storiaL’ARCO NELLA MITOLOGIA SCANDINAVAAndrea Cionci

storia
L’ARCO NELLA MITOLOGIA SCANDINAVA
di Andrea Cionci

9
0

Il mondo scandinavo è, di recente, divenuto piuttosto popolare grazie alle varie serie TV che hanno come protagonisti i vichinghi ed i loro dei. Sono abbastanza noti, perciò, il valore guerriero – in certi casi si tratta di furia distruttrice vera e propria – e il supremo coraggio che animavano gli antichi abitanti delle terre del grande Nord. Presso queste popolazioni si ritiene comunemente che le armi favorite durante la battaglia fossero, essenzialmente, tutte quelle che portavano alla ferita mortale del nemico e che fosse ritenuto pavido sottrarsi al pericolo; tuttavia l’arco e la lancia – entrambi a lunga gittata – erano le armi caratteristiche di due divinità importantissime nel mondo scandinavo.
Il più famoso è certamente Odino, il dio guercio, che ha pagato, letteralmente, un occhio della testa per apprendere i segreti delle rune: egli è il più importante di tutti gli dei e siede sul più alto scranno del Valhalla, una sorta di paradiso dove possono accedere, però, solamente i soldati più valorosi, morti nel fragore di una battaglia mentre combattevano senza risparmiarsi. Odino è spesso rappresentato armato di lancia e a cavallo di un equino straordinario, dalle molteplici gambe, in grado di trasportarlo tra i vari mondi (quello degli uomini, dei giganti…). Secondo gli studiosi, tuttavia, prima di lui vi era Ullr, armato di arco, a ricoprire il posto di spicco nel pantheon scandinavo. Si ritiene che Ullr godesse, in tempi remoti, di una notevole importanza, ed era con ogni probabilità il padre degli dèi, ma la sua figura scivolò piano piano a margine, fino a rimanere sullo sfondo. A testimoniare la sua regalità perduta vi sono, specialmente in Norvegia e in Svezia, molti toponimi che richiamano il suo nome, e nella poesia scandinava, cantata dagli scaldi – poeti guerrieri – una frase tipica è “ricevere il favore di Ullr” o “giurare sull’anello di Ullr”; inoltre quando doveva disputarsi un duello, era lui ad essere invocato per presiedere sul corretto svolgimento della tenzone.
Effettivamente il suo ruolo regnante, di regolatore e difensore dell’ordine, appare anche in relazione a ciò che egli fa col suo arco: similmente al sole va bersagliando le forze del Caos e dell’oscurità. Il suo arco è realizzato, come tutti gli archi migliori, in legno di tasso; la parola YR, in norreno, indica sia l’arma, che l’albero il quale ha una peculiare caratteristica, oltretutto, quella di scacciare via i demoni. In alcune pietre runiche si trova la figura di un uomo armato di arco, probabilmente si tratta di Ullr stesso piuttosto che di qualche arciere anonimo.
Del dio si parla nelle Edda, ossia le due principali fonti scritte sul mondo scandinavo, una in prosa e l’altra in versi, ed in quella di Snorri (il compositore di quella in prosa) troviamo questa descrizione:
“Ullr si chiama un áss, figlio di Sif e figliastro di Þórr. È un arciere così capace, ed è così abile ad andare sugli sci, che nessuno può contendere con lui. È anche bello d’aspetto e ha il valore di un guerriero. È bene invocarlo nei duelli”.
Dal momento che viene menzionata la sua abilità di sciatore, unita alla maestria nel tiro con l’arco, se ne deduce che fosse anche, in un certo qual modo, il “protettore” dei cacciatori in inverno. Una simpatica versione, narrata dal Saxo Grammaticus, lo individua come un mago abilissimo, in grado di volare sugli Oceani sopra un osso magico.
Tuttavia, non bisogna immaginare che i Vichinghi utilizzassero unicamente spade, asce e pugnali per combattere; infatti nei codici di legge viene riportato che un uomo libero poteva possedere armi, certamente come quelle menzionate, ma si parla anche di arco e frecce. Snorri Sturluson, colui che ha composto l’Edda in prosa, riporta, ad esempio, una competizione avvenuta tra un re ed un abilissimo arciere. Scavi condotti in Svezia hanno riportato alla luce alcuni archi in stile orientale, simili a quelli usati dai Mongoli, ma l’arco di corno era solitamente nelle mani dei nemici dei Vichinghi, che invece prediligevano, come detto, il legno di tasso come si evince anche dalle diverse rappresentazioni in codici miniati. I riferimenti all’arco nei due testi principali e nelle saghe, inoltre, sono tutt’altro che pochi: la distanza viene talvolta misurata in “tiro d’arco” e il saggio avverte di “guardarsi bene dall’arco che cigola”, ed era previsto che un fanciullo imparasse ad “usare lo scudo, legare le corde, piegare l’arco, appuntire le frecce, lanciare il giavellotto, maneggiare la lancia, cavalcare i cavalli, far attaccare i cani, maneggiare la spada, guadare i canali”.
Il mondo scandinavo, evidentemente, è ancora poco conosciuto se il ruolo dell’arco viene così sistematicamente sottovalutato. Una pratica che in tutte le tradizioni ha sempre rappresentato nobiltà, precisione e compostezza non poteva essere ignorata o bistrattata da popoli tanto impregnati da valori virili. •

Sigfrido, l’eroe biondo
Uno dei soggetti più famosi della mitologia nordica è certamente Sigfrido, l’uccisore del drago. Un eroe senz’altro positivo, che si ritrova suo malgrado a infrangere un patto d’amore, vittima d’un incantesimo. Le sue gesta sono raccontate, con qualche differenza, nella mitologia norrena ed in quella germanica; in quest’ultima egli appare, per alcuni tratti, piuttosto simile al mediterraneo Achille, dal momento che anche lui aveva un punto debole, ma invece di trovarsi sul tallone esso era in mezzo alle spalle. I draghi sono, in tutte le culture, degli esseri misteriosi e magici, che portano sventura e rovina ma anche depositari di conoscenza. Il sangue di drago, infatti, poteva conferire il dono dell’invulnerabilità e della sapienza, perciò Sigfrido, dopo aver ucciso il drago Fafnir, si immerse nel suo sangue, ma una foglia di tiglio, cadendo, coprì la pelle tra le scapole che non fu bagnata. Un’altra caratteristica peculiare dei draghi è quella di adorare l’oro, e nutrire una passione smisurata e malata per i tesori, che accumulano e custodiscono con il corpo ma anche con maledizioni e incantesimi. Prendere una parte, se non tutto il tesoro di un drago, poteva significare condannarsi a un destino di sventura. E tale fu il tragico avvenire di Sigfrido che, pur avendo acquisito una smisurata sapienza, tanto da poter comprendere il linguaggio degli animali, si imbatté sul proprio cammino nella vergine-guerriera Brunilde, condannata a sposare colui che l’avesse destata dal suo lungo sogno (è evidente l’assonanza con la bella addormentata nel bosco) da Odino, cui aveva disubbidito. I due si scambiarono giuramenti, ma poi a lui fu somministrato un filtro d’amore, che lo condusse sposo ad un’altra donna. Sarà proprio l’aver infranto i giuramenti, con qualche differenza nelle diverse tradizioni, a condurlo alla morte. In quella germanica egli viene trafitto alle spalle, mentre si abbevera, proprio nel punto in cui il sangue non aveva bagnato la pelle.
(A.C.)
Gli scaldi, i poeti guerrieri
Snorri Sturluson, storico, poeta e politico scandinavo, è l’autore dell’Edda in prosa, composta nel XII secolo. Nella sua opera, l’autore si dilunga parecchio a parlare dei componimenti poetici, delle figure retoriche e delle metafore da utilizzare, mettendo in guardia, ad esempio, dall’uso smodato di kenningar, una sorta di metafore “fisse” che, se usate in maniera eccessiva, potevano rendere la comprensione del brano assai difficile e produrre un grottesco effetto di forzata ricercatezza che sfociava, invece, nel ridicolo. Può stupire che presso una società tanto dedita alla guerra, al saccheggio e alle campagne di conquista, vi fosse tale attenzione e riguardo all’arte poetica, ma i poeti, nella fattispecie guerrieri-poeti, abbondavano ed erano chiamati scaldi. La figura è assolutamente peculiare del mondo antico, e ci può ricordare gli aedi del mondo classico – se abbiamo presente quando Odisseo narra della guerra di Troia, divenendo cantore delle proprie gesta, possiamo comprendere meglio la figura dell’aedo – o dei bardi nel mondo celtico. Presso il Fianna, l’esercito irlandese, ad esempio, imparare un certo numero di versi e saper fare dei piccoli componimenti era capacità imprescindibile per l’arruolamento. Odino stesso, il cui culto era particolarmente diffuso tra i guerrieri, era il dio che ispirava il furore della battaglia ma anche il fervore poetico.
Il connubio poesia e guerra, quindi, nel mondo antico era molto più usuale che oggi e, oltre ai fattori religiosi e culturali, c’è anche una ragione pratica che può aiutare a comprendere perché fosse tanto importante per un guerriero saper comporre in versi: immaginiamo di essere in guerra per il nostro re, che ci aspetta, attendendo avidamente i resoconti della campagna; noi siamo lontani da casa da svariato tempo e sono moltissimi gli avvenimenti, le battaglie e le morti che si sono succeduti, ma soprattutto noi non abbiamo carta su cui prendere appunti e dobbiamo fare solo affidamento sulla nostra memoria. Tornati dal re, dunque, sarà molto più facile – nonché più nobile – mettersi a cantare in versi tutti gli avvenimenti cui siamo stati testimoni, utilizzando un registro fisso e la composizione in metrica.
(A.C.)

 

Condividi
Share

NO COMMENTS