storiaLE DONNE ARCIERE DEI CIMBRIAndrea Cionci

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LE DONNE ARCIERE DEI CIMBRI
di Andrea Cionci

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Il sogno di Roma era di dare a tutto il mondo le leggi e l’ordinamento di quella che sembrava essere una natura superiore: inevitabilmente questa aspirazione cozzava spesso con la volontà di indipendenza dei popoli limitrofi, che si trovarono a guerreggiare con gli eserciti romani. Tra alcuni dei più strenui difensori del proprio territorio, al nord, vi fu una popolazione germanica, quella dei Cimbri, che oppose resistenza fino al parossismo, giungendo a gesti veramente forti da concepire, che ebbero come protagonista l’arco e le frecce.
I Cimbri erano un popolo germanico proveniente dal Chersoneso Cimbrico (odierna penisola danese), che iniziò la propria migrazione a causa della povertà delle terre che abitava.
I Cimbri attraversarono una buona parte dell’Europa Nordorientale spostandosi verso Ovest, sino a giungere, attorno al I secolo, nella Gallia romanizzata. Qui, chiesero a Giunio Silano di concedere loro delle terre, in cambio del proprio lavoro: la proposta, tuttavia, non fu accettata e ne scaturì un forte dissapore, che portò a diverse feroci battaglie. Molte di queste videro i romani sconfitti, sinché non fu mandato il console Caio Mario a provvedere per rimettere ordine nella provincia. Le vicende sono state narrate da Plutarco nelle sue “Vite Parallele”, dove viene analizzata la figura del console che riuscì, con grande tenacia, a porre rimedio all’invasione organizzata da Cimbri e Teutoni, che furono sbaragliati durante la Battaglia di Vercelli.
Per celebrare la vittoria conquistata dal console, venne edificato a Roma nel 101 a.C. un tempio, dedicato alla Fortuna Huiusce Diei (la Sorte – intesa come favorevole – di questo giorno) che era la protettrice dell’esercito romano, a segno tangibile della difficoltà dell’impresa.
Infatti, sebbene disorganizzati rispetto all’esercito romano, i Cimbri avevano dato del filo da torcere ai legionari, come è riportato dalla cronaca di Plutarco che descrive bene l’atteggiamento estremamente fiero di questo popolo, capace di grandissime imprese e di grandi privazioni: riuscivano a camminare pressoché nudi nella neve, superando ostacoli e muovendosi agilmente nei passi alpini, nei boschi e nei territori più impervi. Quel che stupisce, inoltre, è che non vi erano solamente uomini a comporre le fila di questo popolo che, migrando e saccheggiando, sperava di ottenere una terra fertile da colonizzare. Le donne cimbre, dunque, seguivano i loro uomini, e pare avessero un ruolo abbastanza influente nella società barbarica: non solo condividevano la medesima vita dura, ma pare ricoprissero anche un ruolo di “sacerdotesse” come si può evincere dai resoconti di Strabone. Un episodio, in particolare, ci interessa: anzitutto perché di grande impatto, e poi perché ha come protagonisti l’arco e le frecce.
È raccontato da Plutarco, infatti, che quando era ormai evidente la disfatta del popolo cimbro, le donne salirono sui loro carri e incominciarono a scagliare frecce su tutti gli uomini superstiti, colpendo indistintamente (o forse, cercando principalmente loro) i loro fratelli, padri, mariti e figli. Quello che sembrerebbe a prima visto un gesto completamente folle e dissennato, può essere spiegato immedesimandosi nel loro punto di vista: queste donne abituate ad essere generatrici, ma anche dispensatrici di vita e a condividere tutto con i loro uomini, avvezze ad essere il fulcro della società, preferivano che morissero per mano loro, piuttosto che cadessero prigionieri in mano nemica, umiliati e derisi; è proprio così che descrive queste forti donne anche Boccaccio.
Tale atteggiamento fiero e drammatico non è isolato ai soli Cimbri: molte popolazioni germaniche o celtiche lo dimostrarono in diverse occasioni, come ben esemplifica il gruppo scultoreo del Galata morente che, nell’atto di uccidersi, tiene per il braccio sua moglie alla quale aveva appena sottratto la vita.
È interessante, a questo punto, dedicarsi ad un raffronto tra i due schieramenti in campo, proprio dal punto di vista dell’arcieria: anzitutto, se è evidente dal passo analizzato che i Cimbri utilizzavano gli archi, i reparti romani avevano arcieri? E di quale provenienza?
Va detto che l’esercito romano non riservò grande importanza alla pratica arcieristica fin quando non ebbe a scontrarsi coi popoli orientali. A Roma, infatti, non si praticava per nulla il tiro con l’arco per scopi militari e tattici, mentre popolazioni come quella dei Parti ne avevano un culto speciale, ed avevano sviluppato tecniche di tiro raffinate, adeguate alla fanteria ed alla cavalleria. Quando i Romani subirono perdite e sconfitte, decisero di porre rimedio alla lacuna arruolando proprio dei reparti ausiliari composti da militari provenienti da popolazioni avvezze al tiro con l’arco: questi venivano ben pagati, dovendo spostarsi, spesso anche di molto, dalle loro zone di provenienza. Una particolarità riguarda anche l’abbigliamento: se quasi tutti i reparti romani, infatti, erano abbastanza “omologati”, era ben evidente dal tipo di tunica, lunga e dai colori variopinti, e dal caratteristico berretto conico, di tipo frigio, la provenienza orientale dei reparti di arcieri romani.
I popoli germanici, anche, praticavano come gli orientali il tiro con l’arco, ed erano avvezzi ad usarlo principalmente per scopi venatori: furtivi e silenziosi, le loro abilità nei boschi erano decisamente superiori a quelle romane, ma nel campo aperto si rendevano evidenti tutti i limiti “tecnici” dei loro archi. Spesso lunghi oltre due metri, in robusto legno di tasso, erano tuttavia molto meno precisi di quelli compositi di tipo orientale.
Quando si scontrò con i Cimbri, tuttavia, l’esercito romano non possedeva ancora reparti di arcieri: le guerre romano-partiche sarebbero cominciate di lì a breve, impegnando per quasi tre secoli Roma. Ad ogni modo, il contributo arcieristico cimbro fu più simbolico che strategico; e fu essenziale specialmente a “liberare” dalla prigionia i guerrieri sconfitti. •

Gli eredi dei Cimbri
Attualmente, in Italia risiede una comunità cimbra, distinta anche linguisticamente dal resto della popolazione locale, e si trova nei Sette Comuni del vicentino ed in altre porzioni territoriali limitrofe.
Sino a poco tempo fa si riteneva che i Cimbri attuali fossero gli eredi di quel popolo sconfitto dai romani di cui sopra, mentre ipotesi più recenti ed accreditate stimano si tratti di un caso di omonimia, valutando la spiccata cultura e lingua tedesca non tanto una sopravvivenza arcaica, quanto la diretta conseguenza delle migrazioni molto più recenti (nel Medioevo), dei Bavaresi.
Quale che sia l’origine, i Cimbri attuali costituiscono veramente una parentesi a sé stante nella regione, con una lingua tedesca antica e tanto affascinante da lasciare addirittura stupito lo stesso re di Danimarca, in visita in Italia all’inizio del Settecento, come riportato dal Buschig: “Conservasi anche oggidì in questo Distretto l’antico Cimbrico linguaggio; o per meglio dire l’idioma Sassone moderno; ma con tanta perfezione che, abboccatosi con alcuno di questi abitanti Federico IV Re di Danimarca, il quale trovandosi in Italia nel 1709 incredulo sì della loro origine, come del linguaggio, volle personalmente riconoscere la verità col visitare il Distretto, e protestò che nella sua Corte non si parlasse così forbitamente”.
Numerose sono le iniziative volte alla promozione e salvaguardia del patrimonio culturale cimbro, durante le quali è possibile immergersi in un’atmosfera tanto suggestiva e diversa lasciando la veneta Vicenza e salendo su per il suggestivo altipiano di Asiago. (A.C.)
Plutarco e le vite parallele
Il racconto delle gesta dei Cimbri, e in special modo delle loro donne proviene dal testo di un grande scrittore greco, Plutarco, che operò nel I secolo dopo Cristo, e fu attivo specialmente nella società romana. Tra le sue opere maggiormente studiate e note si trova il suo Bioi Paralleloi, ossia Vite Parallele in cui il dotto Plutarco analizza, dapprima singolarmente e poi in coppia, le biografie di personaggi storici, rispettivamente un greco ed un romano (a parte rare eccezioni) stilandone un confronto comparativo volto a sottolineare differenze e similitudini tra i due. La peculiarità plutarchea sta tutta in questo raffronto: se infatti vi era una consolidata tradizione biografica nel mondo erudito greco, nessuno aveva mai posto a confronto due biografie per similitudine. Quel che fa Plutarco ha, comunque, non solo un’interessante valenza letteraria, ma ci restituisce la necessità avvertita da un greco di omaggiare il mondo romano, quasi indicandone la sfavillante prossimità col fasto del mondo greco: le Vite Parallele sono politicamente rilevanti poiché mostrano come ellenismo e romanità fossero intimamente connesse tra loro nelle esperienze biografiche dei loro personaggi, due facce della stessa medaglia, due modelli complementari e dialoganti tra loro.
Uno storico è super partes, dunque, anche se appare evidente un’enfasi maggiore nel “riaccreditare” lo splendore greco: se Roma indubbiamente estendeva i suoi domini con la fortuna degli dei, e con lei fiorivano arti e splendori, la Grecia era oramai al tramonto e la maggior cura messa da Plutarco sembra effettivamente confermare questo inevitabile declino.

(A.C.)


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