storiaKYUDO ITALIANOAndrea Cionci

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KYUDO ITALIANO
di Andrea Cionci

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Dai cultori italiani del kyudo torna una pagina di storia dimenticata

Il kyudo, gli arcieri italiani e l’incredibile vicenda di una antica colonna romana in Giappone: un turbine di coincidenze significative ruota intorno al recentissimo romanzo del diplomatico Mario Vattani “La via del sol levante” (Idrovolante ed.) che ci porta a conoscenza di una storia incredibile del tutto sconosciuta ai più che riguarda il Giappone e l’Italia.
Ma andiamo con ordine: qualche anno fa Vattani, durante un viaggio in motocicletta per i luoghi meno frequentati del Giappone, si era imbattuto sul monte Iimori (nella città di Aizu Wakamatsu) in uno strano monumento, proveniente dall’Italia e risalente al 1928. Una colonna, a quanto pare antica, sormontata da un’aquila di bronzo.
Alcuni mesi dopo, Vattani si trovava a Tokyo presso un lussuoso hotel dove si teneva un incontro internazionale dedicato al kyudo, il tiro con l’arco giapponese che è una vera e propria disciplina di perfezionamento spirituale.
I concetti chiave della “Via dell’Arco” sono infatti considerati tre: shin, verità; zen, bontà, o perfezione; bi, bellezza. Obiettivo è quello di perfezionare arti dello spirito come cortesia, impassibilità, armonia, severità e forza tranquilla.
In quella occasione, arcieri provenienti da tutto il mondo erano venuti per seguire il seminario e incontrare famosi e stimati maestri di kyudo.
Fu nella ampia hall illuminata da grandi lampadari di cristallo, affollata da circa seicento cultori di kyudo, che il diplomatico italiano conobbe i due arcieri italiani appartenenti all’Accademia Romana Placido Procesi. Piuttosto sorpresi di incontrare un funzionario dell’ambasciata italiana, gli arcieri familiarizzarono subito con Vattani il quale racconta così quell’incontro: “Rimango senza parole. Hanno creato nella campagna italiana un vero e proprio kyudojo. Nelle fotografie vedo un’ampia costruzione giapponese tradizionale, splendidamente realizzata in legno, le lunghe doghe lucide dello shai, il padiglione leggermente rialzato dal terreno da cui gli arcieri scoccano le frecce, una veduta laterale dello yamichi, l’ampio spazio di tiro, sullo sfondo di una campagna che a vederla cosi, sembra rinascimentale, fino alla parete dove si trovano i bersagli, l’azuchi decorato esattamente come si fa in Giappone, con un lungo tendaggio color viola e il mon, lo stemma del dojo. Sono riusciti a far crescere gli arbusti di sakaki, la pianta sacra agli dei. Li guardo incredulo. Mi impressiona, nelle immagini di questi luoghi, di queste creazioni di cui ignoravo completamente l’esistenza, nei volti delle persone in essi raffigurati, la completa naturalezza con cui tutto si fonde in un unico equilibrio”.
Dopo alcuni minuti, gli altoparlanti annunciano l’ingresso della principessa imperiale, il diplomatico italiano insiste per presentare gli arcieri alla regale ospite, la quale nota subito gli italiani e procede verso di loro. “Altezza, mi permetta di presentarle gli arcieri italiani”. Vattani racconta alla principessa di come egli stesso non fosse a conoscenza di questa realtà di eccellenza, e di come la tradizione del kyudo sia viva in Italia fin dai primi del Novecento, ben prima di molti Paesi occidentali. La principessa li ringrazia e si dice onorata.
Passano alcuni mesi e Vattani, nel suo ufficio di Tokyo riceve dall’Italia un pacco contenente un libro: “Il Paese dell’eroica felicità. Usi e costumi giapponesi”, opera del conte Pietro Silvio Rivetta, detto Toddi. Il volume trasuda entusiasmo e ammirazione per un Paese che, fin dalla fine dell’800, aveva saputo coniugare armoniosamente tradizione e modernità. In una delle pagine spicca una fotografia in bianco e nero raffigurante militari in alta uniforme giapponesi e italiani, un uomo in marsina che legge in un rotolo. Sullo sfondo. una lucida colonna romana sormontata da una splendida aquila di bronzo. È dunque il monumento che Vattani aveva già visto e che l’Italia, nel 1928 aveva inviato in Giappone per celebrare il sacrificio – eroico, quanto inutile – dei giovanissimi guerrieri del Biakkotai. Il libro di Toddi era dunque il regalo inviato dagli arcieri dell’Accademia Romana Placido Procesi al diplomatico per ringraziarlo di averli presentati alla principessa imperiale. La storia del Biakkotai, riportata poi nel libro di Vattani, è stata ripresa da vari quotidiani nazionali ed è così ritornata di dominio pubblico in Italia. •

Le tigri bianche del Biakkotai

Anno 1868: il Giappone è devastato da una cruenta guerra civile, quella del “Boshin” tra i seguaci dello shogun (capo del governo militare) Tokugawa e quelli dell’Imperatore Meiji.
Il feudatario della città di Aizu, un samurai di nome Matsudaira, è fedele allo shogun, e schiera in campo – divise per fasce d’età – quattro brigate. Quella detta “la Tigre bianca” (Biakkotai), è composta da adolescenti fra i 14 e i 17 anni, figli dei più importanti samurai del clan.
Durante la battaglia con gli avversari, le truppe di Matsudaira sono costrette a riparare nel castello del loro signore, ma, durante la ritirata, venti giovanetti della Tigre bianca rimangono tagliati fuori e si nascondono sul monte Iimori. Da quel punto di vista soprelevato possono vedere, con angoscia, levarsi un denso fumo dalla loro roccaforte. Immaginando la sconfitta scelgono la soluzione più onorevole, secondo l’etica guerriera del Bushido: il suicidio rituale, tramite hara-kiri, anche detto seppuku. Con le loro spade affilatissime si aprono il ventre o si decapitano a vicenda. I loro corpi saranno a lungo lasciati insepolti dal nemico. Tragedia nella tragedia fu che i ragazzi si erano suicidati inutilmente: l’incendio non riguardava il loro castello, ma i loro stessi commilitoni avevano dato fuoco ad alcune case all’esterno delle mura, a scopo difensivo.
La storia di questi giovani giunse in Italia per la prima volta grazie ad Harukichi Shimoi, poeta proveniente da una antica famiglia di samurai, totalmente innamorato della cultura italiana e profondo interprete del legame estetico-spirituale che univa, allora, le due culture. Shimoi era nato Fukuoka nel 1883 da un’antica e nobile famiglia, e, dopo gli studi in patria, si era trasferito in Italia, trentaduenne, per studiare Dante e insegnare la sua madre lingua all’Istituto Orientale di Napoli.
Nonostante fosse esile e di bassa statura, Shimoi aveva un coraggio da leone: nel 1918 si arruola fra gli Arditi (di cui in luglio l’Esercito – unica fra le istituzioni – ha celebrato il centenario) per combattere al fronte e vivere l’esaltante esperienza della vittoria italiana. In questo corpo d’élite, conosce Gabriele D’Annunzio (a sua volta fanatico ammiratore della cultura nipponica) del quale diventerà grande amico e che seguirà nell’impresa di Fiume.
Arriviamo dunque al 1928: il Giappone è in fermento per un matrimonio dal forte peso simbolico: quello fra il principe Chichibu, fratello cadetto dell’imperatore Hirohito, e la principessa Setsuko Matsudaira, nipote del samurai sconfitto nella famosa battaglia di Aizu. Shimoi fa, così, circolare sulla stampa e negli ambienti letterari la storia dei “bianchi tigrotti” che considera idealmente molto vicina alla tradizione dell’antica Roma. Il Governo italiano si convince ad inviare in Giappone un tributo romano-italiano allo spirito del Bushido: lo scultore Duilio Cambellotti realizza una splendida aquila di bronzo, colta nell’atto di spiccare il volo con le ultime forze. Il rapace poggia su una colonna proveniente dalla villa di Pompeo ad Albano. Grazie all’infaticabile Shimoi, l’opera parte per il Giappone dove viene montata sul monte Iimori, proprio dove i giovani guerrieri si erano suicidati. Fu così che il tributo italiano, sancì, a livello internazionale, la definitiva riconciliazione del Giappone, restituendo l’onore alle Tigri bianche del Biakkotai.
AC

Un’oasi di pura tradizione nipponica nel Viterbese

L’Accademia Romana Placido Procesi, il cui dojo, il Waseikan, sorge presso Nepi, nel viterbese, fa riferimento agli insegnamenti del dottor Placido Procesi e da decenni si dedica alla pratica delle arti giapponesi del Kyudo (la Via dell’arco tradizionale) e dello Iaido (Via della Spada tradizionale) (sito web: www.accademiaprocesi.it).
Procesi fu un medico e umanista di altissimo livello culturale e spirituale. Nacque a Zagarolo nel 1928 in una famiglia di antica tradizione. Appena adolescente si appassionò allo studio del cinese con i massimi insegnanti dell’epoca, avvicinandosi alla filosofia orientale che segnerà in maniera indelebile il corso di tutta la sua vita.
Nello straordinario clima culturale dell’epoca diviene uno dei primi iscritti all’Ismeo, l’Istituto italiano per il Medio ed Estremo Oriente, frequenta la “Società Amici del Giappone” che aveva sede a Palazzo Orsini e pubblica la rivista “Yamato”.
Nel 1946 Procesi frequenta la “Scuola del benessere integrale” del conte Pietro Silvio Rivetta, detto Toddi, autore del libro poi ricevuto dal diplomatico Mario Vattani.
Toddi, che conosceva benissimo la lingua giapponese, ebbe incarichi da parte del governo nell’ambito dei rapporti con il Giappone. Un altro personaggio grandissimo cultore di tradizione e cultura giapponese fu Salvatore Mergé che, rientrato in Italia nel 1946, a Roma insegnava Aikido e spada giapponese. Uno dei suoi allievi fu Placido Procesi, che mosse così i suoi primi passi nella pratica delle discipline spirituali nipponiche. Sempre Mergé indirizzò Procesi allo studio della medicina che diverrà la sua professione, sapientemente illuminata e arricchita dalla sua conoscenza dell’omeopatia nonché dell’agopuntura cinese. Procesi rimarrà sempre a stretto contatto con il Mergé, seguendolo anche come medico curante e assistendolo fino alla sua morte, avvenuta nel 1965. Secondo Procesi il Kyudo e lo Iaido sono arti idonee a consentire l’atto della conoscenza, in particolare della preziosa conoscenza di se stessi. Dedicherà gli ultimi 25 anni di vita alla pratica costante di queste discipline e alla sua scuola dirigendola come Centro Formativo Tradizionale. Egli operò affinché i suoi allievi aderissero attivamente alla scuola, “sbarazzandosi delle scorie e delle infezioni del mondo moderno e permeandosi sempre più profondamente e con maggiore consapevolezza delle Verità di sempre”.
AC

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