Siamo stati a curiosare dietro le palizzate del Gruppo Storico Romano, sulla via Appia, a Roma. La nota associazione di rievocatori nata – senza scopo di lucro – nel 1994, è stata per molti giorni in gran fermento per preparare quello che, secondo alcune riviste specializzate, è uno dei dieci eventi più importanti del mondo al quale la Fitarco ha dato il suo patrocinio. Si tratta del 18° Natale di Roma che si è svolto nella Capitale tra il 18 e il 22 aprile con una serie di convegni, cortei, celebrazioni di antichi riti religiosi e rievocazioni di battaglie. L’evento è stato dedicato ad Adriano, imperatore colto e illuminato, a circa 1900 anni dalla sua morte. Nella Capitale sono giunti 1.500 rievocatori storici dell’antica Roma, appartenenti a 46 diverse associazioni provenienti da tutta Italia e da tredici Paesi europei, oltre che dalla Nuova Zelanda e dagli Stati Uniti.
Il corteo del 22 – evento clou – si è snodato seguendo un anello dal Circo Massimo ai Fori Imperiali e, stando alle presenze delle scorse edizioni, si suppongono circa 350.000 spettatori, fra cittadini e turisti.
“Il nostro intento – spiega il Vicepresidente del Gruppo, Giancarlo Carlone – è quello di ricordare, con una serie iniziative didattico-culturali, l’anniversario della fondazione della nostra città: un evento che ha avuto un ruolo determinante per lo sviluppo della civiltà moderna e che per questo dovrebbe essere motivo di orgoglio per i cittadini di Roma”.
All’interno dell’associazione convivono diverse sezioni di rievocazione: oltre a quelle dei legionari e dei gladiatori, vi sono infatti le vestali, i pretoriani, i senatori del popolo, per finire con le danzatrici, che si esibiranno cinte di fiori e vestite di pepli leggeri e svolazzanti. Da poco è stata inaugurata una nuova sezione dedicata agli arcieri romani.
Il rapporto di collaborazione con la Federazione è nato in occasione della Finale di Coppa del Mondo che si è svolta a Roma, allo Stadio dei Marmi, lo scorso settembre, quando le coreografie e rivisitazioni storiche effettuate durante le pause della competizione ottennero un grande successo. Questo connubio ha permesso al Gruppo Storico Romano di aprire una sezione dedicata agli “arcieri storici”. La sezione arcieristica del Gruppo ha tesserato con la Fitarco i propri atleti nella società Compagnia degli Etruschi e, grazie alla collaborazione del Comitato Regionale Fitarco Lazio, ha potuto organizzare degli allenamenti per le celebrazioni presso il Palafitarco di Tor Pagnotta. Gli stessi arcieri hanno anche preso parte al corso per animatori di tiro con l’arco organizzato dallo stesso Comitato.
La sede del GSR, costruita in modo molto simile a un castrum (accampamento romano) è dotata di una piccola arena con spalti e sabbia per i giochi gladiatorii e di un anfiteatro. Vi sono, inoltre, un museo interattivo ad ingresso gratuito (premiato con la medaglia d’argento del Presidente della Repubblica) dove sono esposti oggetti, sia civili che militari, riguardanti l’antica Roma, visitato ogni anno da circa 15.000 persone, tra italiani e stranieri. La sede del Gruppo ospita anche alcune armerie per i legionari, i gladiatori e i pretoriani. Quasi tutti gli equipaggiamenti sono autoprodotti (a norma di legge) dai rievocatori con grande abilità e attenzione filologica. La nostra guida ci mostra il laboratorio dove vengono prodotte le “loriche segmentate”, che nell’immaginario collettivo caratterizzano immediatamente il legionario romano. Si tratta di ingegnose armature lamellari che i Romani avevano adottato prendendo spunto da alcuni eserciti orientali. La corazza viene costruita oggi come allora, assemblando fasce di lamiera di ferro attraverso ribattini, cerniere e cinghie di cuoio: una volta terminata, essa consente una perfetta mobilità delle braccia proteggendo efficacemente il busto e le spalle. Possiede inoltre una caratteristica insolita: una volta adagiata per terra, la lorica segmentata si ripiega su se stessa “a soffietto”, occupando poco spazio. L’unico punto del corpo che rimaneva vulnerabile – come spiega la nostra guida – era sotto l’ascella; per questo motivo i legionari si proteggevano con ampi e ricurvi scudi di legno, spesso dipinti con fulmini e saette, dietro i quali, con i gladi acuminati, cercavano di colpire gli avversari all’arteria femorale e all’inguine, evitando di alzare le braccia e di scoprire così il punto debole. Durante i combattimenti, le prime file di legionari venivano rimpiazzate, dopo un breve intervallo di tempo, da quelle retrostanti in modo che il fronte dello schieramento disponesse sempre di soldati dalle forze fresche.
Solo vedendo da vicino, materialmente, queste armi e armature ci si può rendere conto della cruda realtà del combattimento corpo a corpo e di come esso abbia sollecitato l’ingegno umano, nella storia, ad escogitare sistemi di autoprotezione e di offesa sempre più efficaci.
Durante il nostro giro non è mancato però anche l’incontro con le arti: nel continuo via vai di persone affaccendate, facciamo la conoscenza con Fiorella Galliani, una trombettista intenta ad esercitarsi con un curioso strumento musicale: il “cornu”: “È uno strumento molto difficile da suonare; allora era necessaria una tecnica costruttiva molto evoluta soprattutto per realizzare il bocchino, l’elemento più delicato del cornu, dal quale dipendeva la bontà della sua intonazione. Con questo strumento il suo suonatore, il cornicem, poteva emettere quattro note diverse che, con ritmi e pulsazioni codificati fornivano i comandi per l’esercito, a loro volta impartiti dal signifer. Nelle occasioni religiose, il cornu, insieme a tube e buccine scandiva i momenti delle celebrazioni rituali”. La musicista parteciperà a pieno titolo alla sfilata in quanto nell’esercito romano alle donne arciere era consentito questo tipo di impiego.
Tutti i costumi, le armi i riti utilizzati durante le celebrazioni del Natale di Roma sono verificati e condivise attraverso un protocollo di intesa, stipulato nel 2012, fra il Gruppo Storico Romano e il Dipartimento di Scienze storiche, filosofico-sociali, dei Beni culturali e del territorio dell’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”.
A ulteriore garanzia del valore scientifico, culturale e didattico della proposta, un protocollo analogo è stato sottoscritto anche con Roma Capitale. •
La coorte degli arcieri traci ricostruita dal GSR
L’esercito romano, poco avvezzo all’uso dell’arco, preferiva delegarlo a coorti o alee di soldati ausiliari reclutati dalle popolazioni conquistate. Già in uso da tempo presso i Persiani, gli Assiri, gli Egiziani ed i Greci, l’arco risulta introdotto nelle legioni solamente durante la II guerra punica (III sec. a.C.). Fu Gerone II, tiranno di Siracusa, allora alleato dei Romani contro Annibale, a mandare in loro aiuto una schiera di arcieri che, appunto, entrarono in azione per la prima volta nella battaglia di Canne (216 a.C.).
In epoca repubblicana venivano impiegati arcieri provenienti dall’isola di Creta, successivamente, con le conquiste che l’Impero otteneva in nuove regioni, questi ultimi vennero sostituiti da Augusto con coorti di ausiliari provenienti da Gallia, Tracia, penisola Iberica, Nord dell’Impero, mentre ad Oriente gli arcieri venivano reclutati tra Siriani e Sciti. Il console Mario dette agli arcieri il giusto riconoscimento dei loro meriti, trasformandoli in un corpo scelto in grado di fornire un valido contributo nelle battaglie. I sagittarii erano utilizzati per colpire a distanza i fanti nemici, ma anche la cavalleria. Talvolta impiegavano frecce incendiarie che spaventavano e mettevano in fuga gli eventuali animali usati in battaglia come elefanti o cavalli. Gli arcieri, oltre all’arco e alla faretra, erano armati con un pugio (pugione, una sorta di corto gladio); indossavano una lorica leggera di maglia di ferro e un elmo. Solitamente erano raggruppati in coorti da 500 uomini. Gli archi potevano essere di legno, di osso o anche di metallo, con corde fatte di crini di cavallo o strisce di cuoio intrecciati.
Il Gruppo Storico Romano rievoca la Coorte I Augusta Thracum Sagittari che, come illustra il nome, fu fondata da Augusto ed era composta da Traci. L’abbigliamento era quello standard delle truppe ausiliarie mentre l’elmo, ripreso dalla Colonna traiana è tipico dei sagittari. Esso è liscio, privo di appigli ai quali la corda si potesse incastrare.
La Colonna traiana fornisce preziosissime informazioni sull’equipaggiamento di tre differenti tipi di arcieri. Alcuni erano dotati di corazza scalare, elmo conico in metallo e mantello. Altri, invece, combattevano senza armatura, con un copricapo conico ed una lunga tunica. La terza categoria comprendeva arcieri equipaggiati allo stesso modo dei fanti ausiliari, ma muniti di archi al posto di giavellotti.
È stata scelta questa particolare coorte per la rievocazione perché nel periodo a metà del I sec. d.C. essa era dislocata a Noricum, nella attuale Svizzera e faceva parte delle truppe messe a guardia del limes danubiano, esattamente come la Legio XI Claudia, che è stata già ricostruita dal Gruppo Storico Romano.
AC
La lorica hamata, protezione degli arcieri romani
Solitamente, gli arcieri romani indossavano una cotta di maglia di ferro, un tipo di armatura “a veste” formata da anelli metallici utilizzata per proteggere il corpo dei combattenti nelle mischie. Il corpo dell’arciere era così protetto contro i colpi di spada, lancia e giavellotto.
Sulla sua origine non si hanno dati certi: pare fosse utilizzata da nuragici, etruschi, celti e altri ancora. È presente nei trofei di armi di quasi tutte le culture guerriere eurasiatiche e nord-africane.
Questo tipo di armature si classifica per il numero di anelli nell’unità formante e nella loro disposizione. Naturalmente più era alta la densità di anelli più la cotta si dimostrava protettiva nei confronti di chi la indossava, anche se di converso diveniva più pesante.
Essa costituisce certamente uno dei primi e più interessanti sviluppi della tecnica degli armaioli antichi. Rispetto alle forme più primitive di apparati difensivi, cioè le corazze in cuoio bollito dei primi guerrieri Egizi o i pesanti piastroni ottenuti da un unico pezzo di bronzo degli opliti dell’Antica Grecia, la cotta in maglia metallica raccoglie la più matura capacità dell’artigiano di lavorare il ferro per ottenere un prodotto tecnologico d’avanguardia che media tra il bisogno di un robusto apparato difensivo per tutto il corpo e la necessità di preservare libertà di movimento.
La maglia era ottenuta sovrapponendo più file di anelli chiusi con rivetti agganciati a file di anelli interi. Il prodotto finito poteva poi essere facilmente riparato sostituendo anelli nuovi a quelli lacerati, persi o rovinati.
L’esemplare museale di cotta di maglia più antico rinvenuto in Europa risale al III secolo a.C.: fu rinvenuto in una necropoli celtica della Slovacchia, presso Horný Jatov. La maggior parte degli studiosi contemporanei, rifacendosi ad una tesi già sostenuta dallo storico latino Marco Terenzio Varrone, concordano nell’indicare appunto i Celti quali inventori della lavorazione “a maglia” del filo di ferro. Questa particolare tipologia di armatura, ennesima prova della pregevole lavorazione del ferro da parte degli artigiani della cultura celtica di La Tène, era destinata quasi unicamente ai reparti di cavalleria pesante reclutati tra i nobili ed ebbe larga diffusione in Europa tra IV e III secolo a.C., quando cioè le bande armate dei Celti si sparsero in lungo e in largo per il continente, raggiungendo il Mediterraneo e la Penisola Anatolica.
Dai Celti, la cotta di maglia passò agli Antichi Romani che, rifacendosi al modello dell’armatura barbarica, svilupparono un apparato difensivo prodotto su larghissima scala per i legionari, più solido rispetto alle corazze toraciche dell’Età del Bronzo e più economico dei piastroni in bronzo lavorati in foggia di torso umano utilizzati dagli alti ufficiali amanti del lusso di scuola greca. Prodotto di questa evoluzione fu la lorica hamata in uso alle truppe di Roma, tra alterne vicende, dalle guerre puniche sino al V secolo.
AC




