storiaPARZIVAL, LE AVVENTURE DEL CAVALIERE DEL GRAALAndrea Cionci

storia
PARZIVAL, LE AVVENTURE DEL CAVALIERE DEL GRAAL
di Andrea Cionci

7
0

Le opere cavalleresche hanno sempre appassionato una nutrita platea di lettori, che comprende persino alcuni santi; il genere è piuttosto vasto e proviene quasi tutto dall’aria francese, dove fiorì con particolare fortuna. Un’eccezione felice è rappresentata dal Parzival del tedesco Wolfram Von Eschenbach.
Nell’opera sono narrate le avventure del Cavaliere del Graal; la storia si dipana in 16 capitoli ed incomincia con le gesta del padre di Parzival, Gahmuret, della stirpe degli Anjou. Gahmuret è un guerriero coraggioso e intraprendente; in cerca di avventure e tornei, si ritrova a combattere per la regina di Zazamanc, assediata nel suo castello. Con lei convolerà a nozze, malgrado sia moresca, ma il cavaliere riparte presto, lasciando la sposa incinta di un figlio “pezzato” di bianco e di nero.
Dopo aver lasciato Belecane, Gamhuret partecipa ad un torneo nel quale vince la mano di Herzeloyde, che appartiene alla Famiglia del Graal, ma appena celebrate le nozze parte per combattere la sua ultima battaglia: nel combattimento troverà la morte.
Anche in questo caso la sposa lasciata è incinta ed il bambino che verrà alla luce è proprio Parzival, nato senza padre.
Terrorizzata dalla possibilità di perdere anche il suo unico figlio per morte violenta, nonché l’unico ricordo di suo marito, Herzeloyde si ritira coi suoi servitori nel folto del bosco di Soltane, molto lontano dalla sua terra natìa e da qualunque villaggio, decisa a far crescere Parzival estraneo al mondo e persino alla sua casata. Ma soprattutto ciò che preme ad Herzeloyde è che il fanciullo non conosca mai né armi, né guerra.
Il figlio di vedova, Parzival, cresce dunque in un bosco maestoso, puro e senza macchia, non tra i fasti regali di qualche castello, ma nella selvaggia ed incontaminata vegetazione, dove egli gioca senza conoscere malizie e conservando un cuore quasi primitivo.
Un giorno, però, Parzival giocando da solo nel bosco, ha un’idea: trasportato dalla fantasia egli ricava da un cespuglio un arco e delle frecce, e con queste va a caccia di uccelli nel bosco.
È interessante vedere come, in maniera spontanea, egli concepisca un’arma, e non una qualsiasi: si tratta dell’arco, che è anche piuttosto complesso perché prevede un certo numero di parti da comporre tra loro, ed è necessario anche confezionare delle frecce aerodinamiche.
Possiamo avanzare una serie di ipotesi sul perché Parzival costruisca proprio quest’arma. Abbiamo detto che non aveva mai conosciuto nulla che avesse a che fare anche solo lontanamente con la guerra poiché aveva vissuto fuori dal mondo sin dalla nascita, ignorava persino il suo lignaggio, e cresceva in maniera spensierata nel bosco di Soltane. Che avesse, quindi, ricevuto qualche tipo di suggestione è fuori discussione: la selva infatti non era frequentata da cacciatori.
Possiamo chiederci come mai il giovane Parzival non abbia concepito un’arma più rudimentale, come potrebbe essere un bastone acuminato adoperato a mo’ di lancia, o una fionda. La risposta è abbastanza semplice: Parzival pur essendo cresciuto a Soltane non è un selvaggio, la sua stirpe regale vive in lui, malgrado sia ignorata, il sangue – insomma – non è muto. Egli è nobile, perciò la prima arma che concepisce non può essere primitiva, perché in ogni caso deve rispecchiare la sua indole innata, che è quella che riconoscono i Cavalieri Erranti che un giorno, dispersi nel bosco, lo interrogano per ritrovare la strada.
Ecco dunque che l’arco diviene il nodo centrale, il punto di transizione tra un mondo apparentemente primitivo e quello della cavalleria; il “bosco materno” che tiene imprigionato l’eroe con una forza gelosa, viene vinto e superato tramite la realizzazione di quest’arma simbolica, costruita a partire da un cespuglio, da qualcosa che componeva la verde prigione, che faceva parte dell’isolamento, ma che viene trasformata da Parzival.
Prima della guerra, la caccia; prima delle spade, l’arco. Ed è proprio in virtù della sua natura simbolica che l’arco lo conduce fuori dal bosco, lo proietta verso le avventure, verso la realizzazione. I cavalieri che Parzival incontra sono ben più raffinati di lui, ma riconoscono nel giovane una forza nobile e catalizzante.
Nel libretto dell’Opera concepita da Richard Wagner, Parsifal viene interrogato dai cavalieri, che gli chiedono chi mai gli abbia procurato quell’arco e, con un discreto orgoglio, il giovane ammette che è stato lui stesso a costruirlo, ed è divenuto un arciere abilissimo, capace oltre ogni dire, d’abbattere qualunque uccello, persino un cigno maestoso.
Nasce tra i Cavalieri e Parzival vicendevole stima, e il ragazzo decide di seguirli; da questo momento in poi la storia cambia radicalmente, perché Parzival viene iniziato alla via dell’Onore, lo aspettano avventure, tornei ed imprese, che lo porteranno a divenire Cavaliere di Re Artù e custode del Graal. •

I poemi e la Cavalleria
In Francia, durante il medioevo, due grandi epopee di carattere cavalleresco cominciano ad essere codificate in lingua d’oil: si tratta del ciclo carolingio, nel quale sono narrate le avventure di Carlo Magno, ed il ciclo bretone, che riguarda invece Re Artù e i suoi cavalieri. Del grande ciclo carolingio, l’episodio più noto è sicuramente quello di Orlando, paladino del re e la tematica centrale è la guerra in difesa della cristianità.
Nel ciclo bretone, invece, grande importanza riveste la ricerca del Graal. La differenza rispetto al ciclo carolingio, è che in questo caso vi è una forte commistione di elementi eroici e lirici, per influenza della poesia provenzale: come protagonisti ci sono sempre cavalieri cristiani, ma non mancano magie, incantesimi e avvenimenti fantastici. Lo scenario stesso è fiabesco, meno storicizzato: è uno sfondo brumoso, che rimanda alle origini celtiche di tali componimenti; ciò che veramente è protagonista della storia è l’elevazione spirituale del cavaliere, il suo perfezionamento.
Elementi storici e mitici, perciò, si intrecciano in maniera indissolubile, e spesso è difficile raccapezzarsi esattamente tra ciò che è vero da un punto di vista simbolico e ciò che è cronaca, e tentare di puntualizzare troppo rischia di far perdere il senso generale.
La figura di Artù, infatti, è enigmatica e desta fascino per la presenza di elementi arcaici e celtici, ma anche cristiani e romani. La storia della sua corte infiamma gli animi europei, e si diffonde rapidamente. Uno degli autori più noti per quanto riguarda il ciclo bretone è Chrétien de Troyes, noto per il suo Perceval (da cui probabilmente trasse ispirazione Wolfram von Eschenbach) racconto nel quale viene trattato in special modo la vicenda del Graal.
Sarà proprio Perceval, secondo Chrétien de Troyes, a riuscire a conquistarlo, grazie al suo coraggio e alla sua purezza di cuore, contrariamente a Lancillotto che, seppur valoroso, aveva ceduto agli istinti ed aveva persino tradito il suo re, amando la sua sposa.
La Cavalleria è infatti, secondo alcune interpretazioni, un vero percorso iniziatico, fatto di dominio di sé, di superamento delle proprie debolezze per giungere ad uno stato di purezza e perfezione che procura molte beatitudini; il cavaliere è errante poiché battendosi e gareggiando può accrescere la sua virtù, temprandola con fatiche, con lunghi periodi di privazione. Non è raro il passaggio di boschi disabitati o inospitali, poiché il cavaliere rappresenta, in una simbologia, l’aspetto dinamico della crescita spirituale, mentre la dama, immota nel castello, che attende castamente l’eroe, rappresenta la contemplazione immobile, col principio fisso. (A.C.)
Il Graal
Nel Medioevo si cominciò a narrare del misterioso Graal, il piatto o la coppa dentro al quale Giuseppe d’Arimatea, ai piedi della Croce, avrebbe raccolto il sangue di Cristo. Argomento principale del ciclo bretone è proprio la ricerca del Graal, per realizzare la quale tutti i cavalieri cercano di raggiungere la purezza di cuore.
C’è però da fare un distinguo, infatti nel Parzival di Von Eschenbach, a differenza del Perceval di Chrétien De Troyes, il Graal non viene presentato come un piatto o un calice, bensì come una pietra.
Ovviamente questa differenza ha aperto un dibattito che ancora oggi vede gli studiosi divisi; da un lato c’è chi sostiene che, essendo Von Eschenbach un Maestro Cantore – una sorta di aedo, un iniziato – avrebbe conosciuto profondamente alcuni “segreti” legati a questa pietra, antichissima, caduta dal cielo. Di questa pietra ne avrebbero parlato molti, e secondo alcuni avrebbe potuto trattarsi della gemma posta al centro della corona di Lucifero, precipitata con lui all’alba dei tempi, o di un masso dell’iperboreo Externsteine. Secondo altri studiosi, invece, la pietra sta ad indicare una mensa, un altare, forse quello su cui Cristo consumò l’Ultima Cena istituendo il Sacramento dell’Eucarestia. Secondo altri, invece, si è più banalmente trattato di un errore di traduzione: nel testo francese, che ha verosimilmente ispirato Von Eschenbach, si parla di un piatto tempestato di gemme, così rilucente e brillante da sembrare esso stesso una pietra preziosa. Che il Maestro Cantore abbia preso un abbaglio, saltando un verso o mal interpretandolo? robabilmente non avremo mai la certezza, ma possiamo continuare a sognare, a ispirarci, sui bei versi dei poemi antichi, riscoprendo in noi la Cavalleria, per la quale tanti nobili cuori domarono, nei secoli scorsi, vizi e passioni, partendo magari dallo stesso afflato che spinse Parzival, quasi un barbaro nel bosco, a costruire il suo primo, nobile arco. (A.C.)
Condividi
Share

NO COMMENTS