storiaIL TENORE COLLEZIONISTAAndrea Cionci

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IL TENORE COLLEZIONISTA
di Andrea Cionci

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Nel 1957, a 92 anni, morì il tenore che portò al successo la “Bohème”, l’opera italiana più eseguita a livello internazionale. Allo stesso tempo, se ne andava un collezionista che ci ha lasciato una delle collezioni di strumenti musicali più ricche al mondo, ma anche tante altre importanti raccolte che si trovano ora essenzialmente in diversi musei della Capitale. Eclettico e riservato, Gennaro Evangelista Gorga – detto Evan – è stato un personaggio importante per la cultura italiana, solo da pochi anni riscoperto,tanto che il Museo Nazionale Romano di Palazzo Altemps gli ha dedicato una mostra permanente. Nato nel 1865 Broccostella, in provincia di Frosinone, Gorga proveniva da una famiglia della piccola nobiltà ciociara. Da ragazzino si trasferì a Roma e ben presto cominciò ad appassionarsi follemente alla musica: gli spettacoli che si davano al Teatro Apollo accesero in lui la fiamma dell’arte lirica, tanto da indurlo a gettarsi a corpo morto nello studio del pianoforte. Un giorno fu sentito suonare dal maestro di ballo della corte sabauda Francesco Pascarella, che lo volle assolutamente prendere con sé come pianista accompagnatore. Gorga divenne così in breve uno dei pianisti più richiesti in quell’ambiente aristocratico ben descritto da d’Annunzio ne “Il Piacere”.
Il caso volle che un giorno il suo amico Francesco Tamagno, celeberrimo tenore all’apice del successo, rimasto afono, lo pregasse di sostituirlo in una recita dell’“Ernani” di Verdi. Fu un trionfo. Cominciò per Gorga una carriera brillante, che dopo appena un anno lo condusse a Milano nello studio di Ricordi per un’audizione di fronte a Puccini, Illica e Giacosa, i quali stavano scegliendo il cast per la prima di Bohème. “El g’ha pur le physique du rol!”, esclamò in schietto dialetto milanese Illica. Gorga fu infatti scritturato anche in base al fatto che la sua bella e distinta figura lo avrebbe reso un perfetto, seducente Rodolfo. L’editore voleva testare il successo della nuova opera più con un cast credibile che grazie alla presenza di un divo affermato. Nonostante Gorga fosse stato sottoposto a massacranti turni di prova per accontentare un direttore esigente come Toscanini, la prima di “Bohème”, fu un successo strepitoso di pubblico, anche se la critica, con rara miopia, si espresse negativamente. Gorga, tuttavia, continuò a calcare le scene dei più importanti teatri italiani, fino a quando, nel 1899, a 34 anni, decise improvvisamente di abbandonare una carriera lirica che gli stava dando le più grandi soddisfazioni, per dedicarsi alla vera passione della sua vita: il collezionismo.
Fin da ragazzo aveva messo in piedi una collezione di strumenti musicali, raccattando vecchi pianoforti, spinette antiche, clavicembali, che le famiglie nobili dove andava ad accordare i pianoforti, volentieri gli regalavano; ma adesso, con i soldi ottenuti con il teatro e dall’eredità paterna, cominciò a collezionare i più disparati oggetti. Si sa che il collezionista si imbatte di solito in quello che non cerca e Gorga si lasciò prendere la fantasia e la borsa da questa sorte ironica. Cercava una ghironda, gli capitavano sottomano ferri chirurgici medievali, ed egli li acquistava. Era sulle tracce di un sistro o di una tromba dei tempi di Cesare e gli offrivano invece una raccolta di antefisse, ed egli metteva le ceramiche architettoniche accanto agli strumenti musicali ed ai ferri chirurgici. Per via di successivi e graduali agganci, arrivò agli atlanti ed ai mappamondi antichi, ai libri di medicina ed alle iscrizioni. Poté avere nelle sue collezioni la cattedra dalla quale insegnava alla Sapienza il celebre medico Lancisi, un pezzo di affresco antico che completa una collezione esposta ai Musei Vaticani, una collezione di bozzetti di terracotta fra i quali se ne annoverano del Bernini. E ancora fossili, animali impagliati, bambole, armi, lucerne, scaldini, ferri battuti. Tutto questo enorme materiale storico, scientifico ed artistico doveva costituire, nelle sue intenzioni, una documentazione tangibile dell’evoluzione della civiltà dei popoli nella religione, nelle scienze, nelle arti, nel lavoro ed in tutte le altre manifestazioni della vita, dai tempi preistorici all’epoca contemporanea. Tale imponente complesso fu suddiviso in trenta collezioni diverse, vastissime, che egli dovette alloggiare in ben dieci appartamenti in Via Cola di Rienzo a Roma. La maggior parte di esse erano sistemate alla meglio in casse o in mucchi; altre, come la collezione musicale, che contava seimila pezzi, ordinatamente allestite. Queste collezioni furono molto invidiate dai contemporanei, tanto che nel 1911 il miliardario americano John Pierpoint Morgan gli offrì un assegno in bianco per la sua collezione di strumenti: Gorga rifiutò perché non avrebbe sopportato l’idea che quei preziosissimi oggetti venissero portati fuori dei confini italiani. Fu così che alla fine, stremato dai debiti, Gorga firmò negli anni ’30 un patto con lo Stato italiano: egli avrebbe ceduto al Paese le sue enormi raccolte, purché gli fossero ripianati i debiti e si costituisse con i proventi dell’allestimento delle collezioni un grande Collegio lirico, dove i giovanetti con bella voce fossero istruiti al canto e un “Teatro Massimo del Popolo”, enorme, attrezzatissimo, in grado di competere con il cinema; tutto questo doveva essere consacrato alla rinascita dell’arte lirica italiana, fonte di ricchezza e di gloria per l’Italia. La convenzione fu ratificata solo nel 1949, quando il collezionista aveva perso i suoi agganci col mondo politico e riuscì solo ad ottenere dieci borse di studio in conservatorio per ragazzi di famiglie non abbienti. La sua enorme collezione di strumenti musicali è oggi il nucleo centrale del Museo degli Strumenti Musicali di Roma in Piazza Santa Croce in Gerusalemme, mentre le altre raccolte furono smembrate fra i vari musei italiani, disperdendo così un patrimonio unico e prezioso.

La collezione di armi e le punte di freccia
Dopo varie vicissitudini che attraversarono le collezioni Gorga, finalmente, nel 1969 l’Istituto di Etruscologia e Antichità Italiche dell’Università di Roma La Sapienza prendeva in carico il materiale bronzeo conservato nell’Antiquarium Palatino per riunificarlo nel Museo Nazionale romano nel 1975. Oggi dovrebbe trovarsi quasi per intero nei depositi del Palazzo Altemps, a Roma. Il volume “Le armi della collezione Gorga (ed. L’erma di Bretschneider) è stato scritto dall’archeologo Maurizio Sannibale e costituisce la pubblicazione più completa sulle classi di materiali Gorga connesse con l’armamento. Esse sono ordinate soprattutto attraverso un criterio tipologico: infatti, secondo una caratteristica comune ai manufatti raccolti dal tenore, questi materiali sono estremamente vari, con pochi dati sulla loro provenienza.
Nel catalogo sono contemplate armi da offesa e da difesa, insieme a determinati tipi di cinturone, caratteristici dell’abbigliamento militare. Segue poi la trattazione di strumenti dell’equipaggiamento equestre tra i quali, oltre agli speroni, viene presentato anche un ricco assortimento di teste di mazza e anelli gemini cuspidati spesso presenti anche in altre collezioni di armi. La raccolta è permea-ta da uno spirito enciclopedico e quindi annovera pezzi diversi ed eterogenei. Le armi da offesa costituiscono un nucleo relativo soprattutto all’età del ferro e del periodo orientalizzante. Abbiamo così, punte di lancia della prima età del ferro di provenienza meridionale, scudi e faretre votivi etruschi e sardi, giavellotti piceni, spade, asce, foderi etc.
Sempre al Piceno potrebbe riportare una punta di freccia databile all’età del bronzo finale un altro esemplare trova confronto nelle fogge dell’età del ferro bolognese dell’VIII sec. a. C. di tutta Italia. Altre punte di freccia con immanicatura a codolo rientrano nelle tipologie ricorrenti negli strati del V- IV secolo a.C delle città greche di Nemea, Olinto, Corinto, Delfi. Tra le cuspidi di freccia di età classica sono documentate sia sul genere a due alette con immanicatura a cannone che i tipi di forma piramidale a tre tagli attestati principalmente in Grecia e in Italia meridionale. (A.C.)

I metalli e le età dell’uomo
La metallurgia nacque nella preistoria e quest’arte antichissima è stata talmente importante per l’evoluzione della civiltà che lo stesso sviluppo economico e sociale dell’umanità è stato condizionato dai progressi raggiunti nella produzione e nell’elaborazione dei metalli. Non a caso, si parla di Età del Bronzo e del Ferro per caratterizzare le varie epoche a partire dall’era postneolitica. I primi metalli a essere utilizzati furono quelli che si trovano allo stato nativo, quali il rame, l’oro e l’argento, che, non possedendo valide proprietà meccaniche e buona durezza, vennero prevalentemente utilizzati per oggetti ornamentali. Ma l’origine della metallurgia vera e propria si fa solitamente risalire alla scoperta del bronzo (attorno al 3500 a.C.): questo è una lega di rame e stagno che unisce al fatto di fondere a temperature relativamente basse, una buona durezza. Con ogni probabilità i primi bronzi furono prodotti per caso, fondendo contemporaneamente minerali di rame e di stagno insieme; tecniche particolari, frutto di osservazioni empiriche, furono nei secoli via via messe a punto per ottenere leghe, con proporzioni ben precise dei due metalli, che meglio rispondessero ai più svariati impieghi. La metallurgia, dall’Età del Bronzo, assunse sempre maggiore importanza dal punto di vista sia bellico sia commerciale, come dimostra la grande quantità e varietà di oggetti a noi pervenuti. Con la successiva Età del Ferro, sviluppatasi nel I millennio a.C., si ebbe un nuovo sviluppo delle attività metallurgiche dovuto soprattutto alle migliori caratteristiche meccaniche delle sue leghe (acciaio, ghisa ecc.) rispetto a quelle del bronzo. Fu proprio in seguito allo sviluppo della metallurgia che le società furono costrette ad esercitare un sempre più attento controllo delle risorse disponibili nel proprio territorio. Inoltre, alcuni individui, depositari delle nuove conoscenze tecniche, assunsero ruoli di primo piano nelle comunità. Tale fenomeno determinò, in alcune popolazioni europee, un’organizzazione sociale assai più complessa rispetto al passato, con vere e proprie strutture gerarchiche.
Si delinearono, così, sempre più chiaramente diverse identità etniche, fortemente legate a precise aree e nella nostra penisola si formarono i cosiddetti popoli dell’Italia preromana.

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