storiaLa pratica sportiva A CAVALLO TRA LE DUE GUERREAndrea Cionci

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La pratica sportiva A CAVALLO TRA LE DUE GUERRE
di Andrea Cionci

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Un interessante filmato dell’Istituto Luce, presente su Youtube, tramanda quella che fu la pratica del tiro con l’arco in Italia negli anni ’30. Lo spezzone si riferisce al mese di gennaio del 1931 e la didascalia (il filmato è muto) riporta: “Giovani italiane si esercitano in un nuovo sport: il tiro con l’arco”. Si vedono schiere di giovanette con berretto di seta nera, camicetta a maniche lunghe in piqué bianco e gonna nera che imbracciano dei long bow di legno e scoccano frecce a varie distanze su bersagli molto simili a quelli in uso ancor oggi. Un altro filmato dell’Istituto Luce del 1938 riporta un cinegiornale dedicato a un campionato internazionale di tiro con l’arco a Londra al quale però l’Italia non partecipava (come disciplina olimpica, il tiro con l’arco compare la prima volta nei Giochi Olimpici di Parigi del 1900, poi successivamente escluso dal 1920 e reinserito alle Olimpiadi di Monaco del 1972 dove l’Italia ha avuto la sua prima partecipazione).
In Italia il tiro con l’arco iniziò ad essere praticato come sport riservato alle “Giovani italiane”. Fu organizzato anche un campionato femminile promosso dall’Accademia di educazione fisica di Orvieto.
Questa novità si inserisce in un rapporto più ampio tra sport e fascismo che va indagato nel complesso.
Mussolini, dopo la presa del potere, aveva inteso rivitalizzare un Paese che era rimasto ancora depresso e lacerato dai lutti della Grande Guerra. Lo sport fu forse uno dei campi in cui si intervenne in modo più platealmente “energizzante”. Dopotutto, lo stesso Capo del Governo adorava il tennis, il nuoto, la corsa automobilistica, lo sci, l’equitazione, la scherma e, ritratto in foto negli abiti di queste varie discipline, incarnava il simbolo dello sport e dello Stato. Egli seguiva anche la Nazionale di calcio italiana, spesso discutendone i risultati con la primogenita Edda. Il volume “Donna Rachele, mia nonna, la moglie di Benito Mussolini”, di Edda Negri Mussolini ed Emma Moriconi (Minerva), riporta telegrammi del Duce alla sua primogenita del tipo: “Finalmente Italia ha battuto Austria nella odierna partita di calcio con punteggio tre a uno stop grande entusiasmo stop”.
Dopo la Marcia su Roma del 28 ottobre 1922, il nascente regime diede all’ex ardito Renato Ricci il compito di “riorganizzare la gioventù dal punto di vista morale e fisico”.
La legge del 3 aprile 1926, n. 2247 sancì così la nascita dell’Opera nazionale Balilla, come ente autonomo, che Ricci avrebbe diretto fino al 1937. Balilla era il nomignolo di Giovan Battista Perasso, il ragazzino genovese che, secondo la tradizione avrebbe dato inizio alla rivolta contro gli occupanti austriaci nel 1746 con il lancio di un sasso contro un ufficiale austriaco.
Dell’ONB avrebbero fatto parte i giovani dai 13 ai 18 anni, ripartiti in varie sottoistituzioni: i Balilla e gli Avanguardisti per i maschi che miravano non solo alla loro educazione spirituale, culturale e religiosa, ma anche all’istruzione premilitare, ginnico-sportiva, professionale e tecnica.
La piccola Italia era l’organizzazione femminile giovanile, costituita dalle ragazze di età compresa tra gli 8 e i 14 anni, che in precedenza facevano parte dei Figli della Lupa. Superati i 17 anni si entrava nelle Giovani Italiane.
Le Giovani Italiane appartenevano all’”Opera nazionale Balilla per l’assistenza e per l’educazione fisica e morale della gioventù” (più comunemente “Opera nazionale Balilla”, in sigla ONB). Fu creata nel 1926, poi venne fatta confluire nella Gioventù italiana del Littorio (GIL), a partire dal 1937.
L’ONB gestiva anche corsi di formazione e orientamento professionale, corsi post-scolastici per adulti, corsi di puericultura e d’economia domestica per le ragazze, oltre a migliaia di scuole rurali (nel 1937 erano più di seimila).
A livello di sport agonistico, Mussolini fece uscire di prigione (era stato arrestato nel 1918 per un duello) Italo Foschi, sportivo praticante (lotta greco-romana in particolare, ma anche scherma e calcio). Per volontà di Roberto Farinacci, venne nominato federale dell’Urbe. Ricoprendo questa carica e seguendo ideologicamente l’idea di Mussolini di unificazione e fortificazione di più gruppi per formarne uno solo, Foschi formò l’Associazione Sportiva Roma e ne divenne direttore.
Benito Mussolini nel 1923, fondò la FIAF, Federazione Italiana Atletica Femminile con un successo crescente anche in termini di consensi: la donna sportiva attraeva molto il pubblico e la “donna-atleta” veniva ammirata e rispettata sempre di più.
In quel periodo fu anche creato l’ENEF, Ente Nazionale dell’Educazione Fisica, il primo ente con il compito di occuparsi dell’educazione fisica all’interno delle strutture scolastiche; chi aveva il compito di trasmettere gli ideali e l’istruzione dello sport fu oltre all’Opera Nazionale Balilla, per i ragazzi dai cinque ai diciotto anni, il GUF per i Giovani Fascisti Universitari esisteva.
Molti furono gli sport promossi durante il ventennio, per esempio l’atletica leggera, gli sport invernali, il ciclismo, il nuoto, il pugilato disciplina nella quale si distinse Primo Carnera, in tutta Italia vennero costruiti stadi, piscine e palestre.
Ancora oggi molte strutture erette vengono utilizzate (basti pensare al Foro Italico, a Roma) e vari furono i record e i primati sportivi raggiunti in quel periodo. Come riassume Marco Buonasorte: “Memorabili sono le due vittorie consecutive del Mondiale di calcio da parte dell’Italia nel 1934 e nel 1938; da ricordare, senza alcun dubbio, i giochi estivi alle Olimpiadi con la vittoria della compagine nazionale nel 1929 e nel 1936; poi le medaglie ricevute da Emilio Polli nel nuoto, che si ripeté nel 1928 ad Amsterdam, e da Ugo Frigerio nell’atletica leggera nelle Olimpiadi del 1924 a Parigi; Carlo Galimberti nel 1928 ad Amsterdam; a Los Angeles, nel 1932, Ugo Frigerio tornò sul podio dell’atletica leggera; nelle Olimpiadi del 1936 conquistò un posto di riguardo anche Giulio Gaudini, per quanto concerne la scherma.
Da ricordare, inoltre, i successi riportati anche nei giochi invernali della competizione citata poco fa con la vittoria di Leonardo Bonzi nella gara del bob di Chamonix; Ferdinando Glük per quanto riguarda lo sci di fondo nei Giochi Olimpici del 1928 a Sankt Moritz; Erminio Sertorelli, sempre per lo sci di fondo, nelle Olimpiadi del 1932 di Lake Placid; da ultimo, non per importanza ma per un fattore cronologico, il raggiungimento del podio da parte di Adriano Guarnieri per la gara dello sci alpino di Garmisch del 1936”. •

Il pittore della cronaca
Per almeno un paio di generazioni, il nome del pittore Achille Beltrame rimase indissolubilmente associato a quello della Domenica del Corriere, il prestigioso settimanale milanese conosciuto anche all’estero. Nato ad Arzignano (Vicenza) il 19 marzo 1871, Beltrame iniziò lo studio del disegno a Vicenza, ma si trasferì ben presto a Milano, dove seguì, all’Accademia di Belle Arti, le lezioni di Giuseppe Bertini. Rivelò subito un considerevole temperamento pittorico, tanto che nel 1890, ancora studente, vinse il premio Mylius con il dipinto “Alla bicocca”, conservato tuttora nell’Accademia di Brera a Milano. Nel 1891 si presentò alla prima Triennale di Brera con “Praeludium”. Alla seconda Triennale del 1894 espose il quadro “Canova nel suo studio”, che gli valse il premio della fondazione Gavazzi.
L’artista entrerà nella redazione della Domenica del Corriere nel 1899 con l’incarico di illustrare fatti e misfatti di cronaca che la fotografia dell’epoca era in grado di riprodurre solo in bianco e nero e non sempre chiaramente. Dipingerà episodi dal primo volo dei fratelli Wright, quando ancora nessuno pensava che un aereo potesse volare; l’assassino dell’arciduca Franz Ferdinand, a Sarajevo nel ’14, che farà scoppiare la Grande Guerra. Sue tavole furono dedicate alla Rivoluzione bolscevica di Lenin che instaurò la dittatura del proletariato per oltre un settantennio. Ancora, immortalò l’audace attraversamento dell’Atlantico nel 1933 ad opera della squadriglia di Italo Balbo. Il suo pennello si dedicherà, nel ’35, anche alla conquista dell’Etiopia e, ancora, all’insurrezione militare spagnola che, nel ’36, darà il via a una guerra civile che si concluderà tre anni dopo con l’instaurarsi della dittatura militare di Francisco Franco. Tra le sue copertine ce n’è anche una dedicata al tiro con l’arco: è datata 25 gennaio 1931 e la didascalia recita: “Le Giovani Italiane sono addestrate agli esercizi fisici in omaggio all’antica massima ‘mens sana in corpore sano’. Ecco nel campo romano dell’O.N.D. al Lungotevere Flaminio, una squadra di giovanette che si esercita al tiro con l’arco”.
Beltrame partecipò anche a diverse mostre collettive della Società per le Belle Arti e dell’Esposizione Permanente di Milano e, con due quadri di Costumi del Montenegro, all’Esposizione Nazionale di Torino del 1898. Alla mostra degli acquerellisti lombardi, tenuta al Palazzo della Permanente nel 1936, la Galleria d’Arte Moderna di Milano gli acquistò il dipinto “Case a Brusson”. Con le immagini di una tempesta di fuoco, nel febbraio del 1945, a 74 anni, Beltrame lasciava la collaborazione con la Domenica del Corriere e la vita terrena restando però ancora a lungo nella memoria di una fitta schiera di lettori per i quali aveva settimanalmente raccontato una gran parte della loro stessa vita.
AC

L’occhio dell’aquila
Un profilo d’aquila stilizzato è il logo inconfondibile dell’Istituto Luce che ha tramandato fino ai giorni nostri le gare arcieristiche svoltesi negli anni ’30 per le Giovani Italiane. Il filmato è presente su Youtube, così come diversi altri che riguardano anche gare internazionali di tiro con l’arco negli USA o competizioni in Gran Bretagna.
Ma vale la pena di conoscere la storia di quest’organo tecnico istituito nel 1924 e denominato inizialmente L’Unione Cinematografica Educativa (da cui l’acronimo L.U.C.E., usato comunemente come sostantivo, Luce). Nato appena due anni dopo l’instaurarsi del regime, , il Luce aveva finalità di propaganda politica e diffusione della cultura attraverso la cinematografia, mediante la realizzazione di cinegiornali e documentari. La storia dell’I.N.L., lunga più di settant’anni, rimane soprattutto legata al regime fascista, dal quale ricevette la spinta e il sostegno decisivo per una rapida crescita e alcuni caratteri che ne formarono l’identità. Da parte sua, l’istituto celebrò i fasti del governo in camicia nera e ne registrò le trasformazioni, lo spirito di conquista, la simbologia e l’identificazione della Nazione con il suo capo per propagandarne un’immagine vincente non solo in Patria, ma anche all’estero.
Qualcuno ha parlato di “monumenti per immagini”: in effetti, i cinegiornali Luce seppero scolpire un’immagine efficacissima del Duce e del fascismo catalizzando un vasto consenso popolare.
Tuttavia, l’istituto seppe anche moderare la propria carica propagandistica e la propria presenza mediatica ben consapevole che, ad un eccesso di sovraesposizione si sarebbe sortito un effetto contrario. L’istituto sopravvisse al crollo del Fascismo, ma dal dopoguerra si troverà a confrontarsi con altre testate e nuovi mezzi di comunicazione che renderanno il cinegiornale un mezzo ormai obsoleto. Il Luce attraverserà fasi assai diverse che lo porteranno ad assumere progressivamente funzioni distanti da quelle del primo ventennio di vita. Una storia significativa, certo, ma meno coesa. Oggi rimane il più grande archivio per immagini e audiovisivi sull’Italia del ‘900.

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