storiaL’ARCO E LA FRECCIA NELLA POETICA DI FRANCESCO PETRARCAAndrea Cionci

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L’ARCO E LA FRECCIA NELLA POETICA DI FRANCESCO PETRARCA
di Andrea Cionci

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Francesco Petrarca è uno dei poeti maggiormente conosciuti, almeno per fama, nel panorama letterario italiano: un uomo che visse a cavallo tra Medioevo e Rinascimento, subendo di entrambi i periodi le influenze e le speranze, che si riflettono nella sua poetica. Il suo animo, diviso tra fame di gloria e desiderio di una vita quasi ascetica, alimentò una vasta produzione letteraria, della quale noi esamineremo nello specifico due opere: il Canzoniere ed i Trionfi, nei quali vi sono numerosissimi rimandi all’Amore, armato d’arco e freccia. In effetti, la simbologia amorosa è stata già ampiamente illustrata in un precedente articolo, ma la bellezza e la raffinatezza delle immagini presentate dal Petrarca, e la complessità della sua opera, meritano uno spazio a parte.
La scelta dei testi (Trionfi e Canzoniere) è dovuta principalmente al fatto che si tratta di opere in italiano volgare, mentre il resto della produzione petrarchesca è per lo più in lingua latina.

I Trionfi – Si tratta di un poema allegorico, strutturato in terzine (strofe di tre versi) la cui stesura e correzione occupò il Poeta per oltre vent’anni, fino a poco prima della sua morte. I temi, che vengono presentati in maniera molto suggestiva – come se le vicende narrate apparissero in sogno – sono sei, articolati per “trionfi”. Ci sono il trionfo dell’Amore, della Pudicizia, della Morte, della Fama, del Tempo ed infine dell’Eternità, l’unica dimensione che veramente vince tutte le altre.
Il primo, dunque, è il Triumphus Cupidinis: al Poeta appare in sogno Amore, descritto come un giovane nudo che non necessita di corazze, cinto d’arco e dotato di ali variopinte:

“(…) sovr’un carro di foco un garzon crudo
con arco in man e con saette a’ fianchi;
nulla temea, però non maglia o scudo,
ma sugli omeri avea sol due grand’ali
di color mille, tutto l’altro ignudo;
d’intorno innumerabili mortali (…)”

Cupido è seguito da un gran numero di persone, amanti d’ogni epoca, e tra questi vi è anche la famosa Laura, la donna di cui il Poeta tesse la bellezza anche nel Canzoniere. Il Nostro, nel sogno, viene imprigionato dal fanciullo armato d’arco e condotto in catene, assieme agli altri, nell’isola di Cipro (nota per essere l’isola di Venere, dea dell’amore).

Segue il Triumphus Pudicitie: è estremamente interessante come, nel progredire dell’opera, ogni trionfo sia fugace e temporaneo: qui infatti la scena si rovescia completamente, poiché se Cupido aveva avuto la meglio sugli amanti, ora è lui ad essere vinto ed umiliato: con l’aiuto della Castità, è Laura che esce vittoriosa dalla contesa, e torna a Roma col suo seguito. Tra i primi versi, però, il poeta descrive quanto fulmineo e tremendo è l’innamoramento, per le frecce scagliate da Amore con una forza che – questa è l’immagine descritta – è superiore persino alla corsa di un leopardo libero:

“(…) Quel vincitor che primo era a l’offesa,
da man dritta lo stral, da l’altra l’arco,
e la corda a l’orecchia avea già stesa.
Non corse mai sì levemente al varco
d’una fugace cerva un leopardo
libero in selva o di catene scarco,
che non fosse stato ivi lento e tardo;
tanto Amor pronto venne a lei ferire
ch’al volto à le faville ond’io tutto ardo. (…)”

Il terzo trionfo s’apre con il drappello di vittoriose, che hanno appena sconfitto il terribile giovinetto armato d’arco e frecce:

“(…) Era miracol novo a veder ivi
rotte l’arme d’Amore, arco e saette,
e tal morti da lui, tal presi e vivi.
La bella donna e le compagne elette,
tornando da la nobile vittoria,
in un bel drappelletto ivan ristrette (…)”

L’esultanza per questa vittoria è tuttavia piuttosto breve, poiché nel Triumphus Mortis Laura presagisce il suo imminente decesso, al quale il Poeta stesso assiste. In punto di morte, la donna rivela i suoi sentimenti, tenuti nascosti per non far vacillare Petrarca nel suo tormentato percorso di perfezionamento morale.
Con il terzo trionfo, quello della Morte, si esauriscono i rimandi allegorici all’arco: la vittoria di Laura su Amore prima, e la morte della fanciulla poi, infatti, fanno cambiare i toni in modo deciso: nel quarto trionfo, quello della Fama, si assiste alla sconfitta della Morte. Imporsi nella storia mediante opere grandiose, che siano di coraggio o intellettuali, permette di sopravvivere alla propria morte corporale, rimanendo su questa terra per mezzo del proprio operato. Se la fama, però, permette di vincere la morte, ancor più forte di lei è Tempo che ha nel quarto trionfo la sua magnifica allegoria nel Sole che, accelerando il suo corso, sbiadisce in fretta la memoria degli uomini.
Per ultimo viene il Triumphus Eternitatis, infatti la brevità umana non deve far disperare, poiché vi è l’eternità di Dio nella quale, mediante le opere giuste (e non gloriose) si continuerà a vivere beati. Si assiste qui al lieto fine che cancella l’amarezza delle riflessioni precedenti: il Poeta, dopo la morte, rivede la sua amata divenuta oramai beata.

Il Canzoniere – La realizzazione di quest’opera occupò, a più riprese, praticamente tutta la vita attiva di Petrarca, ma non potrebbe essere diversamente, dal momento che contiene il racconto della vita interiore del Poeta. La figura centrale di quest’opera è, come si può ben immaginare, Laura, la donna amata. È lei ad essere cantata, ed è per lei che il Poeta tenta di vincere il tempo, la caducità delle cose e dei corpi, eternando la sua figura in una duplice tensione volta, in parte, alla vita ultraterrena, ed in parte a quella mondana. Senza dubbio la sfida nel secondo campo il Nostro l’ha vinta, se dopo 1700 anni l’amore di Petrarca per Laura è ancora oggetto di studi e ricerche, reso effettivamente più duraturo della vita mortale. L’incontro con la donna, narrato nel celebre sonetto “Era il giorno che al sol si scoloraro”, avviene un Venerdì Santo: Petrarca s’innamora a prima vista, in un giorno in cui mai avrebbe supposto di doversi “difendere” dalle ferite d’amore.

“(…) Trovommi Amor del tutto disarmato
et aperta la via per gli occhi al core,
che di lagrime son fatti uscio et varco:
però al mio parer non li fu honore
ferir me de saetta in quello stato,
a voi armata non mostrar pur l’arco.

Lo struggimento di un amore non corrisposto qui viene espresso con una metafora raffinatissima: Cupido ferisce a tradimento il poeta, mentre alla donna “non mostra nemmeno l’arco”, la lascia perciò del tutto indifferente. Il sentimento, tuttavia, se fa sospirare fa anche pronunciare all’amante alcuni tra i versi più belli dedicati proprio al giorno in cui incontrò la sua amata, descritti nel poema “Benedetto sia ‘l giorno, et ‘l mese, et l’anno”:

“Benedetto sia ‘l giorno, et ‘l mese, et l’anno,
et la stagione, e ‘l tempo, et l’ora, e ‘l punto,
e ‘l bel paese, e ‘l loco ov’io fui giunto
da’duo begli occhi che legato m’ànno;
et benedetto il primo dolce affanno
ch’i’ ebbi ad esser con Amor congiunto,
et l’arco, et le saette ond’i’ fui punto,
et le piaghe che ‘nfin al cor mi vanno (…)”

Non solo l’arco di Amore, ma anche lo sguardo della donna (topos letterario estremamente comune nella poesia cortese) lancia dardi che trapassano le membra interne del poeta, che ne è vinto, scosso e ferito, come racconta con accenti commoventi in “si tosto come aven che l’arco scocchi”

“Sí tosto come aven che l’arco scocchi,
buon sagittario di lontan discerne
qual colpo è da sprezzare, et qual d’averne
fede ch’al destinato segno tocchi:
similmente il colpo de’ vostr’occhi,
donna, sentiste a le mie parti interne
dritto passare, onde conven ch’eterne
lagrime per la piaga il cor trabocchi (…)”

Dopo l’incontro con Laura, benedetto e pianto insieme, il Poeta non è più lo stesso: non può rimanere indifferente a quel sentimento che lo spinge a perseguire la fama tra gli uomini e la beatitudine presso Dio e che lo divide tra una sete di gloria ed il timore che le proprie passioni lo allontanino dalla casa del Padre. Una delle immagini più originali, ancora sulla simbologia arcieristica, è in una metafora: una ferita inflitta da una freccia, intatti, non guarisce solamente perché la corda dell’arco (che l’ha causata, scagliando la freccia) ha smesso di vibrare; così la passione amorosa una volta scatenata continua a bruciare l’animo ferito:

“(…) Uno spirto celeste, un vivo sole
fu quel ch’i’ vidi: et se non fosse or tale,
piagha per allentar d’arco non sana.”

Quella stessa ferita, tremendamente dolorosa, Laura però non la patisce: a lei l’Amore non ha mostrato nemmeno l’arco! Sono diversi gli appelli che il Poeta rivolge direttamente ad Amore, chiedendogli di “appianare i conti”:

“Fera stella (se ‘l cielo à forza in noi
quant’alcun crede) fu sotto ch’io nacqui,
et fera cuna, dove nato giacqui,
et fera terra, ove’ pie’ mossi poi;
et fera donna, che con gli occhi suoi,
et con l’arco a cui sol per segno piacqui,
fe’ la piaga onde, Amor, teco non tacqui,
che con quell’arme risaldar la pôi.”

o istigando addirittura alla vendetta, mentre lei riposa su un prato ed è disarmata (spietata verso il Poeta e sprezzante verso Amore), così come lo era lui il giorno del suo innamoramento:

“(…) Tu se’ armato, et ella in treccie e ‘n gonna
si siede, et scalza, in mezzo i fiori et l’erba,
ver’ me spietata, e ‘n contra te superba.
I’ son pregion; ma se pietà anchor serba
l’arco tuo saldo, et qualcuna saetta,
fa di te et di me, signor, vendetta.”

Come già anticipato nella trattazione sui Trionfi, la storia terrena di Petrarca e Laura è troncata dalla morte di lei: il Poeta si trova ad implorare quasi di poter di nuovo sentire quella tensione, pur dolorosa, per la donna viva: paragona lo sguardo di lei al sole che discioglie il ghiaccio, e vorrebbe che di nuovo Amor prendesse “l’arco e gli strali”:

“Fa ch’io riveggia il bel guardo, ch’un sole
fu sopra ’l ghiaccio ond’io solea gir carco;
fa’ ch’i’ ti trovi al varco,
onde senza tornar passò ’l mio core;
prendi i dorati strali, et prendi l’arco,
et facciamisi udir, sí come sòle,
col suon de le parole
ne le quali io imparai che cosa è amore;
movi la lingua, ov’erano a tutt’ore
disposti gli ami ov’io fui preso, et l’ésca
ch’i’ bramo sempre; e i tuoi lacci nascondi
fra i capei crespi et biondi,
ché il mio voler altrove non s’invesca;
spargi co le tue man’ le chiome al vento,
ivi mi lega, et puo’ mi far contento. (…)”

Ma qualche riga più avanti il disincanto cede al sogno: le frecce d’Amore non possono scalfire la dura corazza di Morte, che ha “liberato” il Poeta:

“(…) Amor, de la tua man nove ferute;
indarno tendi l’arco, a voito scocchi;
sua virtú cadde al chiuder de’ begli occhi.
Morte m’à sciolto, Amor, d’ogni tua legge:
quella che fu mia donna al ciel è gita,
lasciando trista et libera mia vita.”


Francesco Petrarca
I primi anni della vita di Petrarca trascorsero ad Avignone, dove incontrò (il 6 aprile 1327) la sua amata Laura: l’amore per lei durò ventun anni, sino alla morte della donna. Intraprese gli studi giuridici per volere del padre, ma non appena questi morì li abbandonò per dedicarsi completamente alla scrittura, allo studio e alla riscoperta dei classici. Le opere di Petrarca, come accennato, sono sia in italiano volgare che in latino, ma è quest’ultima la lingua da lui prediletta per la composizione dei testi più importanti, mentre il volgare è dedicato alle opere di carattere intimo, personale, familiare. Tra le opere più rilevanti il latino, bisogna senza dubbio ricordare l’Africa, poema nel quale vengono narrate le imprese di Scipione l’Africano: fu proprio con quest’opera che Petrarca meritò la famosa corona dei poeti laureati. (A.C.)
Il Secretum
Una delle opere più interessanti, redatte in latino, è senza dubbio il Secretum. Si tratta di una sorta di “diario segreto” nel quale è descritto un immaginario dialogo tra Petrarca e Sant’Agostino. L’opera è una sorta di esame di coscienza del Poeta, che individua i suoi peccati che lo legano saldamente alla terra e che gli impediscono di conseguire la vita ascetica che egli, da una parte, desidera con tutto il cuore. Ci sembra particolarmente interessante il discorso sull’accidia, male che fa sembrare a Petrarca vana ogni sua occupazione: l’ammonimento del santo è ben preciso, l’attenzione e l’importanza non sono da riporre per le cose umane, ma verso beni più alti. (A.C.)


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