storiaUN CAPOLAVORO DA RISCOPRIRE: LO STADIO DEI MARMIAndrea Cionci

storia
UN CAPOLAVORO DA RISCOPRIRE: LO STADIO DEI MARMI
di Andrea Cionci

9
0

Sarà dunque lo Stadio dei Marmi, a Roma, a ospitare la finalissima della Coppa del Mondo di tiro con l’arco. Il 2 e 3 settembre, i migliori arcieri del mondo si sfideranno nel biancore classico di questo monumento tutto da riscoprire. Ci vollero solo quattro anni per realizzare lo Stadio, oggi intitolato a Pietro Mennea. Progettato nel 1928 da Renato Ricci e da Enrico Del Debbio, insieme al primo piano generale dell’allora Foro Mussolini, venne, infatti, portato a termine e inaugurato già nel 1932.
Eretto all’interno del Foro Italico, fu pensato come naturale proseguimento dell’Accademia fascista maschile di educazione fisica (oggi Palazzo CONI, detto anche Palazzo H, per la sua caratteristica forma se visto dall’alto) per l’allenamento quotidiano degli allievi dell’Accademia. La sua capienza è di circa 5.280 posti.
Le gradinate perimetrali in marmo bianco di Carrara furono ottenute sopraelevando il terreno di 5,50 m e creando strutture durature nel tempo. Vennero utilizzati solo scarti del marmo di Carrara rimasti dai lavori di altre costruzioni. Insomma, non ci furono sprechi.
I due corpi di fabbrica affiancati che delimitano l’accesso al campo sono destinati ai servizi e ai magazzini per gli attrezzi. Infine, sulle gradinate furono poste le 60 statue (in realtà 64) offerte dalle province d’Italia e rappresentanti le diverse attività sportive: ad esempio, la statua dedicata al lancio del giavellotto, scolpita da Aldo Buttini, fu donata dalla provincia di Perugia, mentre quella dedicata al pugilato si deve alla provincia di Ascoli Piceno. Le due raffiguranti gli arcieri, donate dalla provincia di Rovigo e Ravenna, furono invece opera dello scultore viterbese Silvio Canevari. Esse si trovano vicine; una imbraccia un arco lungo e l’altra un arco composito. Il primo arciere sembra colto nell’atto di piegare l’arco per agganciare la corda; il secondo invece, in una posa quasi prassitelica, serpentinata, sfila elegantemente una freccia dalla propria splendida faretra.
Gli artisti vincitori del concorso realizzarono i modelli che vennero poi scolpiti nel marmo lunense dagli scalpellini di Carrara, i quali, trasportando i bozzetti in ciclopiche dimensioni, omogeneizzarono i linguaggi individuali dei vari artisti (come nell’antichità, si intendeva raggiungere l’unità espressiva: un’arte che fosse collettiva, educativa e sociale).
Gli scultori che crearono lo Stadio erano tutte giovani promesse a cui venne data un’opportunità. Avrebbero anche dovuto sovrintendere, dietro compenso di 10.000 lire, alle successive fasi della lavorazione. Il progetto prevedeva che, per le caratteristiche sue proprie, fosse possibile utilizzare lo Stadio solo per manifestazioni ginnico-sportive e non per il calcio, sport per il quale fu appunto costruito lo Stadio Olimpico di Roma.
Il programma di risanamento fisico degli italiani voluto dal Fascismo aveva condotto, dal 1926 al ‘34, ad un forte incremento della pratica sportiva, che portò i nostri atleti ad imporsi in varie discipline, anche a livello internazionale.
Nella costruzione del Foro Mussolini si ebbe la massima espressione architettonica del connubio fra arte e sport.
Altre 33 statue, analoghe a quelle dello Stadio, furono disseminate nel Foro, tra lo Stadio del Tennis e il Palazzo dell’Accademia.
Il Foro Italico, sopravvissuto alla furia iconoclasta del dopoguerra – grazie agli americani che vi avevano stabilito il loro quartier generale – raccoglie opere dei migliori artisti italiani della prima metà del Novecento. Solo da pochi anni gli studiosi hanno potuto cominciare a rivalutarle senza rischiare rappresaglie ideologiche.
Il progetto del Foro Mussolini non venne realizzato compiutamente: nel piazzale antistante al Ministero degli Esteri, infatti, doveva sorgere l’Arengario, un enorme stadio quadrato per le “adunate oceaniche” e per l’esercizio sportivo; ancora, in programma, erano il Colosso di Mussolini, il Museo del Fascismo, sulle pendici del Monte Mario, e soprattutto il Teatro delle Danze classiche, un impianto sportivo dedicato alle attività femminili come la danza e la ginnastica ritmica, in comunicazione con i suggestivi giardini di Villa Madama.
Il grande merito che la storia deve riconoscere a Renato Ricci e ad Enrico Del Debbio è quello di aver contribuito in maniera determinante all’educazione ed alla formazione fisica e morale di molte generazioni di ragazzi, dotandole di strutture adeguate, di livello igienico notevole per l’epoca, luoghi di socializzazione, istruzione, di chiara impronta sociale. Ciò avvenne anche attraverso l’organizzazione di viaggi, sempre per i giovani, in un momento storico in cui le famiglie non erano certo abituate a viaggiare per far conoscere ai propri figli nuovi luoghi e diverse culture. Non perché non volessero, semplicemente perché l’Italia di quegli anni era povera, e nonostante la povertà era un’Italia che tentava di risollevare la testa. •

La Naiade perduta del Foro Italico

La sua storia ricorda la Bella addormentata nel bosco, imprigionata da una foresta di rovi, oppure Cenerentola, relegata in un buio angolino dal protagonismo maschilista dei suoi fratellastri.
Un destino fiabesco quello di una deliziosa Naiade, unica e isolata statua femminile tra i colossi degli atleti, riemersa qualche anno fa all’interno del Foro Italico, dove la vegetazione la ricopriva da oltre settant’anni. Artefice di questa liberazione è stato un gruppo di studenti del Corso di laurea in Scienze Motorie di Tor Vergata. Su richiesta dei ragazzi, il CONI si è affrettato a far ripulire il boschetto ai piedi di Monte Mario dai rovi e dall’immondizia, infrangendo così quell’incantesimo di indifferenza che ha resistito ai Giochi Olimpici del ‘60 e a quattro Campionati Mondiali.
Il tempo aveva ricoperto la statua di uno strato di smog e di muschi, presenti soprattutto sul lato rivolto a nord, che saranno – si spera – presto rimossi da un restauro.
Lo storico dell’arte Giorgio Felini ha attribui-to quest’opera a Silvio Canevari, eccellente scultore di epoca fascista, che aveva già scolpito per il Foro sei statue, tra cui due Ercoli. Anche il nipote dell’artista, Marco Canevari, ha riconosciuto la mano del nonno, tuttavia non sono stati ancora trovati documenti definitivi in tal senso.
Una ninfa silvestre, una Venere, oppure una Diana? Per la datazione si è ipotizzato il 1936, ma lo scultore morì nel ‘31. Si tratterebbe quindi di una scultura postuma, realizzata da uno dei suoi bozzetti. La statua non venne neppure inventariata dalla Soprintendenza ai Monumenti di Roma, nel dopoguerra, per evidenti motivi politici.
Mentre i giganteschi atleti dello Stadio dei Marmi, dalle muscolature possenti, sono atteggiati in pose plastiche, la fanciulla dai lunghi occhi ovali raccoglie mollemente i capelli con gesto aggraziato, senza nascondere le forme piene e morbide, quasi donatelliane.
In posizione defilata, è alta appena due metri, la metà rispetto ai suoi fratelli, è di granito e non di marmo, si trova seduta su un alto piedistallo di mattoncini, e soprattutto rappresenta una figura mitologica e non sportiva.
Un’inspiegabile intrusa, dunque, in un programma architettonico destinato a celebrare la volontà del regime fascista di migliorare la “razza italiana” – come la definiva il Duce – uscita dalla crisi della Grande Guerra, indebolita dalla malnutrizione e dalla tubercolosi, allora molto diffusa.
Probabilmente, fu proprio per il Teatro delle danze, mai venuto alla luce, che venne commissionata la statua della Naiade; forse posta a decoro di una fontana mai costruita o facente parte di un gruppo plastico mai realizzato. Magari, chissà, avrebbe potuto essere appena la prima di un’altra lunga serie di statue dedicate alla Femminilità, spose e sorelle dei 93 atleti del Foro Italico.
AC

Uno scultore di colossi

Silvio Canevari (Viterbo, 1893 – Roma, 1951), è stato autore oltre che degli Arcieri, di varie altre splendide statue dello Stadio dei Marmi. Pittore e scultore, ereditò il talento e la naturale disposizione all’arte dal padre Enrico, anch’egli artista e pittore, esponente della media borghesia di Viterbo, dove aveva fondato la Scuola di Arti e Mestieri. A questa inclinazione si unì presto un profondo interesse per l’antichità e il Rinascimento, influenzato anche dagli insegnamenti di Ettore Ferrari, suo maestro all’Accademia di Belle Arti di Roma, che fu noto proprio per la sua rivisitazione del linguaggio di Donatello, della scultura barocca, in particolare il Bernini e della statuaria classica. Canevari visse con pochi, ma profondi legami: con la moglie Serafina Pisciarelli, protagonista di tutti i suoi nudi femminili, e con lo scultore, amico fraterno, Attilio Selva.
I documenti di Silvio Canevari sono stati donati alla Fondazione Primo Conti di Firenze che è un Centro di Documentazione e Ricerche sulle Avanguardie Storiche. L’ente ha sede nella quattrocentesca Villa “Le Coste” che per molti anni fu l’abitazione del pittore, compositore e scrittore italiano Primo Conti. Il Centro ha rappresentato la realizzazione del sogno a lungo coltivato da Conti “di conservare il ricordo e la testimonianza dei più importanti movimenti novatori del Novecento”.
Tra gli altri scultori che lavorarono alle statue dello Stadio dei Marmi, si ricordano, tra i più prolifici: Aroldo Bellini, Tommaso Bertolino, Aldo Buttini e Carlo De Veroli. Dello scultore Bellini sono anche i due gruppi di bronzo collocati ai lati dell’ingresso al campo. Di Angelo Canevari è invece l’ampio mosaico di 150 mq posto anch’esso all’ingresso del campo, con la rappresentazione di otto figure di atletica leggera.
AC

Condividi
Share

NO COMMENTS