Basandomi sulle mie esperienze, mi sento di affermare che sarebbe un compito tendenzialmente semplice allenare un tiratore compound, se non fosse per la poca “convinzione” al vero allenamento da parte dello stesso, a voler cambiare veramente e soprattutto ad avere in memoria solo il risultato (record personale).
Per rendere meglio l’idea, prendiamo ad esempio un tiratore agonista medio (575/580 in indoor, 670/680 50 metri round). Venite chiamati dal tiratore in questione, il quale vuole migliorare “miracolosamente” le sue prestazioni. Da dove iniziate? Programmi d’allenamento con esercizi molto intensi? Revisione totale dell’attrezzatura e della sua messa a punto, frecce comprese?
In questa prima fase mi asterrei da tutto ciò. Mi limiterei invece a porgli 3 domande.
1) Quanti punti pensi di valere (consolidati) indipendentemente dai tuoi record personali?
2) Quali sono i tuoi punti di forza e su quali intendi migliorare?
3) Sai riconoscere un tuo tiro sbagliato, frutto di un errore tecnico, oppure una tua esecuzione non perfetta, indipendentemente dall’impatto?
La stragrande maggioranza vi darà risposte di questo tipo:
– 590 punti indoor, 690 punti 50 metri round.
– Non mi sembra di avere punti deboli.
– Una volta tirata la freccia non percepisco nulla di diverso, se non il tempo più lungo o corto dell’esecuzione.
Tutto questo vi darà la conferma che nel tiro con l’arco, molte volte (non sempre per fortuna) manca la consapevolezza. Sta a voi tracciare un percorso (condiviso) spiegandoglielo nei modi sotto descritti, partendo dai punti più importanti.
1) Il punteggio non determina il suo valore. Sono molte le concause che possono dare risultati altalenanti. Una questione da trattare e da chiarire subito sarà il consolidamento del punteggio e non la rincorsa all’aumento dello stesso senza una base consolidata. Sono troppi i tiratori che tra una gara e l’altra alternano, e non di poco, certi risultati. Questo punto lo trovo particolarmente difficile in quanto molti atleti ricordano il punteggio e non le modalità attraverso le quali si è arrivati ad ottenere quel punteggio.
2) Sulla seconda domanda, il lavoro sarà un po’ più complesso dal momento che dalla vostra parte avete solo le parole per consolidare i punti forti che noterete nel tiratore. Oggi vi possono venire incontro anche filmati e riproduzioni visive rallentate, ma il verbo resta ancora la miglior “medicina” nel rapporto allievo/tecnico.
In merito ai punti da migliorare, paradossalmente il compito sarà più semplice dal momento che per sua stessa ammissione non sa collocarsi in una fascia che risponda alle reali capacità e possibilità. Questo vi permetterà di intervenire senza nessuna sottolineatura negativa, ma presentando il lavoro come un valore aggiunto e non una lacuna da colmare. Molte volte nel nostro sport/disciplina, diversi errori sono causati da abilità motorie poco sviluppate. Non parliamo poi della scarsa importanza che viene data a quelle visive (da non confondere con l’acuità visiva). Questo fa sì che molti interventi diventano “impropri” dal momento che si imposta il lavoro per una soluzione ad un problema tecnico che non esiste o solamente marginale.
Un allenamento improprio è un percorso molto pericoloso, che oltre a creare dubbi sulla tecnica, non risolve un potenziale problema visivo o di coordinazione. Occuparsi di arcieri ad un livello medio alto significa essere in grado di individuare e risolvere problemi che alle volte hanno poco a che fare con la sola tecnica di tiro.
Devo, in aggiunta, sottolineare che la stragrande maggioranza dei tiratori, donne/uomini, non sono preparati ad affrontare un progetto/programma improntato sulla preparazione fisica/atletica: questo fa sì che alcune problematiche legate alle capacità motorie ed anche all’aspetto “emotivo/psicologico”, siano del tutto sottovalutate. Molte volte ci si dimentica che la prestazione di rilievo è frutto di un lavoro che non è basato solo sul tirar frecce, dal momento che si gareggia contro un avversario negli scontri diretti, perché questo spesso è dentro noi stessi.
Va tenuto in considerazione, magari anticipando il tutto in un colloquio verbale con il tiratore, che nel percorso precedentemente impostato, possono presentarsi momenti di stasi o addirittura di temporaneo regresso. Questo non deve spaventare nessuno, dal momento che sarebbero più complicati da decifrare dei risultati ottenuti nell’immediato.
3) La propriocezione è una componente essenziale nel tiro con l’arco. Alcuni grandi del passato arrivavano addirittura a chiamarla: il sesto senso del tiratore.
Tornando al nostro compito. Il nostro tiratore ha ammesso che non percepisce nulla se non il tempo impiegato. Come sappiamo, la percezione non è altro che l’elaborazione di tutto quello che ci giunge dall’esterno. La propriocezione è esattamente l’opposto, elabora tutto ciò che avviene dal nostro interno. Questo fa sì che la sequenza del nostro tiro, che ha come regola essenziale la ripetitività, non può fare a meno di rendere la propriocezione un fondamentale insostituibile del nostro modo di tirare.
Alcuni si “perderanno” all’inizio di questo essenziale percorso, ma non possiamo sorvolare su ciò che molto probabilmente avviene nel quotidiano con una frequenza elevata, mentre “scompare” nel momento in cui ci accingiamo a salire sulla linea di tiro con un compound in mano.
Conclusioni – Andando a concludere mi permetto di dare alcuni suggerimenti che ritengo molto utili per chi vuole specializzarsi come tecnico compound e far sì che questi semplici consigli vi possano aiutare a stare al passo con le molteplici e continue evoluzioni del tiro compound. Avrei voluto chiamarla tecnica compound, ma su questo sarebbe interessante, oltre che opportuno, affrontare l’argomento in presenza di contraddittorio.
– Aggiornatevi molto.
– Frequentate il più possibile i campi di gara, presenziate a molte competizioni e laddove possibile, anche durante quello che viene chiamato allenamento.
– Annotate e fotografate tutto quello che si può, anche quello che può sembrare insignificante.
– Non limitatevi a seguire, schedulare e osservare i grandi tiratori. Il campione solitamente ha una tecnica personale poco “sovrapponibile”. Poi, come spesso accade, vi perderete in ricerche inutili, dal momento che ogni campione ha, a sua insaputa, 30 allenatori.
– Sperimentate il più possibile.
Sono sempre più convinto infatti che un allenatore debba saper trasmettere e ricevere dall’ambiente agonistico nuove idee. Senza di queste difficilmente crescerà con la stessa velocità con la quale cresce l’ambiente compound.
Non per pormi come tecnico “controcorrente”, secondo me un buon allenatore non è chi necessariamente collabora o “sforna” campioni. Il campione solitamente nasce ricoperto da un “telo bianco”. L’allenatore toglie solo il telo. L’allenatore che intendo io è colui che fa crescere i gruppi, che collabora con le compagnie e le regioni. Sempre disponibile con gli altri tecnici ed istruttori nel riportare le proprie esperienze, soprattutto se si tratta di un tecnico federale che, a differenza di molti altri tecnici preparati, ha la fortuna di vedere cosa c’è in giro per il mondo. •




