profili vincentiSTREAM OF CONSCIOUSNESS OF VALEEVAManolo Cattari – Psicologo della Nazionale FITARCO

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STREAM OF CONSCIOUSNESS OF VALEEVA
di Manolo Cattari – Psicologo della Nazionale FITARCO

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Natalia Valeeva racconta la sua lunga, appassionante e vincente carriera vissuta nel mondo del tiro con l’arco e il modo in cui ha saputo interpretare questo sport

“Scrivi poesie perché hai bisogno di un posto dove essere quello che non sei”. Così scriveva la poetessa argentina Alejandra Pizarnik. La complessità di questo aforisma, che va letto un paio di volte per avere l’illusione di averlo capito, ben introduce Natalia Valeeva. Si, perché nel tiro con l’arco esiste il gesto e il risultato. La ricerca della bellezza e l’ossessione del punteggio. Nella vita dell’arciere queste due dimensioni si fondono e si dividono. A volte sono polarizzate a volte non si distinguono. Si mischiano e confondono rendendo di fatto l’arco un’espressione poetica oltre che sportiva. Natalia Valeeva la poesia non la scrive, la agisce. E le sue parole (qui di seguito volutamente trascritte come da lei pronunciate) ne raccontano l’intensità:
“Facciamo così… prima cosa ho capito che mi piace tirare, seconda cosa ho capito che mi piace tirare e fare 10. Il primo piacere profondo, come un orgasmo, che ho sentito quando ero ancora ragazzina (quindi non sapevo cosa erano uomini) l’ho sentito nel compiere il movimento del tiro. Quando ho scoperto che corrispondeva al 10 è venuta come magia. Quel momento era proprio la sinergia, la ciliegina sulla torta. Se tu senti il piacere del movimento che ti produce il 10 sul bersaglio. Da qua sono andata in quella direzione perché io ho sentito il piacere e in più nel sentire questo piacere ho visto che c’è il risultato e ho cominciato a vincere le gare… due ciliegine sulla torta”.
La Valeeva ha alle spalle ben 6 Olimpiadi. Tra l’altro giocate indossando colori diversi: nel 1992 quelli dell’Unione Sovietica, nel 1996 quelli della Moldavia, nel 2000, 2004, 2008 e 2012 quelli dell’Italia. E questa informazione fa di lei un concentrato di storia politico-geografica degli ultimi 30 anni; se poi si aggiunge che in queste manifestazioni, oltre a rappresentare la nazione, è anche andata a medaglia vincendo un bronzo individuale e uno a squadre, all’esordio olimpico a Barcellona, si capisce come raccontando di lei si parli non solo di storia ma della storia dell’arco.
Natalia Valeeva è una sportiva a tutto tondo. Ha praticato molti sport in gioventù, ma da subito si accorge di prediligere gli sport di mira: “Allora probabilmente nelle mie vene gira il sangue del cacciatore, prima ho provato a sparare col fucile, perché mi piaceva l’odore della polvere da sparo. Nel mio gruppo avevo 11 anni, ero la prima, tra tutti i maschi, ero da sola (ride) e siccome un allenatore di tiro con l’arco viveva nel nostro condominio e il mio fratello maggiore tirava con l’arco, lui mi ha chiesto ‘vuoi provare a tirare?’ Allora ho provato e dopo il primo allenamento sono rimasta lì.. tra la meccanica del fucile: stare sdraiati sul pavimento, a essere fermo e preciso, anche se avevo anche lì (nel fucile) risultati buoni come ragazzina, l’arco era più un’arte perché c’è il movimento e la precisione. Molto probabilmente il fatto di stare troppo ferma, a me non piace stare ferma, probabilmente per carattere mi sono innamorata del movimento e della precisione che probabilmente gira nel mio sangue perché sono mezza tartara”.
La percezione del tiro con l’arco come ricerca del suo versante artistico sarà una costante della sua carriera sportiva: “È arte perché nell’arco tu fai energia, tu scateni l’energia con movimenti disciplinati. Alla fine è più o meno come lo yoga o il Tai Chi. Tutti questi movimenti asiatici, freddi, calcolati e fluidi con in più la precisione sul bersaglio”. Tra arte e punteggio, gesto e risultato in questa infinita opposizione e integrazione di queste due polarità; spiega Natalia: “L’arco è una questione di movimento ed energia da imbottigliare sulla vincita e sul bersaglio. Poi non so come spiegarti: questo era all’inizio, dopo è arrivata la fame. Ero affamata di vittorie, di vincere, di fare record, di conquistare qualsiasi cosa”.

Natalia è come parla. Saggia, straripante e confusiva. Difficile da definire in aggettivi, le parole non bastano per descrivere la sensazione che si ha nel parlare con lei. Le parole non le bastano per raccontarsi e descrivere il suo rapporto con l’arco. Perciò si ritorna al concetto di poesia. Al tentativo dei poeti, con la scrittura, di fare sintesi dell’incommensurabile. Forse la Valeeva è più una musica da ascoltare attraverso le sue parole: “Ho vinto 10 mondiali. Solo in due di loro ho tirato sentendo solo quella magia. Gli altri li ho conquistati con la fatica. Nel tempo non è cambiato tanto il concetto quanto la modalità con cui vincevo le gare. Ho sempre sentito il piacere del tiro, ma magari in modo non perfettamente pulito. Da metà alla fine della carriera, facciamo così, da quando sono arrivata in Italia, era 23 anni fa, ho avuto meno aiuto tecnico, i nostri tecnici russi erano più qualificati. Ho imparato lì, io chiedevo ai tecnici che avevo a disposizione di guardarmi quei pezzettini che mi servivano perché non erano in grado di dirmi esattamente le cose. Alla fine della mia carriera arcieristica i miei allenamenti erano diversi: uno, per le operazioni che ho dovuto fare specialmente nell’ultima parte della carriera, ho dimezzato gli allenamenti; due, perché dovevo usare l’altro tempo che avevo per la riabilitazione, o allenamento specifico per l’arto che è stato operato e in più avevo meno supporto tecnico”.
È da leggere con un piano di Tiersen in sottofondo. Che accompagna la meravigliosa scoperta del ritmo dei pensieri, cui il significato delle parole non danno giustizia: “Negli ultimi anni ho sopportato, poi alla fine ho detto ‘non voglio sopportare’ perché la vita mia è più preziosa di un anno o due di stipendio e solo partecipare alle gare, tanto io comunque sarei la prima nella squadra in ogni caso, però non vincevo più le gare come prima, perché meno aiuto tecnico e meno allenamento e meno di tutto e in più l’invidia. Non è uno sport, è arte. E proprio l’arte è talmente multiplo… io, Galiazzo e Frangilli, siamo talmente differenti come atleti eppure siamo campioni. È proprio come un puzzle da trovare tutti i pezzettini delle cose tra disciplina, tecnica, tra concentrazione e il fisico che sopporta tutto questo, la resistenza tutto insieme… infatti la preparazione fisica che ho iniziato a fare qua in Italia, era diversa perché prima mi facevano fare in Unione Sovietica metà allenamento tiro e metà allenamento parte atletica multiplo per vivere la vita come atleta non come tiratrice per fortuna… dico che per me è una fortuna”.
Pensieri e parole nel tentativo di racchiudere in qualcosa di codificabile e comprensibile all’altro l’immenso. Come il tiro con l’arco. Il gesto è codificato, è sempre lo stesso, ma in quel processo sempre uguale ci entra dentro tutto. Separazioni, ritrovamenti e cambiamenti. Mi muore il gatto e i punteggi cambiano. Una malattia colpisce un caro e i punteggi cambiano. Mi separo e i punteggi cambiano. Mi fidanzo e i punteggi cambiano. Mi laureo e i punteggi cambiano. In quel gesto sempre uguale e nella ricerca di equilibrio di forze ogni accadimento pretende il suo spazio, e deve essere gestito per non farlo entrare. Così leggere Natalia è come ascoltare il proprio dialogo interiore. Il proprio io narrante che fallisce nel tentativo disperato di racchiudere in un senso logico la propria vita e le proprie scelte e che solo nel raggiungimento di un obiettivo trova calma e definizione: “La bellezza del gesto deve avere corrispondenza sul bersaglio, sennò la bellezza del gesto smette e dopo pochi anni la gente smette di tirare. Ecco deve essere da qualche parte appagata nel bersaglio, nelle vincite, per rimanere a lungo. Perché se rimane solo la bellezza del gesto senza vincere medaglie e fare il risultato bello, durerà per pochi mesi o pochi anni questa bellezza. A quel punto la gente cambierà sport probabilmente, per lo meno per me, dopo 35 anni di tiro, è stato così”.
Il bersaglio diventa faro e fornisce la direzione da seguire per non perdersi. Costringe l’incommensurabile a sporcarsi, a volgarizzarsi in un numero da 1 a 10. E alla fine di tutto, l’accumulo di quei numeri ti dice chi sei. Se stai dentro o fuori, se vinci o perdi. Inesorabilmente ti mette di fronte al fatto che vali solo quel numero. 640, 660 o 600, tra l’altro ottenuto esclusivamente in gara. Tutto il resto è noia e ciò che non si fa in gara non conta. “Senza credere in qualcosa non puoi vincere niente, devi trovare qualcosa in cui credere, io credo in Dio. Ma sulla linea di tiro credo anche alla fortuna, aiutata dal lavoro duro che stai facendo. Se non fai niente non può arrivare niente è inutile aspettare la fortuna”.
Il bersaglio divenuto faro e il tiro con l’arco che diventa un’occasione di crescita interiore: “Io mi sono trasformata, io non ero così come adesso, io sono cresciuta. Facciamo così… io mi sono formata, perché ho cominciato a leggere libri di psicologia, quelli che riuscivo a trovare …il coach sovietico sempre me li toglieva dalle mani i libri che io leggevo perché in quell’epoca non si poteva leggere sul campo di gara… nessuno leggeva durante il tiro… lui mi toglieva i libri e io li prendevo e leggevo, perché lui diceva che solo quelli che pensano meno riescono a vincere le gare, invece io cercavo di trovare le risposte ai miei dubbi o magari alle paure. Mi è capitato di trovare il mio primo libro di Dale Carnegie, psicologo americano. Parlava di come parlare e come capire la gente e come ti capiscono, da lì ho cominciato a leggere sia psicologia sia altri libri”.
Tra le tante unicità Natalia è anche donna in una nazione di grandissimi campioni uomini. Il suo punto di vista rispetto a questo: “Raccontami la differenza tra me e te come uomo e donna, se facciamo stesso lavoro … a chi pagano di più? A chi guardano di più? Stessa roba anche nell’arco. Io sapevo che dovevo essere di più di tutti per essere considerata più o meno come quei campioni in squadra. Siccome non c’era la squadra dovevo fare l’individuale perché non c’erano donne abbastanza forti per stare a gareggiare facendo la concorrenza nel mondo. Poi due volte siamo riuscite a vincere a squadre, due campionati; ma per fortuna, eh!”.
Scrivi poesie perché hai bisogno di un posto dove essere quello che non sei, perciò nel fare poesia si finisce con l’identificarsi a tal punto nel ruolo che si ricopre da pensare di essere quella persona: “Comunque l’arco mi ha formato. Ero molto timida e, facciamo così, ero più pessimista che ottimista, ero talmente timida che ero sul pessimismo. Però siccome non mi piaceva quella sensazione di essere a disagio, ho cominciato a leggere libri. Ho cercato qualsiasi tipo di lettura che mi spiegasse. Non c’erano psicologi in quel periodo ancora, che mi spiegassero un pochino di cose e con la mia mamma non è che abbiamo parlato su queste cose. Quindi non avendo nessuno con cui parlare, ho dovuto istruirmi da sola. Con questi libri ho capito che dovrei diventare attrice per far vedere alla gente che sono perfettamente sicura anche se sbaglio. Nessuno si accorgeva se sbagliavo, perché ho capito che è meglio non far vedere alla gente le debolezze. I primi anni sbuffavo o sbracciavo, poi ho visto che non andava bene, grazie ai libri ho capito che potevo diventare un’attrice, infatti ero diventata abbastanza brava a recitare sulla linea di tiro per non far trapelare nulla di me”.
Semplicemente Natalia Valeeva. La più sovietica tra le sovietiche, la più italiana tra le italiane, la più arciera tra le arciere. •

Natalia Valeeva
Tirnauca (Moldavia), 15 novembre 1969

Dopo aver gareggiato con la maglia dell’Unione Sovietica, del C.S.I. e della Moldavia è passata a difendere la casacca azzurra nel 1997 dopo essersi trasferita in Italia, creando la sua famiglia nella provincia di Modena. Con la maglia della FITARCO ha preso parte a 4 edizioni dei Giochi Olimpici, ma le medaglie conquistate alle Olimpiadi sono arrivate gareggiando per la Comunità Stati Indipendenti (ex URSS), vincendo il bronzo individuale e a squadre a Barcellona ’92. Con la maglia azzurra ha disputato 10 Mondiali Targa: il suo primo titolo iridato individuale lo ha vinto con la maglia della Moldavia nel 1995, ma si è poi ripetuta nel 2007 in maglia azzurra; a questi due ori si aggiungono 2 ori a squadre e 1 argento a squadre. Sono 6 i Mondiali indoor disputati con l’Italia, conquistando 3 ori individuali e 1 a squadre, 1 argento individuale e 1 bronzo a squadre. Agli Europei Targa conta 7 presenze con 1 oro individuale e 2 ori mixed team, 1 argento individuale, 1 argento e 3 bronzi a squadre. Sono 6 le presenze agli Europei Indoor dove conta 2 ori e 3 argenti individuali e 1 argento a squadre. Al suo attivo anche una presenza ai Giochi del Mediterraneo con bronzo individuale e oro a squadre con Sartori e Tonetta, le compagne con cui ha vinto anche l’oro a squadre ai Giochi Europei del 2015, conquistando anche l’oro mixed team con Nespoli. Vanta anche 11 podi in coppa del mondo, 6 podi al Grand Prix, 39 titoli italiani e 6 record mondiali.

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