In principio fu l’Arciere. Questa è l’efficace immagine che Giacomo Maria Prati utilizza a chiosa della sua agile e intensa trattazione dal titolo “L’arco e la freccia. Metafisica del tiro al bersaglio” (ed. Passaggio al Bosco, 2020). Un vero compendio artistico-metafisico e spirituale per arcieri, che racchiude interessantissime riflessioni sulla potente carica originaria (nel senso di primigeneità), simbolica ed eterna del tirare con arco e freccia, come ben si evince dalla portata della frase di cui sopra.
I riferimenti sono molteplici, raffinati spunti che – come frecce scoccate con sapienza – innescano riflessioni mai banali, stimolando la mente e la fantasia. La trattazione è dotta, ma non inaccessibile, e anche il meno esperto può destreggiarvisi procedendo con cautela ed approfondendo i temi che lo ispirano maggiormente, mentre chi abbia già affrontato alcune tematiche troverà un terreno ricco e fertile di spunti.
Quel che è davvero interessante, al di là dei riferimenti diretti all’arco e alla freccia di cui tratteremo, sono tutte le “interpretazioni trasversali” che di rimando conducono al gesto semplice, ma intenso del tirare caricando di significato “arcieristico” anche passi del Vangelo, ad esempio, che non citano certamente le frecce. Ma come è possibile? Per capirlo appieno è necessario percorrere il cammino simbolico presentato dall’Autore, ma si può riassumere brevemente invitando a riflettere sul gesto in sé.
L’arco e la freccia, infatti, vivono l’uno dell’altra e rappresentano due principi complementari; la fissità della freccia che penetra ogni cosa e l’elasticità dell’arco che la scaglia sembrano, in diverse declinazioni, racchiudere il grande postulato universale dell’esistenza, e della comprensione. Ecco dunque come l’arco e la freccia diventano, nell’opera di Prati, una chiave di lettura universale del cosmo, presentandosi ora come prova iniziatica, ora come scioglimento risolutivo e piena realizzazione di sé. Nel dipingere questo quadro allegorico, l’Autore dà voce ad un tripudio di miti, da quello ben noto di Ulisse (il cui arco, viene chiarito, era di corna di caprone o ariete) alle varie declinazioni iperboree della figura di Apollo, nume tutelare degli arcieri, ma anche vero e proprio guardiano dell’ordine cosmico che punisce ed esalta tramite la sua terribile faretra. Arte delle vette, e anche delle terre del Nord, l’arcieristica è presentata in ogni sua sfumatura, con molti riferimenti al mondo letterario e a quello dell’arte. Non manca una interessante rassegna iconografica, che analizza, compara ed illustra il ruolo rivestito ora dall’arco, ora dalla freccia o da entrambi, nelle varie rappresentazioni artistiche. L’aspetto “guaritore” della freccia viene, ad esempio, rappresentato tramite l’“Ercole uccide gli uccelli di Stinfalo” di Albrecht Dürer, dove i pestilenziali volatili rappresentano la carica “umida” e insidiosa delle febbri, sconfitta dalla potenza secca e solare della freccia; senza dimenticare però che le frecce possono anche essere causa di una epidemia di peste, come quella scatenata dal divino Apollo per vendicare il torto subito dal suo sacerdote, come raccontato nell’Iliade.
Si analizzano anche il “Giovane con la freccia” e “L’estasi di Santa Teresa” – che abbiamo avuto modo di analizzare in un precedente articolo sul simbolismo amoroso dell’arco e la freccia – il “Giovane con la freccia” del Parmigianino, e molte opere rinascimentali dove l’arco e la freccia appaiono anche come armi arcaiche e “ferine”. Tra le opere analizzate dall’autore vi è anche l’affresco pompeiano esposto al British Museum di Londra il quale raffigura tre sirene che brandiscono dei punteruoli, accovacciate in agguato alla nave di Odisseo: ecco che il parallelismo tra oggetti appuntiti svela ancora una volta la portata “misterica” ed “iniziatica” della freccia, che l’Autore illustra mediante comparazioni ed esempi molto utili alla comprensione.
Certamente può sembrare strano paragonare tra loro ambiti apparentemente distanti, ma è la portata totale del tiro con l’arco che permette un’indagine d’ampio respiro. Il tiro, infatti, come riflette l’Autore, non si conclude solamente nella trafittura del bersaglio; anzi, quella è solo una parte. Sono sei componenti che interagiscono tra loro nella realizzazione di quello che è un grande gioco di unione tra l’Uno ed il Tutto, nella sintesi del particolare con il generale; non in una disordinata Babele di desideri, ma nell’ordinata gerarchia di un movimento preciso, lineare.
Per indagare, ancora, l’aspetto nobile e regale dell’arcieristica, vi sono alcuni riferimenti molto interessanti di carattere letterario, che riguardano sia due filosofi come Friederich Nietzsche, di cui pure ci siamo occupati, e Julius Evola; ma anche le vicende del principe Arjuna – di cui, ancora una volta, ci siamo occupati – che “compie” il proprio destino, prendendo nuovamente le sue armi (arco e freccia) e tornando a combattere.
Così, sebbene la pratica meditativa connessa al tiro con l’arco sia di origine prettamente nipponica, per l’Autore, anche nel mondo occidentale sembra vivere quella forza spirituale e simbolica dell’incoccare e scagliare, una trama fitta intessuta dal mito e dalla storia. Bisognerebbe, infatti, scagliare la freccia talvolta anche con l’istinto e non solo con la calibrazione della mira, non solo con la testa.
È il modo di tirare che, rivelato quasi in confidenza dall’Autore, ha suo figlio, con quella spontaneità e quella sicurezza che dovrebbe coltivare – o lasciar crescere – ogni arciere: tirare con l’istinto, che è anche un modo per dire col cuore, o con lo spirito. •
Conclude il volume un contributo curato dall’Accademia Romana Placido Procesi (www.accademiaprocesi.it) che illustra con brevità esaustiva la tradizione nipponica del Kyudo.
Come per altre cerimonie ancora praticate in Giappone, l’atto esteriore non si esaurisce in sé; così come la cerimonia del tè non è finalizzata esclusivamente a preparare una bevanda gustosa, allo stesso modo, nel Kyudo, il tirare con l’arco e la freccia non rappresentano affatto una disciplina sportiva, ma una pratica meditativa.
Nessuno si avvicina al Kyudo per imparare a fare centro nel bersaglio (sebbene sia parte integrante della pratica) ma lo fa consapevole di dover perseguire una Via: ecco dunque che l’arco e l’arcieristica stessa divengono uno strumento per raggiungere il perfezionamento di sé tramite la realizzazione spirituale. Proprio in questo sembra esserci un punto d’unione con quanto detto dall’Autore, ma a differenza della pratica “privata” e “occidentale”, il Kyudo è caratterizzato dalla presenza di una catena ininterrotta, e dunque “autorevole”, di Maestri.
Per capire un poco come si articola questa pratica meditativa che ci sembra così dinamica è utile chiarire il concetto centrale del Kyudo, il Nobiai; una “espansione unificata” che, una volta raggiunta, provoca un rilascio della freccia spontaneo e non causato dall’apertura intenzionale della mano, dunque non inficiato dal desiderio di colpire il bersaglio: centrarlo, infatti, è solamente una celebrazione assoluta del tiro vissuto senza le brame e le ansie di riuscita.
L’arciere, perciò, non cerca una completa concentrazione razionale, ma al contrario – mediante gli insegnamenti del Maestro – lascia che il colpo parta autonomamente dalla sua mano. Bisogna “sentire” il tiro e viverlo spontaneamente come un respiro, e ci sembra particolarmente efficace un componimento del Maestro Junsei Yoshimi, riportato nel testo: “La Via non è con l’arco, ma con le ossa: ciò è della più grande importanza nel tiro”. (A.C.)
L’autore del volume è Giacomo Maria Prati, nato a Tortona il 1971: una personalità poliedrica, che accosta una formazione giuridica – che lo vede magistrato onorario – alla grande passione per l’arte antica; è infatti, oltre che autore di numerosi testi, direttore del Museo della Certosa di Pavia.
La sua attività abbraccia diversi campi, per meglio addentrarsi nei “meandri dell’istante”, come si legge in un’intervista rilasciata dall’Autore. La passione per i linguaggi simbolici, i testi mistici, l’iconologia, i miti, la struttura del linguaggio (l’Autore predilige il ciclo dei romanzi medievali del Graal, e – come abbiamo visto nell’articolo dedicato – anche questo presenta un’interessante simbologia arcieristica nel racconto di Parzival) danno guizzi ispirativi che convergono in una ricerca d’ampio respiro. Tra le varie attività, nel 2013 si colloca anche il suo esordio da traduttore con una nuova traduzione del “Cantico dei cantici” e dell’“Apocalisse”. (A.C.)






