storiaSTONEHENGE E L’ARCIERE DI AMESBURYAndrea Cionci

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STONEHENGE E L’ARCIERE DI AMESBURY
di Andrea Cionci

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E ra un arciere l’uomo rinvenuto dopo quasi cinquemila anni in una sepoltura dell’Età del Bronzo (2.300 a.C.) ad Amesbury, in Gran Bretagna. Conosciuto anche con l’evocativo nome di “Re di Stonehenge”, l’Arciere rappresenta una delle scoperte archeologiche ed antropologiche più interessanti nel panorama archeologico-preistorico britannico e, grazie al ritrovamento dei suoi resti, è stato possibile tracciare alcune ipotesi riguardo l’élite che costruì il misterioso sito di Stonehenge. Dal 2002, anno in cui fu scoperta la sepoltura, sono stati effettuati studi sia sul corredo funebre sia sullo scheletro dell’arciere e di un suo parente, sepolto a poca distanza da lui. Dalle analisi sullo smalto dei denti sono emersi alcuni dati senza dubbio molto interessanti: il “Re”, un uomo di età compresa tra i 35 ed i 45 anni, non era nativo dell’Inghilterra meridionale, ma aveva trascorso la sua infanzia nell’Europa centro-settentrionale, con molta probabilità in Svizzera (forse Germania o anche Austria). L’altro scheletro, un uomo sui 25 anni, era senza dubbio un suo parente prossimo, forse addirittura il figlio, ma aveva trascorso l’infanzia in Inghilterra. Questo fa supporre che l’Arciere, giunto dal Centro-Europa, fosse rimasto in Inghilterra, dove ricopriva certamente un ruolo di grande rilievo, riconosciuto anche dalla comunità locale. Il suo corredo parla per lui: il più ricco mai ritrovato in Inghilterra nelle sepolture coeve (10 volte maggiore rispetto a qualunque altro) e composto da un gran numero di punte di freccia (da cui la deduzione che si trattasse di un arciere), oggetti in oro (singolare il fatto che si tratti dei più antichi reperti in oro di tutta l’Isola!), coltelli di rame, e vasi (essendo di forma campaniforme, la loro presenza fa supporre che l’arciere di Amesbury fosse un esponente della cultura omonima, la cui élite era composta, come illustrato in un nostro precedente articolo, proprio da arcieri).
Il “nostro” arciere, dunque, doveva essere l’esponente di una forte aristocrazia guerriera proveniente dall’Europa centro-settentrionale, riconosciuta dalla comunità locale perché portatrice di importanti innovazioni tecnologiche e culturali: non è escluso, infatti, che sia stato proprio l’Arciere, il primo fabbro d’Inghilterra, a svelare i segreti della fusione dei metalli, in special modo del bronzo e dell’oro.
È probabile che l’élite cui apparteneva fosse coinvolta anche nella costruzione del sito megalitico di Stonehenge, che dista appena 5 km dalla sepoltura: in quello stesso periodo, infatti, vennero erette – sul preesistente sito – le gigantesche pietre, dopo essere state trasportate per oltre 350 km. L’operazione richiedeva conoscenze ingegneristiche molto avanzate, detenute quasi certamente da una casta religioso-regale potente e guerriera, cui probabilmente apparteneva anche il nostro arciere. Nel suo corredo funebre (composto da oggetti appartenuti al defunto ma forse anche arricchito da doni) erano presenti 16 punte di freccia barbute e due brassard realizzati in arenaria per proteggere il braccio. Purtroppo, dell’arco, così come di ogni altro materiale organico, non rimane alcuna traccia. Tuttavia le punte di freccia denunciano la presenza di alcune accortezze migliorative che segnarono la differenza dagli archi preistorici più antichi: anzitutto, dal 2.500 iniziò ad essere presente il codolo, che permetteva una migliore aderenza all’asta della freccia e la barba sulla punta per una migliore penetrazione nel bersaglio. L’arco stesso, rispetto ad un modello trovato in Scozia risalente al 4000 a.C., doveva essere, con grande probabilità, un poco più corto (sebbene, chiaramente, si trattasse sempre d’un arco lungo) e più curvo, composto da diversi materiali. Non doveva essere estremamente potente: che si trattasse di usarlo nella caccia o nel combattimento, bisognava avvicinarsi parecchio al bersaglio per poterlo colpire in profondità.
Quello che emerge, dunque, è che il sito di Stonehenge, così come lo conosciamo oggi, fu edificato con la supervisione ed il coordinamento di una classe dominante in possesso di tecniche ingegneristiche elevate. Dalle evidenze disponibili oggi risulta possibile supporre che questi “re” (probabilmente anche sacerdoti) possedessero anche il “segreto” della metallurgia e che la loro arma distintiva fosse l’arco: un simbolo regale, come emerso da tutte le riflessioni culturali che abbiamo fatto, poiché permetteva di colpire mantenendo una certa distanza ed un certo distacco. Appare, poi, interessante constatare che questa élite guerriera proveniva, verosimilmente, dall’Europa centro-settentrionale, come sembra testimoniare anche il ritrovamento del Re di Stonehenge. Il nome di “cultura del vaso campaniforme” deriva proprio dal vasellame dalla tipica forma a campana utilizzato nei corredi funerari: la sepoltura del Nostro presenta una curiosa anomalia, poiché sono presenti ben cinque vasi (solitamente se ne trova solo uno): due identici, posti davanti al volto, non si sono conservati integri, forse perché non erano ben cotti (questo suggerisce che furono realizzati appositamente per la sepoltura), altri due presentano decorazioni comuni nell’area scozzese, ma un unicum in Inghilterra, mentre l’ultimo sembra essere più vecchio degli altri, probabilmente apparteneva all’arciere o alla sua famiglia e non fu realizzato per l’occasione.
Sovrani, abili fabbri che piegavano nella fusione il duro metallo, detentori di competenze che permisero di costruire alcuni dei più importanti siti megalitici: ecco, questi “nostri” lontani antenati, che hanno dato un volto virile all’Europa, erano tutti accomunati dall’arma eccelsa dell’arco: erano tutti arcieri, e tiratori. •

Stonehenge
Il sito archeologico di Stonehenge è sicuramente uno dei più noti in tutto il mondo, se non il più famoso. Fu costruito in diverse fasi: la prima erezione di un singolo cerchio di pietre risale a 5000 anni fa, ma il sito doveva essere frequentato già nel periodo precedente. Risalgono, infatti, al mesolitico (8500 e 7000 a.C.) i primi ritrovamenti che lasciano supporre un qualche tipo di culto (pali di pino simili a totem). Oltretutto, la piana di Stonehenge, in roccia calcarea, doveva stagliarsi in maniera singolare in mezzo ai boschi di cui era florida l’Inghilterra meridionale. La costruzione sistematica e di rilievo, comunque, cominciò non prima del 3000 a.C. circa, con la realizzazione di un fossato circolare con sponda e due ingressi, che cingeva un’area di circa 100 mq. Quest’area ospitava strutture in legno e diversi “pozzi” che potevano contenere pali di legno o pietre (a scopo culturale) ed ospitavano anche i resti inceneriti. Il periodo, però, in cui Stonehenge cominciò ad assumere l’aspetto che oggi conosciamo è proprio quello in cui visse l’Arciere: furono innalzate due tipologie di pietre, alcune più grandi (in disposizione concentrica) ed alcune più piccole (disposte tutto intorno alle altre a formare un doppio arco) ma la disposizione delle pietre subì diversi rimaneggiamenti nel corso dei secoli.
Anche se diverse evidenze suggeriscono che il sito ricoprisse una grande importanza nella vita sacrale della comunità, ad oggi l’unica certezza circa il suo impiego è quella che riguarda la sepoltura ed il culto degli antenati, che interessò Stonehenge per 2000 anni ininterrottamente. (A.C.)
Lo studio degli isotopi
Può sembrare inverosimile leggere che una persona, vissuta più di tremila anni fa, fosse originaria di una certa regione geografica piuttosto che di un’altra (o quantomeno, che vi avesse trascorso l’infanzia). Questo genere di affermazioni però non è frutto di ipotesi azzardate da parte degli studiosi, ma si tratta del risultato di uno studio assolutamente interessante, che aiuta molto l’archeologia e l’antropologia nella “mappatura” degli spostamenti di persone e culture nel passato. Non bastano, tuttavia, pochi resti umani: per effettuare l’esame è necessario che siano presenti anche i denti poiché il materiale analizzato è lo smalto.
Nello smalto, infatti, vi è una sorta di “fotografia chimica” delle condizioni climatiche e geologiche del luogo dove la persona aveva trascorso l’infanzia. Tra le varie componenti, sono gli isotopi di ossigeno quelli che rivelano il maggior numero di informazioni. Ma come? Il processo è abbastanza intuitivo: l’ossigeno che va a formare i denti e le ossa proviene, ovviamente, dall’acqua che beviamo: quest’ultima, a sua volta, deriva (specialmente nel passato!) dalle precipitazioni di pioggia o neve. L’ossigeno si può presentare in tre forme chiamate isotopi: dal punto di vista chimico sono esattamente la stessa cosa, pero hanno delle caratteristiche fisiche leggermente differenti, poiché alcuni sono più pesanti ed altri più leggeri. Queste caratteristiche dipendono da una serie di fattori: l’acqua precipitata in forma di pioggia o neve, la distanza dalla costa, l’altitudine, la latitudine, e la temperatura del luogo delle precipitazioni. Gli isotopi passano da pesante (ossigeno 18) a leggero (ossigeno 16). Quando si beve acqua nei climi caldi si troveranno isotopi più pesanti, e viceversa. Durante l’infanzia questi isotopi vanno a costituire lo smalto dei denti: ecco allora che si riesce a determinare il clima della regione di provenienza. L’analisi svolta sullo smalto dell’Arciere ha rivelato che proveniva da una regione più fredda rispetto alla Gran Bretagna (nella mappatura degli isotopi, la regione blu scuro). Quanto è risultato dall’analisi dello smalto del ragazzo più giovane, invece, ha rivelato che egli era originario dell’Inghilterra o dell’Irlanda, aveva trascorso l’adolescenza nelle Midlands o nella Scozia Nord-Orientale e non proveniva dall’Europa. (A.C.)

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