Se la ricerca della prestazione perfetta diventa ricerca di controllo sull’ambiente, quando il risultato non arriva si va in ansia, se invece arriva, l’atleta sperimenta una regolazione emotiva temporanea cui non segue un vero e proprio godimento
Il problema della ricerca ossessiva del risultato è che essa stessa diventa un meccanismo di autoregolazione emotiva. È un concetto un po’ complesso ma centrale, soprattutto nello sport di eccellenza, che sostanzialmente consiste in una ripetizione degli stessi gesti per anni.
Come per le persone che hanno necessità di controllare venti volte se hanno chiuso la portiera della macchina, anche se non è mai capitato che la trovassero aperta. In realtà alla base di quel comportamento c’è la necessità di controllare l’ambiente e ridurre l’ansia, tant’è vero che girato l’angolo il dubbio che la macchina sia aperta si riaffaccia e si riverifica la chiusura. Ho anche conosciuto persone che facevano la foto della manopola del gas chiuso e nonostante questo sentivano la necessità di ricontrollare. Non è il gas il problema.
Se la ricerca della prestazione perfetta diventa ricerca di controllo sull’ambiente, quando il risultato non arriva si va in ansia, se invece arriva, l’atleta sperimenta una regolazione emotiva temporanea cui non segue un vero e proprio godimento, ma più un pensiero del tipo “e ora che faccio?”.
Nello sport di eccellenza questo meccanismo è importantissimo, se ad esempio per risultato intendiamo non necessariamente il piazzamento in gara, ma la cura di un dettaglio particolare (anche in allenamento).
Somiglia al meccanismo che aggancia il ludopatico nella sua “folle” percezione di controllo dell’ambiente (la vincita). Ciò che viene meno in entrambi i casi sono le due motivazioni intrinseche, appunto il divertimento e lo sviluppo di competenze (o avete mai visto una persona davanti al video poker felice di maturare le proprie competenze di “strategia”?).
Ovviamente nello sportivo tutto questo si verifica fisiologicamente e su vari livelli a volte problematici e a volte simpatici.
Problematici: un arciere che si intestardisce su un dettaglio particolare (un’uscita particolare dal clicker) che allena e riallena focalizzandovi l’attenzione e l’ansia, non tanto per correggere un errore, ma ascoltando la sensazione che ci sia qualcosa che non va (del tipo: “Sta insorgendo un problema tecnico”), sta fondamentalmente controllando la portiera della macchina.
Se arriva l’errore, come è possibile che alla lunga si verifichi continuando a “chiamarselo”, rischia di creare un problema prestazionale, che magari paga in gara. A quel punto si intacca la fiducia in sé giustificando il pensiero dell’errore tecnico. Se un arciere entra in un circuito del genere meglio interrompere l’allenamento e fare altro: è più allenante.
La dimensione simpatica la vediamo la prossima volta parlando di scaramanzie. Per non sbagliare alle prossime gare della Nazionale mi porto la mia maglietta (bucata) porta fortuna! •




