“Per questo motivo, in tutto lo schieramento si vedono solo gli scudi e tutti sono al riparo dalle frecce nemiche, grazie alla compattezza della formazione”. Sono parole del grande storico romano Cassio Dione Cocceiano che descrivono come la principale risorsa con cui gli antichi Romani si difendevano dalle frecce fosse lo scudo, un’arma bianca difensiva che essi sapevano adoperare in ardite manovre, la più classica delle quali era la cosiddetta testudo, ovvero formazione a testuggine.
Appena fondata, Roma era lontana dal possedere quel formidabile esercito con cui conquisterà il mondo. Il primo strumento militare risale al re Tarquinio Prisco (616-579 a.C.) e contava circa 3000 fanti e 300 cavalieri con un equipaggiamento similare a quello etrusco-villanoviano.
Lo scudo era in legno o vimini, ricoperto di cuoio, forse lobato con una forma ovale che ricorda un otto.
Fu il re Servio Tullio a costituire il primo vero esercito romano: nel VI sec. a.C. organizzò i soldati sul modello della formazione oplitica greca e, quindi, anche l’armamento era ad essa ispirato.
La prima classe, quella di censo più elevato, era dotata di uno scudo tondo “argivo” (argolico o clipeus) del diametro di circa 1 metro: pesava 5/6 kg, a seconda del rivestimento di cuoio o di bronzo.
La seconda e la terza linea si difendevano con lo “scutum” italico, uno scudo sannitico di forma rettangolare introdotto probabilmente nel tardo V sec. a.C., più economico, ma egualmente efficace ed in grado di proteggere l’intero corpo del milite. La quarta e quinta linea non avevano scudo.
Nel corso della guerra sannitica del 340 a.C., i Romani rimpiazzarono la falange oplitica, capace solo d’una grande forza d’urto ma rigida e poco manovrabile, con i manipoli, un ordinamento che resterà la struttura fondante dell’esercito romano per alcuni secoli, fino all’adozione delle coorti.
In tale formazione, la fanteria pesante era dotata di scutum ovale, mente la fanteria leggera dello scudo tondo denominato parma, in legno e vimini ricoperto di cuoio del diametro di circa 90 cm.
Lo scudo argivo tondo con il tempo scomparve e al suo posto lo scutum rettangolare divenne quello più diffuso.
Questo, di superficie convessa, aveva misura standard di 120 x 75 cm e uno spessore di circa 10 cm, comprendendo l’umbone. La sua origine probabilmente era celtica; veniva realizzato con due strati di legno incollati tra loro con colla animale, con uno strato interno di lino e uno esterno di pelle di vitello. I lati superiore ed inferiore erano rinforzati da un bordo di metallo che lo riparava dai colpi delle spade e dall’usura provocata dal contatto con il suolo. La parte centrale esterna era rinforzata da una spina, di legno o metallo, e da un umbone di ferro che poteva avere forma circolare o a farfalla con, o senza, puntale.
All’interno lo scudo poteva essere rinforzato da una armatura metallica. Al centro ospitava un incavo, per alloggiare la mano, in corrispondenza dell’umbone.
In una riproduzione lo scudo arriva a pesare circa 10 kg. Un esemplare originale è però stato ritrovato a Kasr el Harit nel Fayumm (Egitto) nel 1900. Tale scudo era costruito con tre strati di strisce di betulla sovrapposti, quelle esterne orizzontali dello spessore di 25/50 mm, quella interna di 10 strisce verticali dello spessore di 60/100 mm.
Questo tipo di scudo, era utilizzato come riparo per il legionario dal lancio di frecce e altri proiettili, mentre quando il legionario veniva caricato dal nemico poggiava tutto il peso del suo corpo sullo scudo per reggere l’impeto e quindi colpire l’avversario; mentre quando avanzava teneva lo scudo diritto proteggendosi. Di seguito, accucciato, combatteva da dietro di esso.
Lo scudo era utilizzato non solo come arma di difesa ma anche come vera e propria arma offensiva: l’umbone era utile per colpire i nemici, mentre il bordo, rinforzato, poteva essere utilizzato per colpi al volto. Con i secoli, lo scutum divenne sempre più decorato, con pitture o fregi in metallo come quelli ritrovati ad Alesia: essi hanno la forma di fiamme, borchiette, ecc. e costituivano sia un abbellimento e sia un naturale rinforzo dello scutum.
Durante la marcia, lo scudo veniva ricoperto con un telo di pelle (probabilmente di montone o di capra) impermeabilizzato con grasso, il tegimen, per proteggerlo dalle intemperie. In marcia, lo scudo veniva trasportato appeso a un balteo, una sorta di tracolla di pelle, probabilmente ben in alto, per non intralciare i movimenti del legionario, come hanno dimostrato alcuni gruppi di ricostruzione storica. •
Una testuggine contro le frecce
Testudo: quando l’esercito romano si trovava in una situazione di stallo, utilizzava la famosa formazione a testuggine, certamente tra le più riconoscibili e impressionanti della storia militare antica. È stata impiegata fin dagli albori: si trattava di una disposizione difensiva che resta un esempio lampante delle capacità e della disciplina dei soldati romani. Gli uomini erano in grado di interlacciarsi, unirsi e avvicinarsi velocemente, con grande ordine e precisione encomiabile per creare un muro di scudi. In poco tempo si poteva formare un quadrato o un rettangolo impenetrabili. Gli uomini della prima fila frontale mantenevano lo scudo normalmente. Gli uomini sul bordo destro o sinistro posizionavano lo scudo lateralmente mentre gli uomini al centro alzavano lo scudo per coprire loro stessi e il soldato che stava loro davanti. Si creava cosi una formazione protetta ovunque tranne che sulla parte posteriore. Come ogni manovra militare, doveva essere utilizzata in precisi contesti e situazioni. Dalla sua aveva la potenza, la compattezza e la sicurezza. Nella sua solidità era estremamente versatile. Il “guscio” era capace di sopportare anche il passaggio a piedi di una o più persone. A volte i legionari si esercitavano persino facendo salire dei carri sugli scudi. Tra i punti di debolezza vi era la necessità di una grande coordinazione fra gli uomini e quindi la “curva di apprendimento” della tecnica poteva considerarsi abbastanza impervia. Inoltre, la testudo era lenta da manovrare. Gli uomini, ammassati in pochi mq, non avevano lo spazio necessario per combattere col gladio. Quindi, il principale utilizzo della testuggine era quello dell’assedio dove i legionari potevano resistere ai proiettili e alle frecce che venivano scagliati loro addosso e, al contempo, potevano avvicinarsi alle mura in relativa sicurezza. Una volta giunta sotto gli spalti nemici, la testuggine poteva diventare allora una sorta di scala per portare altri soldati a diretto contatto col nemico. Si potevano anche far transitare piccoli strumenti di assedio o di combattimento. Un altro utilizzo, come extrema ratio, tornava utile quando si era accerchiati. Di fronte a un grande numero di avversari ci si poteva chiudere “a riccio”… e prepararsi a vendere molto cara la pelle.
(A.C.)
Formate testudinem!
Ancor oggi c’è qualcuno che riproduce l’antica testudo romana. Sono i rievocatori del Gruppo Storico Romano, con sede sulla via Appia, a Roma, un’associazione di rievocatori nata – senza scopo di lucro – nel 1994 che si è espresso con grande successo in occasione della Finale della World Cup di Roma nel 2017 e, ultimamente, con qualche figurante anche nell’ultima edizione del Roma Archery Trophy.
Omero Chiovelli è il direttore del Museo Storico-Didattico del Legionario Romano e allo stesso tempo è il Legatus legionis della Legio XI Claudia, la legione ricostruita dal Gruppo Storico Romano. Chiovelli ci spiega quali fossero gli ordini per costituire la testuggine: “Questi potevano essere impartiti da fermi o in marcia, con lo schieramento disposto in genere su 3 o 4 file. Il primo ordine è “PARATI AD TESTUDINEM!”. I legionari si preparano alla formazione della testuggine: quelli della prima riga si posizionano a protezione con gli scudi; quelli delle righe posteriori ruotano lo scudo in posizione orizzontale. All’ordine “FORMATE TESTUDINEM!”, i legionari si avvicinano gomito a gomito, addensano le file e le righe, poi i legionari della prima riga alzano lo scudo all’altezza degli occhi ed i legionari delle righe successive alzano gli scudi disponendoli orizzontalmente sulla testa appoggiando la punta sull’elmo del legionario davanti. In tal modo le frecce scagliate dal nemico scivolano sugli scudi secondo il principio delle tegole dei tetti”.
La sede del Gruppo Storico Romano, costruita in modo molto simile a un castrum (accampamento romano) è dotata di una piccola arena con spalti e sabbia per i giochi gladiatorii e di un anfiteatro. Vi sono, inoltre, un museo interattivo ad ingresso gratuito, (premiato con la medaglia d’argento del Presidente della Repubblica) dove sono esposti oggetti, sia civili che militari, riguardanti l’antica Roma, visitato ogni anno da circa 15.000 persone, tra italiani e stranieri. La sede del Gruppo ospita anche alcune armerie per i legionari, i gladiatori e i pretoriani.
Quasi tutti gli equipaggiamenti sono autoprodotti (a norma di legge) dai rievocatori con grande abilità e attenzione filologica. Nel laboratorio vengono prodotte le “loriche segmentate”, ingegnose armature lamellari che i Romani avevano adottato prendendo spunto da alcuni eserciti orientali. La corazza viene costruita oggi come allora, assemblando fasce di lamiera di ferro attraverso ribattini, cerniere e cinghie di cuoio: una volta terminata, essa consente una perfetta mobilità delle braccia proteggendo efficacemente il busto e le spalle. Possiede inoltre una caratteristica insolita: una volta adagiata per terra, la lorica segmentata si ripiega su se stessa “a soffietto”, occupando poco spazio.
Solo vedendo da vicino, materialmente, queste armi e armature ci si può rendere conto della cruda realtà del combattimento corpo a corpo e di come esso abbia sollecitato l’ingegno umano, nella storia, ad escogitare sistemi di auto-protezione e di offesa sempre più efficaci. Tutti i costumi, le armi, i riti e le celebrazioni sono verificati e condivisi attraverso un protocollo di intesa, stipulato nel 2012, fra il Gruppo Storico Romano e il Dipartimento di Scienze storiche, filosofico-sociali, dei Beni Culturali e del territorio dell’Università degli Studi di Roma Tor Vergata.
(A.C.)




