arco e cinemaELEONORA SARTI FA CENTRO ANCHE SUL PICCOLO SCHERMOMarco D’Incà...

arco e cinema
ELEONORA SARTI FA CENTRO ANCHE SUL PICCOLO SCHERMO
di Marco D’Incà

5
0

Attrice per il film Rai “A muso duro”, l’arciera della Nazionale Paralimpica parla della sua esperienza sul set, insieme a veri attori, come il protagonista Flavio Insinna, e altri atleti prestati al cinema

Non è solo un’atleta della Nazionale italiana Para-Archery. È anche una testimonial dello sport paralimpico. E in particolare della disciplina in cui eccelle: il tiro con l’arco. Lo è al punto da aver rappresentato il magico mondo delle frecce e dei bersagli, in una prima serata televisiva. E, per di più, su Rai 1. Il canale della messa in onda di un tv-movie che richiama un celebre pezzo del cantautore Pierangelo Bertoli: “A muso duro”. Tre parole che, per il piccolo schermo, vengono declinate nella storia di Antonio Maglio: medico e “padre” dei Giochi Paralimpici.
Ebbene, se il binomio sport e disabilità riesce a entrare nelle case di milioni di italiani, è anche grazie a Eleonora Sarti. Sì, perché l’arciera azzurra, negli inediti panni di attrice, era parte di un cast guidato dal regista Marco Pontecorvo e con Flavio Insinna come protagonista.

Eleonora, come è nata l’opportunità di recitare nel tv-movie?
“La FITARCO è stata contattata dalle case di produzione Rai Fiction ed Elysia Productions: erano alla ricerca di atleti da inserire all’interno di un film per la tv sullo sport paralimpico. E, se si parla di promozione dello sport, di certo non mi tiro indietro. Così, dopo un provino, è iniziata l’avventura”.
Il personaggio interpretato?
“Una ragazza ricoverata in ospedale. Eravamo in quindici: sette attori e sei comparse. Non avevo battute particolari da pronunciare, ma durante le scene era necessario lasciarsi coinvolgere, anche emotivamente”.
Che impegno è stato?
“Non da poco, in realtà. Le riprese duravano una giornata intera: la convocazione era fissata per le 6-6.30 del mattino. E proseguivano fino alle 19, a volte alle 20. Abbiamo girato tra Roma e Ostia. La prima operazione? L’acconciatura dei capelli, poi il trucco, quindi un salto dalle costumiste per l’abito di scena. E, solo a quel punto, si entrava nel set vero e proprio”.
Com’è Flavio Insinna?
“Una persona alla mano e spiritosa: stava spesso con noi, scherzava, faceva battute. È umile e attento agli altri. Basti pensare che l’ultimo giorno – era la metà di dicembre – ha regalato a tutti un cesto natalizio con pandoro, spumante, torrone, cioccolatini e quant’altro: a tutti, nessuno escluso. Dagli attori alla troupe. In più, conosceva benissimo il mondo paralimpico, se è vero che suo padre lavorava al Centro di riabilitazione Santa Lucia. E ha assistito dal vivo alle Paralimpiadi di Toronto, nel 1976. Senza considerare che sostiene la squadra di basket in carrozzina, Giovani e Tenaci”.
E il regista Pontecorvo, figlio del grande Gillo?
“È molto carino, riesce a mettere a loro agio gli attori. Ha avuto il merito di far sentire importante chiunque: spiegava nel dettaglio, e con pazienza, cosa dire, come muoversi o comportarsi. Se qualcosa non era chiaro, lo ripeteva anche più volte. Davvero un grande regista: a livello professionale e umanamente. C’era uno splendido clima”.
Quanto è strategica una vetrina televisiva come quella garantita da Rai 1 per lo sport paralimpico?
“Direi fondamentale. Di sport in relazione alla disabilità si parla solo ogni quattro anni, in concomitanza con le Paralimpiadi: è raro, se non impossibile, che faccia capolino in prima serata. L’auspicio è che questo tv-movie induca sempre più persone, reduci da incidenti o da problemi particolari, a rialzare la testa grazie alla pratica sportiva. E ad avvicinarsi a Centri specifici o associazioni. Perché ‘A muso duro’ non fa altro che raccontare la realtà: il disabile non è un super eroe, bensì una persona normale che realizza cose altrettanto normali. Anche su una sedia a rotelle. Basta volerlo”.
A proposito del binomio sport e disabilità, c’è stato uno scatto avanti, dal punto di vista culturale, da parte della collettività?
“Sì, non ho il minimo dubbio. Ho iniziato a praticare sport 16 anni fa e posso assicurare che il cambiamento è stato notevole. Come più ampia è pure la visibilità in ambito mediatico: da Londra a Rio de Janeiro, passando per Tokyo, c’è stato un continuo crescendo”.
Nel frattempo, come prosegue l’attività arcieristica e quali sono i prossimi obiettivi?
“Dopo il raduno di Cantalupa, andato molto bene, la preparazione entra nel vivo in vista degli appuntamenti clou della stagione, nei mesi di luglio e di agosto. In questo senso, sto portando avanti un percorso dal punto vista tecnico. E anche mentale, un aspetto su cui mi sento carente. Spero di riuscire a raccogliere sul campo quei risultati che mi mancano da un po’ troppo tempo. Vorrei tornare a casa con qualche medaglia”.
Che cosa rappresenta il tiro con l’arco per Eleonora Sarti?
“Tutta la giornata ruota attorno allo sport: gli allenamenti, i raduni e le trasferte; gli impegni, le competizioni e gli obiettivi. Il tiro con l’arco scandisce la mia quotidianità, i miei pensieri. Non potrei farne a meno, perché mi permette di vivere emozioni difficilmente ripetibili. E poi mi ha dato l’opportunità di guardarmi dentro, di conoscermi a fondo, di crescere e maturare, di cambiare e plasmare diversi aspetti della mia esistenza”.
Tornando alla tv, potrebbero esserci altre opportunità davanti alle telecamere?
“Non lo escludo, anche perché mi sono divertita parecchio in un mondo che non conoscevo per nulla. Un mondo così affascinante da non farmi percepire la minima stanchezza. Ha rappresentato una piacevole evasione dalla routine. Sì, è stata un’esperienza stupenda”. •

Chi era Antonio Maglio?
Antonio Maglio, a cui è dedicato il film tv della Rai “A muso duro”, è stato un medico e un dirigente INAIL, il direttore del Centro Paraplegici “Villa Marina” di Ostia. Ma soprattutto un pioniere. La sua idea, infatti, ha rivoluzionato il mondo della disabilità: quale idea? Quella secondo cui lo sport potesse essere un efficace mezzo di riabilitazione.
Siamo alla fine degli anni Cinquanta e, a quel tempo, pensare a una simile prospettiva era quantomeno utopistico. E invece il dottor Maglio dimostra con i fatti la bontà del suo pensiero: riesce a creare una struttura all’avanguardia orientata al recupero fisico (e psicologico) dei paraplegici e ridà loro una motivazione per vivere e guardare avanti con fiducia. Anche attraverso lo sport.
Tanto è vero che nel 1960, facendo leva sugli impianti sportivi da poco costruiti o rinnovati per le Olimpiadi, organizza a Roma un torneo di respiro internazionale in cui permette alle persone con disabilità di uscire dall’ombra e mettere in luce quelle che sono invece le loro abilità. È la nascita dei Giochi Paralimpici. Nella prima edizione, ai piedi del Colosseo, partecipano circa quattrocento atleti, in rappresentanza di ventitré nazioni: le discipline? Giavellotto, pallacanestro, nuoto e scherma. E, ovviamente, il tiro con l’arco.
Condividi
Share

NO COMMENTS