Tokyo 2020: io c’ero…Sentirsi migliori senza aver fatto nullaGuido Lo Giudice

Tokyo 2020: io c’ero…
Sentirsi migliori senza aver fatto nulla
di Guido Lo Giudice

7
0

Ci chiedevamo come sarebbero stati e se si sarebbero potuti svolgere. Il governo giapponese, le autorità della città di Tokyo, insieme al Comitato Olimpico nipponico hanno trovato la giusta via e, con CIO e IPC, sono riusciti a portare a termine i Giochi Olimpici e Paralimpici nel bel mezzo di una pandemia con serietà e capacità, creando una bolla che tenesse atleti e tecnici ben separati da media, lavoratori di ogni genere e volontari e, questi ultimi, del tutto separati dalla popolazione che – questo va detto – non è sembrata nemmeno sfiorata dalla classica “atmosfera olimpica”.
Chi ha avuto la fortuna di viverli di persona può testimoniare un fatto: Olimpiadi e Paralimpiadi restano tali anche durante una pandemia. Certo, le differenze rispetto alle precedenti edizioni sono abissali se consideriamo gli stadi privi di pubblico, l’impossibilità di avere contatti nelle gare e al di fuori, oltre al divieto di muoversi a piacimento per la città finché non fossero scaduti i termini stabiliti dalla fantomatica applicazione Ocha, per interderci la nostra “Immuni”, dove giornalmente bisognava dettagliare il proprio stato di salute. Ma il valore mediatico, passionale ed emotivo dell’avvenimento, per la prima volta nella storia disputato con un anno di ritardo rispetto al consueto quadriennio, si è respirato e vissuto nonostante queste mancanze e i tamponi salivari che scandivano la presenza di ciascuno.
Se si è riusciti a salvare il salvabile, gran merito va ascritto alla presenza dei media che, tra giornalisti, cameraman, fotografi, operatori e tecnici hanno reso meno asettici gli impianti desolatamente vuoti, dando agli atleti la reale dimensione dell’evento.
Di fronte a un’impresa sportiva che può entrare nella storia non c’è fuso orario o nottata che tenga: la cassa di risonanza di TV e radio, accompagnata dagli aggiornamenti in tempo reale delle agenzie e dei siti web, il lievitare spasmodico dei post sui social e il definitivo timbro delle prime pagine dei quotidiani il giorno successivo, hanno permesso ai protagonisti di rimanere agganciati alla realtà.
Anche se il covid ha reso tutto difficile, la visibilità delle loro imprese, l’esultanza, le lacrime di gioia o di dolore sono arrivate come nelle precedenti edizioni direttamente nelle case e nei cuori degli appassionati, che hanno sofferto e goduto, urlato e pianto di commozione immedesimandosi nelle gesta di questi eroi moderni che, dopo un periodo storico tanto complicato, ci hanno permesso di rivivere giornate memorabili, scalzando i deprimenti bollettini giornalieri sulla pandemia.
Certo, in questi enormi stadi vuoti, le prestazioni sono state circondate da un silenzio disorientante e carico di tensione, ma gli arcieri sono riusciti a riempire questo senso di vacuità con le profonde e contraddittorie percezioni che vive un atleta che, dopo 5 anni di preparazione, si sta giocando il suo futuro con poche frecce, provando a contenere quell’altalena di emozioni che fa salire le pulsazioni fino al cielo – per la prima volta visibili anche in grafica televisiva – proprio mentre bisogna rimanere focalizzati sul gesto tecnico per centrare quel 10 largo 12 centimetri a 70 metri di distanza.
Andando alla cronaca spicciola, proprio mentre ogni freccia pesa tonnellate a causa della tensione, i nostri eroi sono arrivati a guadagnarsi la gloria sportiva reprimendo pensieri e voli pindarici. Immaginate la difficoltà di un arciere quando il suo sguardo incrocia gli obiettivi di telecamere e fotografi, unico filtro verso lo sterminato pubblico che ti segue in diretta da casa in quell’istante carico di suspense, quando scatta il clicker e fai spiccare il volo alla freccia, estensione del sé. La parabola infilza vento, luce, ombra, sole, pioggia, umidità per impattare il più vicino possibile al 10, come quando Nespoli ha frantumato la mini-camera posizionata esattamente al centro della visuale.
Ecco, questa dinamica di causa-effetto circondata da agenti esterni, si è verificata giornalmente allo Yumenoshima Park Archery Field e in tutte le altre location di Tokyo.
I nostri eroi hanno cavalcato la cresta di una fantastica onda azzurra che ha refrigerato l’estate degli italiani con il record di 40 medaglie (10 ori, 10 argenti e 20 bronzi), rappresentando al meglio la spinta di chi, da casa, impastato dal sonno o vibrando con le immagini in differita, si è goduto vittorie impensabili e pazzesche, sentendosi migliore pur non avendo fatto nulla. Ed è proprio questo il bello dello sport: ti esalta e ti rende partecipe per il risultato ottenuto da altri. Da atleti che si commuovono con fierezza di fronte a un trionfo, perché hanno superato i propri limiti prima ancora che gli avversari.

Condividi
Share

NO COMMENTS