avevamo rosate migliori con punteggi molto più alti. Forse abbiamo patito troppo la tensione. Come si fa a dimenticare una delusione del genere? È come quando ti lasci con la fidanzatina delle elementari: cerchi di fartene una ragione il prima possibile per ritrovare subito il sorriso”.
Il C.T. Wietse van Alten: “Non è stata una gara, i ragazzi non sono mai entrati in partita. Sul campo di allenamento le rosate erano buone e invece contro la Cina le frecce andavano ovunque. In questi anni non abbiamo mai fatto una prestazione del genere. Un 8 in questi match puoi tirarlo, ma non così tanti. Siamo stati troppo distanti dal livello che serve per arrivare lontano in questa competizione”.
Il Presidente Mario Scarzella: “Non siamo mai scesi in campo in questo match. È stata una prestazione lontanissima dai nostri standard. Pochi minuti prima avevo visto i ragazzi tirare 5 volée e non erano mai scesi sotto il 57, poi però contro la Cina non sono mai stati in partita. Di sicuro non posso farne una colpa ai ragazzi, una prestazione del genere può succedere e stavolta è capitato a noi”.
Domenica 7 agosto
LA GARA A SQUADRE FEMMINILE
A un passo dal sogno. Le esordienti Guendalina Sartori, Lucilla Boari e Claudia Mandia si fermano al quarto posto quando sembrava che la prima medaglia al femminile ai Giochi Olimpici potesse diventare realtà. La Nazionale italiana entra in gara con il piglio giusto liberandosi agli ottavi di finale del Brasile (Marina Canetta, Ane Marceline Dos Santos, Sarah Nikitin) per 6-0 (54-50, 52-43, 56-55). Ai quarti di finale è la Cina (Hui Cao, Yuhong Qi, Jiaxin Wu) l’ostacolo che si pone di fronte alle azzurre. Le vicecampionesse olimpiche a Londra 2012 si arrendono 5-3 (52-52, 49-48, 55-47, 53-50). L’accesso in semifinale è già un successo, mai le ragazze dell’arco azzurro erano arrivate così in alto. Il sogno è dietro l’angolo, ma si sgretola proprio sul più bello. Contro la Russia (Tuiana Dashidorzhieva, Ksenia Perova, Inna Stepanova) Sartori e compagne iniziano come al solito a passo di carica. Primo set pari 54-54 poi il vantaggio con il 52-47 della seconda volée. Il terzo parziale riporta la gara in parità (52-50). Ci si gioca tutto in sei frecce e le prime delle azzurre sono migliori di quelle avversarie. La pressione è altissima, la Russia sembra cedere ma proprio agli ultimi tre tiri arriva la cocente delusione. Sarebbe bastato un sei alle azzurre per giocarsi lo spareggio o un 7 per portare a casa una medaglia assicurata. Uno dei tiri però scappa via, finisce sul 3 e manda l’Italia alla finale per il bronzo con Taipei (Chien-Ying Le, Shih-Chia Lin e Ya-Ting Tan). La delusione è enorme, un colpo da KO che non può essere assorbito in pochi minuti, ma le azzurre nell’ultimo scontro diretto ci provano lo stesso, visto che al termine del match realizzeranno 8 punti in più rispetto alla semifinale. Le italiane si tengono aggrappate al match nonostante si trovino subito sotto 4-0 dopo il 56-52 del primo parziale e il 56-55 del secondo che fredda letteralmente le italiane, visto che la grafica del maxischermo segnava inizialmente il 55 pari e di conseguenza il 3-1 per una freccia dubbia. Il terzo set riapre comunque i giochi col 51-49 in favore delle azzurre, ma non cambia l’inerzia del match che termina sul 5-3 per Taipei, figlio del 56-56 finale. Un bronzo solo sfiorato, deciso all’ultima freccia, che aumenta l’amarezza per una semifinale persa quando già tutti pregustavano la finale per il gradino più alto del podio.
L’oro va come da pronostico alla Corea del Sud, che firma così l’ottava vittoria consecutiva ai Giochi: le asiatiche in pratica hanno sempre vinto da quando è stata inserita la prova a squadre alle Olimpiadi. L’argento è della Russia.
Guendalina Sartori: “Un risultato storico? Non c’è dubbio, l’Italia nel femminile non era mai arrivata così avanti, ma eravamo lì a un passo dall’obiettivo. Il mio 3 in semifinale è un errore che accade una volta su un milione? Sì, possiamo dire anche così, ma non doveva succedere. Potevamo farcela tranquillamente, è capitato e non posso più farci niente. Cosa mi è passato in testa in quell’istante? Tutto. Io sicuramente non riuscirò a dormire. So che bisogna reagire in vista dei match individuali, ma credo di aver dimostrato nella finale per il bronzo che sono riuscita superare lo shock per quanto accaduto in semifinale. Far diventare energia positiva tutta la delusione? Sì, ma non adesso… Ci sono tante cose che sono andate bene, ma basta una freccia per rovinare tutto”.
Queste le parole della Sartori dopo un lungo abbraccio con il Presidente Scarzella e le lacrime di delusione che non smettono di scendere dal suo volto.
Claudia Mandia: “È dura da mandar giù quanto accaduto, perché poteva essere una medaglia sicura. Il carattere lo abbiamo avuto e lo abbiamo dimostrato anche nella finale con Taipei: ci siamo giocate il podio fino alla fine. Quando il punteggio è cambiato dal 3-1 al 4-0? Lo abbiamo scoperto guardando il tabellone, ma ci abbiamo provato lo stesso, anche se quel punto in più poteva esserci utile. Diciamo che è meglio dormirci sopra e domani cercheremo di pensare ai match individuali”.
Il Presidente Mario Scarzella: “Le ragazze non meritavano questa delusione. Sono state bravissime dall’inizio alla fine, un errore può succedere e purtroppo ci è costato minimo un argento. Devo dire che sono state brave per come hanno saputo reagire a un match che sembrava vinto contro la Russia. Contro Taipei hanno dimostrato carattere e anche lì non siamo stati fortunati, ci hanno dato un 10 e poi ce l’hanno tolto. Indipendentemente da questo, Guendalina, Lucilla e Claudia meritavano di salire sul podio. Non ce l’hanno fatta, adesso aspettiamo le gare individuali. È il risultato migliore dell’arcieria femminile nella storia della FITARCO. Il podio minimo era una medaglia giusta per loro, ma tutto può succedere nel tiro con l’arco. Fa male perdere in questo modo, però alle ragazze bisogna solo dire brave per quanto hanno fatto in questi giorni: ottima la qualifica e benissimo negli scontri. Abbiamo due squadre tra le prime 8 al mondo e il trio femminile è tra le migliori 4 al mondo, quindi l’arco italiano è sempre ai massimi livelli”.
Il coach Ilario Di Buò: “So che è il miglior risultato ottenuto dall’Italia femminile ai Giochi ma non è facile digerire una delusione del genere. Le ragazze erano a un passo da una medaglia sicura e ora invece si trovano a mani vuote. È dura da mandare giù. Purtroppo c’è stata solo una freccia tirata male, succede. Lo sport è così. Guendalina le aveva tirate bene prima e non c’è nulla da recriminare. Accade quando sei lì ed è successo un po’ a tutti nella storia dell’arcieria. Se Guendalina riuscirà a reagire in vista del suo match individuale di mercoledì? È già riuscita a recuperare la concentrazione nella finale per il bronzo, ha messo dentro una bella rosata. Adesso tutte e tre le ragazze devono mettere da parte questa delusione per guardare avanti e pensare a dare il massimo nei match individuali. So che sarà difficile, ma bisogna reagire e tirare fino all’ultima freccia”.
GLI SCONTRI DIRETTI INDIVIDUALI
Claudia Mandia esce ai 32esimi
La qualifica apre le porte ad un match difficile per l’atleta delle Fiamme Azzurre che si trova davanti nei trentaduesimi di finale la forte statunitense Mackenzie Brown. L’azzurra vince il primo set 27-26, pareggia il secondo 29-29 poi vede risalire l’avversaria capace di piazzare il 28-26 per il 3-3. La battaglia è di altissimo livello, altre tre frecce e altra parità 28-28. Si decide tutto al fotofinish; Mandia fa 22, l’avversaria 26 e vince il match 6-4 fermando la corsa dell’atleta salernitana.
Claudia Mandia: “Avevo iniziato benissimo, ma nell’ultima volée non sono arrivati i punti che avevo realizzato prima. Penso che nelle ultime frecce abbiano avuto un ruolo gli agenti esterni, perché a inizio gara era nuvoloso e poi è uscito il sole. La rosata era buona, ma spostata rispetto al centro. Mi spiace molto essere uscita ma ho poco da recriminare perché sono soddisfatta del tiro. Dopo la grande delusione per aver sfiorato il podio alla nostra prima Olimpiade, qualche scoria me la sono portata appresso, ma già durante la finale per il bronzo ero riuscita a tirare bene, anche perché in questi casi bisogna ripartire subito e oggi in effetti non ho tirato male. Come ho passato la notte? Sono andata a dormire subito per non pensarci e per arrivare oggi riposata per questo match individuale. Quanto fatto qui a Rio è stata comunque una grande esperienza, abbiamo dimostrato di saper tenere testa a tutte le altre in una competizione dove il livello è altissimo. Ora mi prenderò un po’ di pausa e ricomincerò subito dopo a lavorare con l’obiettivo di raggiungere Tokyo 2020”.
Lucilla Boari esce ai 32esimi
L’esordio individuale ai Giochi Olimpici di Lucilla Boari termina con una sconfitta per 7-1. La più giovane del gruppo azzurro ai trentaduesimi di finale perde contro l’australiana Alice Ingley. Boari rimane in partita solamente per le prime tre frecce (25-25), poi l’avversaria mette il turbo e scappa senza dare la possibilità all’atleta degli Arcieri Gonzaga di riprendere la sua consueta media punti. 28-25 e 23-22 i due set centrali dell’incontro. Nella terza volée il verdetto decisivo, il 24-20, consegna la vittoria ad Ingley per 7-1.
Lucilla Boari: “Sono sincera e realista: so che potevo fare meglio. La situazione era difficile ma non ho idea di cosa sia successo nel mio match. Campo difficile a causa del vento? Vero, ma non per la mia avversaria. Certamente questa è stata un’esperienza che farà crescere la squadra. Ormai è andata così, ma non è quello che volevo e meritavo. Mi aspettavo di più e forse è pesato quanto accaduto ieri nella prova a squadre, anche se non voglio trovare scuse. Tokyo 2020? Spero di esserci e certamente lavoreremo per questo”.
Guendalina Sartori esce ai 16esimi
Dura un giorno anche l’avventura individuale di Guendalina Sartori. Rispetto alle compagne, l’arciera, già riserva a Londra 2012, fa un passo in più vincendo il primo scontro, ma perdendo il secondo. La partenza è ottima: la colombiana Carolina Aguirre viene eliminata senza esitazioni con un secco 6-0 (29-24, 27-23, 28-25) nonostante la pioggia. Un successo che regala a Sartori la partita contro la forte indiana Deepika Kumari. L’azzurra non trema e vince la prima tornata di frecce 27-24, poi l’avversaria prende il volo con tre set al limite della perfezione, con l’azzurra dell’Aeronautica che non riesce a sfruttare le minime esitazioni dell’avversaria. Finisce così 6-2 con i parziali di 29-26, 28-26 e 28-27.
Guendalina Sartori: “Avevo buone intenzioni dopo la vittoria ai 32esimi. Sono partita convinta, volevo passare assolutamente anche questo match, ma lei è stata più brava, non c’è molto altro da dire. I miei punteggi sono stati un po’ bassini, bastava fare un punto in più e lei lo ha fatto. Ero la più esperta del trio e volevo andare avanti anche per riscattare quanto successo nella prova a squadre. Passiamo sopra tutto, siamo forti e unite e arriveremo ovunque”, dice con Lucilla Boari e Claudia Mandia al suo fianco. “Cosa non è andato? Dopo il primo scontro penso di aver pagato un po’ l’’essere rimasta nell’atrio atleti ad attendere il mio match con l’indiana – prosegue la Sartori –. Sarei potuta andare sul campo di allenamento, ma non volevo prendere altra pioggia, visto che già ne avevo presa tanta.
Sapevamo che poteva capitare, quando partiamo siamo sempre preparati ad ogni condizione meteo, con tutta l’attrezzatura che serve, ma non mi ha infastidito la pioggia. Come chiudiamo questa esperienza? Secondo me con un grandissimo segno positivo. La squadra è andata bene, individualmente abbastanza bene. Se penso a Tokyo? Ci sto già pensando, certo, quindi vi do già appuntamento al 2020”.
Marco Galiazzo esce ai 32esimi
Impresa sfiorata e sconfitta che lascia molto amaro in bocca a Marco Galiazzo. Il tre volte medagliato olimpico azzurro esce di scena ai trentaduesimi di finale per mano del canadese Crispin Duenas. Il match è subito in salita per l’aviere azzurro che perde i primi due parziali 27-26 e 27-25. Sotto 4-0 esce il talento del campione. Galiazzo vince 29-28 e 28-27 i successivi parziali e manda la partita allo shoot off. La delusione arriva per una questione di centimetri, 10-9 è il verdetto del paglione a favore del canadese.
Marco Galiazzo: “La mia qualifica è andata male soprattutto nella seconda parte. Per fortuna abbiamo ottenuto lo stesso il terzo posto a squadre ma poi negli scontri non siamo riusciti a tirare nel migliore dei modi. Nell’individuale è andata un po’ meglio. Adesso continuerò a lavorare per il prossimo quadriennio per provare ad andare a Tokyo 2020”.
David Pasqualucci esce ai 16esimi
La splendida terza posizione in classifica dopo le frecce di qualifica permette all’esordiente Pasqualucci di approcciare gli scontri diretti contro un avversario morbido come Areneo David (MAW). La sfida è a senso unico, l’azzurro vince 6-0 con i parziali di 27-23, 22-17 e 27-21. Ben più complicata la sfida con lo spagnolo Antonio Fernandez. Partita difficile anche per il vento. Parte forte Fernandez con il 28-27 subito pareggiato dall’azzurro con il 29-24 del secondo set. Poi l’iberico ingrana le marce alte e vince 6-2: 26-25 e 29-28 nelle ultime sei frecce, con il rammarico per l’atleta dell’Aeronautica di non aver sfruttato gli errori dell’avversario nella terza volée.
David Pasqualucci: “Lo scontro con lo spagnolo non è andato così male, ma non è finita come volevo, altrimenti avrei portato a casa anche la seconda vittoria dopo quella dei 32esimi. Condizioni meteo difficili? Sicuramente il vento non mi ha aiutato, è stata la giornata peggiore sotto il punto di vista meteorologico da quando siamo qui. Mi spiace essere uscito, ma esordire alle Olimpiadi e fare questa esperienza mi aiuterà in futuro. Sotto il punto di vista mentale questa presenza ai Giochi mi farà migliorare, perché qui ogni scontro viene vissuto come fosse una finale. Esco con un bagaglio di consapevolezza importante che mi servirà per progredire come atleta. È andata così e dobbiamo accettarlo, ma vi do di sicuro appuntamento ai Giochi del 2020”.
Mauro Nespoli sfiora la semifinale
Podio sfiorato per Mauro Nespoli nell’individuale maschile al termine di una sfida tiratissima. L’oro a squadre di Londra 2012 esce di scena ai quarti di finale contro il francese Jean-Charles Valladont, che riuscirà ad arrivare fino al secondo gradino del podio. La corsa di Nespoli inizia l’8 agosto con il doppio successo ai trentaduesimi e ai sedicesimi di finale. Due sfide stravinte, la prima 7-3 contro l’indonesiano Muhammad Wijaya, la seconda addirittura 6-0 con il kazako Sultan Duzelbayev. Il 12 agosto è il giorno decisivo, quello in cui si assegnano le medaglie. L’atleta dell’Aeronautica Militare agli ottavi non ha nessun problema contro l’altro indonesiano Riau Ega Agatha. Finisce 6-0 con i netti parziali di 29-25, 29-27 e 27-26. Poche ore dopo è il turno del match che vale l’accesso in semifinale. L’avversario è di quelli tosti: Jean-Charles Valladont, francese, che fin dalle prime frecce di giornata ha dimostrato di avere un feeling particolare con Rio de Janeiro. Il primo set è di Nespoli 27-25, il secondo finisce pari 27-27. Il transalpino recupera lo svantaggio con il 29-27 a cui Nespoli risponde 27-26. Si va allo shoot off, una freccia per un sogno. Valladont fa 10, Nespoli 8. Termina così, a testa altissima, l’Olimpiade brasiliana dell’ultimo azzurro ad arrendersi agli avversari.
Mauro Nespoli: “So cosa non ha funzionato, quando ho perso il focus e allungato i tempi d’azione. Ma sono contento di aver tenuto fino alla fine, di essere riuscito a recuperare una situazione che si era messa male. Purtroppo la freccia di shoot off l’ho costruita bene ma devo averci creduto troppo, forse mi sono distratto all’ultimo millesimo di secondo e quando l’ho rilasciata sapevo che sarebbe servito un miracolo per farla arrivare nel 10. Non mi è uscita bene dalle mani, l’8 ci stava e devo fare i complimenti a Valladont, che ha tirato fortissimo. Anche lui ha commesso qualche errore ma non sono riuscito ad approfittarne come avrei potuto.
Cos’è mancato? Non lo so, ma nel settore maschile possiamo fare sicuramente meglio. Qualcosa non ha funzionato, forse non ci abbiamo creduto come avremmo dovuto e questi sono i risultati. Faremo tesoro di questa esperienza e certamente troveremo nuove energie per riscattarci. Dopo cinque edizioni a medaglia una battuta d’arresto ci sta, non è una tragedia o una sciagura: sarà uno stimolo per tornare dove ci compete.
Se guardo già a Tokyo 2020? Di certo non chiudo con le Olimpiadi proprio quando ho finalmente sfiorato la possibilità di una medaglia individuale! Non scherziamo, non finisce qui. Ora mi prenderò qualche settimana di pausa per ricaricare le batterie. È stato un quadriennio lungo. Per Tokyo non sono ancora vecchio e voglio prendere ciò che ho lasciato a Rio”. •
L’Italia Team saluta Rio 2016. E lo fa con un bilancio soddisfacente: i risultati confermano la delegazione tricolore al 9° posto nel medagliere olimpico con 28 podi (8 ori, 12 argenti e 8 bronzi), come nelle ultime due edizioni estive ma con un numero maggiore complessivo di argenti (12, tre in più), nonostante il programma penalizzante e le circa 50 medaglie perse complessive da Russia e Cina.
Il Presidente del CONI, Giovanni Malagò, insieme al Segretario Generale, Roberto Fabbricini, e al Capo Missione e Vicesegretario Generale, Carlo Mornati, ha tracciato un consuntivo della spedizione, partendo dalle sensazioni personali e illustrando successivamente, nel dettaglio, il significato dei numeri.
“Credo che l’Italia abbia fatto una bella figura, sono orgoglioso di essere non solo Presidente del CONI ma soprattutto un italiano. Potevamo vincere qualche medaglia in più anche se le indicazioni alla vigilia erano più pessimistiche. Però le Olimpiadi sono queste: i quarti posti, 10 contro gli 8 di Londra, il programma penalizzante, le sfortunate coincidenze come quelle legate a Nibali e a Mangiacapre. La giornata di chiusura è eloquente perché rappresenta lo specchio di quello che è la spedizione italiana a Rio, con l’imponderabile che fa la differenza. Ringrazio la Federciclismo, la Federginnastica, la FIJLKAM e la Federvolley protagoniste comunque delle ultime gare. Davanti all’Italia ci sono tutte nazioni che hanno più abitanti di noi, tranne la Corea. Ho sofferto molto in questi 16 giorni, mi sono ammalato subito ma avevo il dovere di esserci sempre e comunque. Essere vicino agli atleti, tra loro. Ho provato un senso di fierezza ogni volta che ho sentito l’inno e visto sventolare il tricolore, per il significato rivestito e per tutte le persone che si sono prodigate per raggiungere questi straordinari risultati. Sono felice che tutti siano rimasti soddisfatti del servizio offerto agli atleti, merito del lavoro svolto dalla struttura guidata dal Capo Missione Carlo Mornati, delle scelte operate per la preparazione e gli investimenti mirati profusi nella pianificazione. Si tratta di operazioni partite da lontano e che hanno visto sviluppare progetti con molte Federazioni, senza lasciare nulla al caso, con lungimiranza. Casa Italia è stato il nostro fiore all’occhiello, regalando un affettuoso abbraccio a chi ci ha seguito, costituendo un punto di riferimento insostituibile”. •
I PODI DI RIO 2016
Squadra maschile
1. Corea del Sud (Kim, Ku, Lee)
2. USA (Ellison, Garrett, Kaminski)
3. Australia (Potts, Tyack, Worth)
Squadra femminile
1. Corea del Sud (Chang, Choi, Ki)
2. Russia (Dashidorzhieva, Perova, Stepanova)
3. Taipei Cinese (Le, Lin, Tan)
Individuale maschile
1. Bonchan Ku (KOR)
2. Jean-Charles Valladont (FRA)
3. Brady Ellison (USA)
Individuale femminile
1. Hye Jin Chang (KOR)
2. Lisa Unruh (GER)
3. Boa Bae Ki (KOR)
Tutto cominciò con il tiro con l’arco
di Valerio Piccioni Inviato al Sambodromo de La Gazzetta dello Sport
Tutto cominciò con il tiro con l’arco. L’Olimpiade certo, perché le cosiddette prove di qualifica, il “ranking round”, sono di fatto il debutto dei Giochi quanto a prove individuali, addirittura prima della cerimonia d’apertura. Ma anche il Brasile. Naturalmente più su, sulla carta geografica, dove sbarcarono i portoghesi, nel lontano 1500. Racconta Pêro Vaz de Caminha, il “cronista” di quella spedizione, che l’incontro fra i colonizzatori e i futuri colonizzati andò piuttosto bene e che, al primo faccia a faccia, gli indigeni si presentarono con archi e frecce, per poi prodursi in acrobazie, a metà (forse) fra il minaccioso e il benvenuto. Fatto sta che le frecce, “nere e lunghe”, furono posate per terra, e cominciò in qualche modo un dialogo…
Ho pensato a tutto questo quando sono entrato al Sambodromo, il tempio del carnevale, 700 metri di rettilineo, che a febbraio mandano ai matti un’intera città e quel pezzo di mondo che viene a dare un’occhiata. Mi sembrava che il silenzio degli arcieri, spezzato al massimo dal “10, 10 10” dello speaker, fosse fuori posto in un luogo così ad alto volume, che ogni anno propone un vero e proprio campionato regolato da mille voci, con la scuola della Mangueira nel ruolo di Juventus della situazione. Poi, però, ho pensato a 516 anni prima, e allora ho cambiato idea. Sì, giusto organizzare il tiro con l’arco qui. Certo rispetto a quanto avevo visto nelle precedenti edizioni, è cambiato tutto. Ad Atene, ricordo il sole e il vento, il solito meltemi, battere un posto baciato dalla storia, il mitico Panathinaikos, lo stadio di Marco Galiazzo. Di Pechino, riesco a ricordare poco del luogo in sé, forse perché fui rapito più che altro da quell’originale modo di concentrarsi, i libri di fantascienza fra una freccia e l’altra, di un debuttante Mauro Nespoli. A Londra, ci sentimmo tutti quanti ospiti: c’era l’Olimpiade, d’accordo, e che Olimpiade, con tanto di oro azzurro a squadre, ma sua maestà il Lord Cricket’s Ground ci ricordava a ogni transenna, a ogni “vietato l’ingresso”, che lo sport di elezione di quell’impianto era un altro.
Del Sambodromo mi porterò comunque un bel ricordo. Pure senza medaglie, sfioratissima, perdonate il neologismo, quella delle azzurre. Il fatto è che l’arco è un posto dove vedi veramente tanto mondo, e questo è perfettamente coerente con l’Olimpiade. Eccoci allora a incrociare il Presidente interista Thohir, numero uno del Comitato olimpico indonesiano, in visita per tifare i suoi. Poi l’arciere libico venuto dalla guerra. I soliti radiocronisti messicani scatenati, il tifo sudcoreano, una spruzzata di Sudamerica… In realtà, però, prima di parlare delle gare, devo raccontare che il Sambodromo mi è piaciuto per un’edicola. Di giornali, avete capito bene. Succede questo a noi giornalisti, soprattutto a quelli che sono già diversi anni sopra gli “anta”. Ci hanno insegnato che quando arrivi in una città che non è la tua, la prima cosa che devi fare è procurarti i giornali del luogo: sono loro a darti un’idea dell’atmosfera, dell’ambiente, di ciò che “bolle in pentola”. Solo che al Parco Olimpico, quello del centro stampa, del mio albergo e di un bel po’ di impianti, dal nuoto alla ginnastica, dalla scherma ai tuffi, i giornali non arrivavano mai: strade chiuse, distributori respinti con perdite, edicolanti che alzavano le mani e spiegavano che non c’era niente da fare. Così, quando ho visto a pochi metri dal capolinea della navetta olimpica del Sambodromo la tanto agognata edicola, dentro di me c’è stato un mezzo boato. Amplificato anche da un ulteriore acquisto. Non solo O globo, Extra o Meia Hora, i vari quotidiani carioca, ma addirittura un fumetto d’altri tempi che raccontava l’Isola del Tesoro di Stevenson. Mi ci sono buttato. L’edicolante dopo un po’ di perplessità, ha tirato fuori uno sguardo divertito, bello, amico.
Intorno al Sambodromo non ci sono le spiagge turistiche di Ipanema, i joggers di Copacabana, i surfisti e i negozi di Leblon. Ma quartieri poveri, e davanti, oltre il campanile di una chiesa, una favela, che era lo sfondo del campo di gara: Sao Caetano. Quella Rio che proprio in minima parte è stata coinvolta dall’Olimpiade, ma che almeno con lo sguardo non era possibile ignorare. E che ti faceva pensare che i Giochi non possono nascondere il mondo in cui arrivano. Perché il mondo “è questo”, “soprattutto questo”, abbiamo detto a un certo punto ragionandoci sopra proprio con Mauro Nespoli. Alle spalle del campo, invece, c’erano le stazioni della metro: Once – dove sono stato scambiato per argentino, visto che dei bambini mi hanno strillato “Boca-River!” – e Central do Brasil, la stazione diventata film da Oscar nel 1998. Un posto che era sconsigliato frequentare dopo una certa ora.
In effetti, dobbiamo ammetterlo, Rio è tutto e il suo contrario. E poi non esiste una Rio, ma ce ne stanno tante. All’improvviso, incontri una foresta o chilometri di spiaggia e di onde. Surfisti in tenuta da Beverly Hills convivono con colline riempite da case fatiscenti. Un incrocio di umanità che inevitabilmente può finire male. E poi soldati armati fino ai denti, e mitra spianati, e feste di compleanno a tutta musica che riempiono le strade come se questo “contorno” non esistesse. Si resta un po’ storditi. E forse per questo, l’immagine più bella che abbiamo negli occhi è quella del boulevard olimpico, al centro storico, il nuovo Porto Maravilha nato con l’Olimpiade, il Brasile delle famiglie che si ritrovava davanti al braciere e al fuoco dei Giochi (per una volta fuori dallo stadio Olimpico), che magari non aveva i soldi per comprare un biglietto e s’accontentava degli schermi giganti con entusiasmo, stupore, voglia di partecipare comunque alla festa. Anche questa Rio ce la porteremo nel cuore oltre ai tanti piccoli e grandi eroi dell’Olimpiade. E sarà difficile dimenticarla.
Da Rio 2016 a Tokyo 2020
di Sante Spigarelli Vicepresidente FITARCO
Tutti abbiamo visto quanto alto è il livello richiesto per il raggiungimento di un podio olimpico e quanto numerosi siano gli atleti che sono in possesso di una tecnica assolutamente ineccepibile.
Negli anni, grazie ad alcuni fattori concomitanti, quali l’informazione (sia scritta ed ancor più visiva con i tanti filmati didattici disponibili su internet), i tecnici (sia coreani che di altre nazionalità che hanno invaso il mondo diffondendo informazioni sui loro metodi di preparazione), c’è stata una crescita esponenziale e ad alto livello. Non ci sono più arcieri che tirano bene ed altri che lo fanno meno bene, fatti salvi quelli presenti a Rio dopo aver ottenuto un accesso agevolato per le wild card: praticamente tutti tirano stilisticamente in modo a volte personale, ma tecnicamente ineccepibile.
Abbiamo visto quanto anche atleti di indiscussa bravura negli scontri abbiano avuto delle cadute di prestazione. Le stesse trionfatrici coreane, negli scontri diretti, sia tra loro che contro le avversarie più tenaci, hanno scoccato delle pessime frecce, realizzando anche dei tre. Errori che non hanno però lasciato traccia nelle frecce successive e questo ha fatto la differenza.
Questa realtà emersa in modo ancora più evidente in Brasile rispetto al passato deve essere motivo di riflessione per tutti coloro che operano nel mondo del tiro con l’arco, ma ancor più per quelle nazioni che hanno rivestito un ruolo mondiale di primo piano fino ad oggi e che ora devono operare delle scelte drastiche e radicali per non perdere terreno e proiettarsi verso la prossima qualificazione olimpica che arriverà tra meno di 3 anni.
Le atlete che hanno vinto la medaglia d’oro e d’argento hanno rispettivamente 28 anni (la coreana Chang) e 29 anni (la tedesca Unruh): questo deve far riflettere chi formula indirizzi e proiezioni futuri sull’organizzazione dell’attività e sulle capacità/possibilità degli atleti di raggiungere risultati di rilievo.
Gli stessi coreani hanno prolungato ampiamente la vita validamente attiva dei loro atleti, creando un ampio gruppo di “sponsorizzati”, arcieri più avanti con l’età ma certamente ancora competitivi a livello mondiale, in contrasto con le scelte che molti stanno operando a livello internazionale puntando verso i soli giovani con programmi che, inopinatamente, tagliano fuori atleti di una età più avanzata ma certamente ancora in grado, purché con un adeguato e profondo impegno, di avere prestazioni di altissimo livello.
Certamente le scelte debbono essere condizionate dalle più ampie prospettive future che hanno i giovani, ma questo senza prescindere dall’elemento essenziale per la riuscita che è la disponibilità al lavoro e all’impegno necessario al raggiungimento dell’obbiettivo che individualmente deve essere la molla interna che ogni atleta deve avere per trovare la necessaria motivazione all’allenamento che, per definizione, dovrebbe essere “sudore e sangue”, ma che nel nostro sport si riduce al massimo in “impegno e lavoro”.
L’allenamento per tutti i campioni, anche per chi a Rio ha vinto la medaglia d’oro, è un ininterrotto crescendo continuo, e se questo è vero per chi è salito sul podio più alto, figuriamoci quanto questo principio sia vero e imprescindibile per chi quel podio lo ha visto da lontano, ma ambisce fortemente a salirci in futuro.
Chi è in questa posizione di inseguitore deve tenere ulteriormente conto del fatto che chi è già salito in alto farà di tutto per non farsi riprendere, quindi chi insegue deve fare di più! Quanto di più? Tutto ciò che sia umanamente possibile ed immaginabile…
Per non perdere il treno olimpico che sfreccia veloce come mai in passato, ogni organizzazione nazionale deve basare le scelte finalizzate al lavoro da fare sui propri atleti ed impegnare le proprie risorse, esclusivamente su queste premesse, tagliando fuori senza se e senza ma gli atleti che, pur in condizione di impegnarsi a tutto tondo, non sono pervasi dal sacro fuoco di voler raggiungere il massimo delle proprie potenzialità, cercando di andare oltre e provando a superare i propri limiti.
Il vero spirito olimpico
di Vincenzo Delvecchio Inviato al Sambodromo di Radio Rai
Ho festeggiato quest’anno a Rio de Janeiro i miei venti anni di Olimpiadi. Un anniversario che mi lega in modo particolare all’arco olimpico perché proprio in occasione della mia prima avventura giornalistica ai Giochi, ad Atlanta (nel 1996) scelsi subito – come sport – il tiro con l’arco, per la passione che avevo sempre avuto per questa disciplina, sin da quando (ragazzino) giocavo con archi e frecce ricavati da rami di mandorlo.
Ad Atlanta quella passione si corroborò e si trasformò subito nella più bella delle mie esperienze professionali: mi ritrovai infatti accanto a dirigenti e tecnici (da Gino Mattielli a Sante Spigarelli) e soprattutto ad atleti (come Matteo Bisiani, Andrea Parenti e Michele Frangilli) che mi trasmisero un sentimento sportivo completamente permeato da quello che considero il vero spirito olimpico. Un mondo fatto di persone che sanno restare con i piedi per terra, che non si montano la testa, che non giocano a fare i divi e che sanno cosa è il sacrificio, la sofferenza di allenamenti lunghi e ripetuti, senza però perdere mai il rispetto e la gioia di stare insieme agli altri.
E destino volle che ad Atlanta raccontassi con mia grande felicità il ritorno alla medaglia degli azzurri: un ritorno che spezzava il digiuno durato ben 16 anni, da quell’ultimo podio conquistato nel 1980 a Mosca da Giancarlo Ferrari, nel torneo individuale.
Con questo ricordo e con quelli ancora più belli vissuti nei Giochi successivi, grazie all’entrata in grande stile degli arcieri azzurri nel club dei più forti del mondo (con Marco Galiazzo, Ilario Di Buò, Mauro Nespoli e Michele Frangilli, sotto la guida del Presidente Mario Scarzella), mi sono preparato a vivere i Giochi di Rio de Janeiro, i primi svolti nel Sud America.
Devo dire che conoscevo Rio de Janeiro, l’avevo visitata una ventina di anni fa e, all’epoca, la città mi era apparsa in tutta la sua bellezza, in tutta la sua allegria e vivacità, sicché attraversandola in lungo e in largo ricordo che quasi mi pareva di sentire una sorta di meravigliosa colonna sonora. La colonna sonora di un Paese che pur tra mille contraddizioni offriva da sempre una immagine di sé capace di vivere la vita con leggerezza e senza farsi inghiottire dal dolore.
E dunque è stato molto triste arrivare in quella che si è rivelata invece una metropoli in piena crisi economica e sociale, con la gente per niente spensierata, un traffico spaventoso, in un quadro desolante di povertà e sofferenza per gran parte della popolazione.
Basti, a dare un esempio di quel che scrivo (quasi come un tormentone che non mi abbandona), l’immagine che mi si parava davanti ogni volta che prendevo la navetta per il trasferimento dal centro stampa e radiotelevisivo al Sambodromo: tra le strade incorniciate da favelas e caseggiati cadenti e degradati lo snodarsi, sui marciapiedi, di code lunghissime di decine di mamme con bambini, adulti e anziani dalle barbe lunghe, con lo sguardo perso nel vuoto, malmessi in modo spaventoso, in fila davanti alle porte delle Onlus, gestite da volontari arrivati da ogni parte del Paese e del mondo, per garantire un ricovero e un piatto caldo a chi non ha nulla.
Quegli occhi, quei volti – a dispetto del fasto e delle coreografie della cerimonia inaugurale dei Giochi e di quella addirittura forzatamente allegra della chiusura – quegli occhi, quei volti ti interrogavano sul senso di quello che il mondo stava vivendo a Rio: la stridente contraddizione tra la festa mondiale dello sport e la sofferenza di un Paese in crisi. Un sociologo che ho conosciuto in quei giorni ci ha detto che, su una popolazione di 12 milioni di abitanti, a Rio de Janeiro ci sono poco più di centomila ricchi; il resto, la parte più cospicua, è rappresentata da poveri che vivono in condizioni di miseria assoluta. “Che senso ha fare le Olimpiadi in un luogo che necessita di case popolari, fognature, servizi di ogni tipo e assistenza sociale?” mi rispondevano tutti quelli, giornalisti, sociologi, impiegati, ai quali chiedevo cosa pensassero delle Olimpiadi.
Del resto lo stesso numero 1 del CIO, nella persona del suo Presidente Thomas Bach, ha colto – anche se ormai era troppo tardi per tornare indietro – tutto il paradosso della situazione creatasi quando ha dichiarato: “Per il futuro eviteremo di organizzare i Giochi in Paesi problematici”.
Inutile aggiungere altro, anche per non mortificare quanti a Rio, con la disperazione dei forti, hanno cercato di rendere meno disastrosa l’organizzazione dei trasporti, dei tornei e dei servizi dei centri di accoglienza, pur di garantire uno svolgimento il più possibile normale dei primi Giochi sudamericani.
Per concludere l’analisi socio-ambientale, aggiungiamo che un’altra delle situazioni di crisi vissute – da inviati alle Olimpiadi – è stata quella creata dal fatto che, tra i volontari addetti agli impianti, nessuno o quasi sapesse parlare una parola di inglese: e così con non pochi colleghi ci siamo ritrovati spesso, su indicazioni errate degli addetti ai lavori, a percorrere inutilmente i corridoi chilometrici degli impianti sportivi. Ma farei torto a me stesso se non dicessi che anche in altre Olimpiadi si sono verificati problemi organizzativi di non poco spessore. Ad Atlanta 1996, ad esempio, capitò addirittura che l’autista di una navetta, che trasportava una nazionale ad una competizione, si perse nelle campagne della Georgia e gli atleti a bordo non riuscirono ad arrivare in tempo perdendo il diritto di gareggiare: quattro anni di allenamenti e sacrifici gettati al vento per la disorganizzazione americana!
Un italiano in finale
Ancora una volta un Giudice di Gara italiano è stato protagonista ai Giochi Olimpici. Una grande soddisfazione per Andrea Bortot aver arbitrato la finale a squadre femminile
Andrea Bortot, 37 anni, da quando è diventato Giudice di Gara nel 1999 ha calcato i campi di gara di moltissimi eventi nazionali ed internazionali. Ma quella che ricorderà per sempre come “la gara della vita” è la più recente: l’arbitro veneto, infatti, ha partecipato ai Giochi Olimpici di Rio de Janeiro, l’apice di una carriera ricca di soddisfazioni.
Come si arriva ad arbitrare un’Olimpiade?
“Per ufficiare ai Giochi Olimpici sono indispensabili due caratteristiche: essere arbitro internazionale da almeno 5 anni ed esserlo al livello più alto. Fatto tutto il percorso per diventare arbitro internazionale full, si dà la propria disponibilità a partecipare all’evento. Gli arbitri internazionali full sono pochi nel mondo, una sessantina, e in Italia ce ne sono quattro. Fra questi sessanta la Commissione Ufficiali di Gara seleziona, in base alle esperienze, alle capacità e alla provenienza geografica, chi farà parte degli ufficiali di gara dei Giochi Olimpici”.
Quali sono stati i momenti più emozionanti della tua Olimpiade?
“Ci sono stati parecchi episodi emozionanti che non dimenticherò mai. Il più significativo e toccante è stato l’ingresso allo Stadio Olimpico (Maracanã) per la cerimonia di apertura. Avevamo già fatto la fase di qualifica, ma l’inizio ufficiale delle Olimpiadi sarebbe stato di lì a poco ed è stato in quell’istante che ho realizzato per davvero che il mio sogno era diventato realtà.
Se parliamo invece di un episodio legato all’attività arbitrale, forse il momento più emozionante è stato quando ho saputo che avrei arbitrato una delle due finali a squadre femminili. Se oro o bronzo dipendeva dal risultato della squadra italiana e ricordo ancora benissimo i minuti precedenti lo scontro: un turbinio di sensazioni che cambiavano ogni secondo, tra la voglia di vedere le nostre azzurre in finale e quella di poter mettere la mia firma su uno scontro per il podio olimpico. Purtroppo per le nostre ragazze, la loro sconfitta in semifinale mi ha automaticamente permesso di avere l’onore di arbitrare la finale più importante”.
Ti abbiamo visto impegnato a risolvere un raro caso di doppio spareggio, puoi parlarcene?
“Dietro al blind avevamo la possibilità di vedere gli impatti delle frecce grazie alle telecamere, quindi ho capito subito quello che stava accadendo. Entrambi gli arcieri hanno tirato le loro frecce alla stessa distanza dal centro, cosa che ho verificato con il calibro. Ho quindi segnalato la necessità di un secondo spareggio e sono rientrato al blind sperando che non succedesse più. Anche se sembravo tranquillo, e ho portato a termine tutte le procedure con la dovuta attenzione, in realtà ho sentito molto la tensione di quel momento”.
Archiviata l’esperienza olimpica, quali sono i tuoi prossimi obiettivi?
“Ho dedicato gli ultimi anni a prepararmi per questo evento, dando la mia disponibilità per molte gare. Adesso mi aspettano alcuni mesi di pausa, da dedicare alla mia famiglia. Dopodiché spero di poter sfruttare il mio bagaglio di esperienza per formare ed aiutare la crescita dei colleghi Giudici di Gara”. (D.P.)
AL SAMBODROMO ITALIA DA PODIO DIETRO LE QUINTE
Come già accaduto nelle precedenti edizioni dei Giochi Olimpici c’era tanta Italia a Rio de Janeiro, ma non solo sulla linea di tiro.
A partire da Atene 2004, per passare a Pechino 2008, a Londra 2012 e ora ai Giochi Olimpici e Paralimpici brasiliani, a lavorare dietro le quinte erano presenti gli italiani che, per conto di World Archery, gestiscono ormai tutte le competizioni arcieristiche internazionali.
Italiani che hanno ancora una volta tenuto alto il tricolore, seppur sotto traccia, visto che hanno contribuito a dar vita allo spettacolo che gli sportivi di tutto il mondo hanno potuto godersi dalla televisione o seguire attraverso il web. Matteo Pisani, Christian Deligant e Andrea Gabardi dello Ianseo Team, cui si aggiunge un’altra figura storica del tiro con l’arco come Andreas Lorenz, hanno ricoperto dei ruoli cardine per portare avanti il corretto svolgimento delle gare nella location del Sambodromo: dai risultati in tempo reale, alla gestione informatica della manifestazione, dalla cura del web, al timing della competizione, per concludere col controllo delle sponsorizzazioni sull’abbigliamento e l’attrezzatura degli atleti, fino alla gestione dell’ingresso degli stessi sul campo delle finali.
Una volta ancora l’Italia può mettersi al collo una medaglia: quella di chi sa lavorare dietro le quinte e rendersi necessario per far funzionare con efficacia e tempismo quell’incredibile e gigantesco ingranaggio nascosto che muove la giostra olimpica, l’evento internazionale più prestigioso e importante del mondo.
Parla il C.T. Wietse van Alten
Che giudizio dai delle prestazioni dell’Italia a Rio de Janeiro?
“Tornare con una medaglia dai Giochi Olimpici è sempre più difficile in questo sport. Lo avevamo capito nel corso del quadriennio. Analizzando le gare possiamo dire che la qualifica dei ragazzi è stata ottima. Purtroppo l’eliminatoria a squadre maschile è andata male: alle Olimpiadi non si dovrebbe sbagliare, ma è andata così. Per quanto riguarda le ragazze il 4° posto finale è un risultato molto buono che ci avrebbe reso felici prima della partenza. Ma quando sfiori una medaglia senza prenderla è difficile essere contenti fino in fondo. Inutile negare che la maniera con la quale non siamo saliti sul podio fa male e ci ha lasciato un po’ di rammarico, anche perché avevamo il livello giusto per riuscirci. Eravamo gli unici europei presenti con due squadre e questa è una base di partenza molto buona. Considerando tutto, sono contento della strada percorsa al Sambodromo”.
Sei soddisfatto del lavoro svolto nel quadriennio?
“Si può sempre fare meglio, ma è troppo facile dirlo a posteriori… Abbiamo avuto diversi giovani che hanno esordito ai Giochi e questo mi rende felice. Il lavoro ha pagato, visto che tra gli esordienti David e Lucilla vengono direttamente dalla Scuola Federale”.
Che ruolo hanno i componenti dello staff federale per preparare al meglio la competizione olimpica?
“Lo staff ha fatto un grande lavoro nel corso del quadriennio. L’inizio non è stato facile e abbiamo creato un gruppo che negli ultimi due anni è andato molto bene. Naturalmente bisognerà fare tutte le valutazioni del caso per programmare i prossimi quattro anni. Uno staff affiatato rappresenta una base importante per forgiare un gruppo vincente”.
Cosa ti aspetti dal nuovo quadriennio in vista di Tokyo 2020?
“Per arrivare preparati a Tokyo servirà far crescere altri giovani che possano avere le qualità e le possibilità di ottenere risultati nell’evento olimpico. Dobbiamo creare un gruppo forte: aumenterà la concorrenza per far crescere i campioni e alzare il livello di chi vuole diventarlo. Non basta fare i punti per avere un alto livello in Italia, serviranno i punti per essere forti a livello internazionale. Dobbiamo spingerci oltre: gli asiatici diventano sempre più competitivi e noi, come Italia e come Europa, abbiamo il compito di crescere perché non possiamo permettere che la Corea del Sud continui a vincere tutte le medaglie d’oro ai Giochi. Sappiamo che per arrivare a Tokyo bisogna fare molto bene fino al Mondiale di qualificazione. Ottenere di nuovo il pass con entrambe le squadre sarà il primo obiettivo del quadriennio e poi il nostro mirino si sposterà sul podio olimpico. Abbiamo dimostrato qual è il nostro livello, ma va stabilizzato in tutti gli appuntamenti internazionali. Gli altri corrono e noi non vogliamo restare indietro. Vorrei atleti che hanno a cuore la maglia dell’Italia, ma raggiungerla non deve essere l’obiettivo: un arciere azzurro deve puntare al podio ai Giochi Olimpici. Questa deve essere la mentalità dei nostri atleti, il resto non conta. Gli italiani sono da sempre tra i più forti, hanno un grande cuore e tirano fuori la grinta nei momenti giusti. Dobbiamo dimostrarlo senza mai mollare evidenziando le nostre qualità” (Gulg).
Casa Italia: la più bella di sempre
Si spengono i riflettori sulla XXXI edizione dei Giochi Olimpici Estivi e cala il sipario anche su Casa Italia. “La più bella di sempre”, lo slogan diventato leit-motiv tra i visitatori, gli a-tleti e gli addetti ai lavori che hanno “vissuto” un ambiente unico nel genere. La struttura tricolore, concepita all’interno del Costa Brava Club e diretta da Diego Nepi, ha saputo rappresentare il punto d’incontro tra le eccellenze del nostro Paese, esaltando il Made in Italy in Brasile. Inaugurata il 3 agosto, alla presenza del Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, ha ospitato i maggiori esponenti della famiglia olimpica, tra cui il Presidente del CIO, Thomas Bach, e molti membri del Comitato Olimpico Internazionale, Presidenti di Federazioni Internazionali, Presidenti federali, dirigenti, tecnici e atleti, oltre a rappresentare la suggestiva cornice deputata a celebrare i medagliati azzurri.
Lo sport, le opere, gli arredi, la cucina – grazie allo chef Davide Oldani e a Eccellenze Campane – e l’accoglienza hanno permesso di fare della visita a Casa Italia un’esperienza unica, grazie a una posizione strategica e a un panorama mozzafiato. Merito di un lembo di terra, tra Barra da Tijuca e Sao Conrado, ritagliato per non essere dimenticato, con un ponte diventato “dei campioni” e trasformato in passerella destinata a celebrare i vincitori delle 28 medaglie a Rio con le immagini del video wall a riproporre gli attimi del trionfo. Tutto questo, e molto più, è stato Casa Italia a Rio. Un’esperienza indimenticabile.







