cinemaROBIN HOOD, L’ORIGINE DELLA LEGGENDAValerio Sammarco Caporedattore Rivista del Cinematografo e Cinematografo.it

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ROBIN HOOD, L’ORIGINE DELLA LEGGENDA
di Valerio Sammarco Caporedattore Rivista del Cinematografo e Cinematografo.it

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Sovraccarico in tutto, il film di Bathurst (prodotto da Leonardo Di Caprio) è un action dove battaglie, frecce ed esplosioni si alternano a sotto-trame doppiogiochiste dai risvolti al limite del verosimile

“Dimenticatevi la Storia…”. La voce over dell’incipit del nuovo Robin Hood mette le cose in chiaro sin da subito. Non specifica però quanto sarà facile dimenticarsi anche del film, una volta che sullo schermo inizieranno a scorrere i titoli di coda.
Tra i personaggi “leggendari” più sfruttati (e quasi sempre male) dal grande schermo, l’arciere di Sherwood finisce stavolta nelle mani di Otto Bathurst, regista inglese televisivo a cui si deve il primo, notevole episodio dell’ormai serie cult Black Mirror (The National Anthem) e la direzione di qualche episodio dell’altrettanto celebrata Peaky Blinders.
Sicuramente più atletico dei suoi celebri predecessori (da Douglas Fairbanks a Erroll Flynn, da Kevin Costner a Russell Crowe), il Robin Hood incarnato dal ventinovenne Taron Egerton è talmente trasparente da non lasciare nessun segno tangibile del suo passaggio (cinematografico).
Non che il film lo aiuti particolarmente, però. D’accordo, anche il sottotitolo è esplicativo (“L’origine della leggenda”), quindi ci ritroviamo – ancora una volta, l’ultima solamente nel 2010 con il megaflop firmato da Ridley Scott – a “scoprire” chi fosse “davvero” il ragazzo/uomo che solamente poi divenne mito.
Innamorato follemente di Marian (Eve Hewson), il nobile Robin di Loxley è costretto a partire per le Crociate. Tornato con disonore (per essersi opposto ad un superiore di fronte all’uccisione di un nemico, inerme), scopre che l’intera contea di Nottingham è dominata dalla corruzione. L’ingiustizia e la povertà in cui vive il suo popolo lo spingono così a tramare per organizzare un’audace rivolta contro la potente Corona d’Inghilterra. Ma per farlo ha bisogno di un mentore: un abile quanto sprezzante comandante arabo conosciuto durante la guerra (Jamie Foxx).
Sovraccarico in tutto (dalle musiche tonitruanti e onnipresenti ai ralenti interminabili per enfatizzare una sequenza sì e un’altra pure), il Robin Hood di Bathurst (prodotto da Leonardo Di Caprio…) è un action dove battaglie ed esplosioni si alternano a sotto-trame doppiogiochiste dai risvolti al limite del verosimile.
Per carità, l’intrattenimento c’è – sarebbe ingiusto non ammetterlo – e i ritmi tutto sommato sono serrati, ma non c’è mai risposta di fronte alla legittima domanda “che senso ha un nuovo, ennesimo film su un personaggio così ampiamente sfruttato?”.
Ecco allora paventarsi lo spettro della temibile “attualizzazione”, quella pratica sempre più abusata dal cinema mainstream di appropriarsi di figure o tematiche appartenenti alla leggenda, o alla Storia, per provare a raccontarli in chiave moderna: se il modello di riferimento era quello della rilettura à la Guy Ritchie style (e questo già potrebbe dare la misura di quanto si volesse volare alti…) basta molto poco per rendersene conto e, al tempo stesso, per rimanere sin da subito estranei rispetto a quello che avviene sullo schermo.
Tanto nel taglio dei costumi quanto nella scelta di alcune scene (che fanno tanto “Occupy Wall Street”…) il rimando ai temi caldi dei giorni nostri è abbastanza smaccato, per non parlare di alcune ridicolaggini che spaziano dal politically correct al #MeToo: dall’arabo Yahya (Jamie Foxx), che ovviamente parla inglese in modo fluente (cosa comune nel periodo delle Crociate…), che diventa Little John; Robin Hood che grazie ai suoi rapidi insegnamenti diventa un Bruce Lee arciere; Robin Hood che in realtà è un lord illuminato, oltre che stratega doppiogiochista in grado di insinuarsi – benvoluto – tra le maglie dei loschi traffici Stato/Chiesa; Lady Marian (Eve Hewson) una Mata Hari sempre in prima linea per gli interessi dei popolani: era più credibile il fatto che – volpe – fosse nipote di un leone, come nella versione Disney del ’73, ad oggi l’unica veramente iconica e memorabile.
Mai come stavolta, poi, mancano del tutto le sfumature, le sfaccettature che anche un personaggio negativo come l’odioso sceriffo, qui impersonato dal solitamente ottimo Ben Mendelsohn, avrebbero potuto regalare. E invece è un’altra caratterizzazione tagliata con l’accetta.
Ma non temete: come nelle migliori staffette che si rispettano, lo sceriffo di Nottingham – quello che contrasterà Robin Hood e il manipolo di suoi seguaci nascosti nella foresta di Sherwood – sarà un altro… E il cliffhanger per l’ipotetico sequel è bell’e servito. Difficile però se ne faccia qualcosa, considerati gli incassi globali dei primi due weekend di programmazione: a fronte di un budget dichiarato di 100 milioni di dollari, Robin Hood ha racimolato 21 milioni di dollari negli States e 48 milioni in tutto il mondo. Un discreto bagno di sangue. •

Tutti i Robin Hood
del grande schermo

Il primo in assoluto fu Robin Hood and His Merry Men, regia di Percy Stow (1908). Nell’epoca del cinema muto ce ne furono un’altra dozzina, il più famoso resta senz’altro Robin Hood (1922) di Allan Dwan con Douglas Fairbanks, attore che in quel periodo era l’interprete più popolare dei film di avventure, l’eroe cavalleresco per eccellenza.
Dagli anni ‘30 ai nostri giorni almeno un’altra trentina di film e una decina tra serie tv, serie animate e via dicendo sono stati ispirati alle gesta del leggendario arciere di Sherwood.
Tra questi, i più noti sono sicuramente: La leggenda di Robin Hood, 1938 con Errol Flynn, il Robin Hood animato del 1973, targato Walt Disney, Robin e Marian, 1976, con Sean Connery e Audrey Hepburn, Robin Hood – Principe dei ladri, 1991, con Kevin Costner e Mary Elizabeth Mastrantonio (lo stesso anno, per la televisione, ci fu anche Robin Hood – La leggenda, con Patrick Bergin e Uma Thurman).
L’ultimo declinato in chiave kolossal è stato senz’altro il Robin Hood di Ridley Scott con Russell Crowe protagonista (2010).
Non sono mancate poi, ovviamente, le riletture parodistiche della leggenda. La più nota è senza dubbio quella di Mel Brooks, Robin Hood: un uomo in calzamaglia, 1993, mentre quella che non vedremo mai, purtroppo, è la versione pensata (e scritta quasi totalmente) da Stan Laurel a metà anni ‘50. Il Robin Hood di Stanlio e Ollio non vide mai la luce, ma in piccolissima parte è possibile immaginarlo nel film dedicato ai due geni della comicità, Stan & Ollie, visto recentemente alla Festa di Roma e nelle sale ad inizio 2019. (V.S.)

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