storiaLA MISTERIOSA CULTURA DEL CAMPANIFORME: UN POPOLO DI ARCIERIAndrea Cionci

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LA MISTERIOSA CULTURA DEL CAMPANIFORME: UN POPOLO DI ARCIERI
di Andrea Cionci

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La civiltà europea eccelle in raffinatezza e ardimento: poesia, musica, guerra; gli europei le hanno sempre praticate quasi si trattasse della medesima arte. Ripensando ai versi tonanti di Omero, alle accurate descrizioni dei campi di battaglia non è difficile credere come il petto dei nostri progenitori fosse infiammato dall’ansante respiro di Marte. Alcune evidenze archeologiche, effettivamente, dimostrano che – specialmente nel centro Europa, coinvolgendo poi tutto il continente – in epoca preistorica vi fossero delle popolazioni dedite alla caccia e, probabilmente, alla guerra. Secondo alcuni studiosi, come l’archeologa Maria Gimbutas, alcune popolazioni patriarcali di guerrieri e cacciatori si sarebbero spostate dalle steppe, ed avrebbero colonizzato un’Europa matriarcale e piuttosto placida, dando origine alle civiltà europee, dove il furore dei guerrieri si è coniugato con la sapiente coltivazione della terra.
Sebbene forse un po’ estremizzata e senza dubbio semplificatrice, tale teoria focalizza, almeno, come siano esistite certamente delle popolazioni dedite alla caccia ed alla guerra, la cui diffusione è evidente in tutta Europa. Una di queste è quella del cosiddetto “vaso campaniforme”, il cui nome deriva proprio dalla forma particolare che veniva conferita al vasellame da questi antenati di più di quattromila anni fa.
Evidenze funebri di tale popolazione sono diffuse in tutta Europa, tuttavia, mentre nel contesto meridionale prevalgono le sepolture comunitarie, nel centro Europa, specialmente nelle regioni della Moravia e dell’Ungheria, spiccano sepolture individuali, delle quali incuriosisce immediatamente il corredo funebre.
Ad accompagnare il morto nel viaggio verso l’aldilà, infatti, era soprattutto un corredo da arciere: cuspidi di freccia, brassard, ciondoli a forma di arco sono stati ritrovati ad adornare il talamo funebre di guerrieri, arcieri, perlopiù uomini, e forniscono materiale molto interessante per gli studiosi, perché permettono di rispondere ad alcune domande.
Come era composto, ad esempio, l’equipaggiamento di un arciere del 2.500 a.C.? E come veniva impiegato? Il ruolo sociale del defunto quale poteva essere? Si trattava di soldati, di cacciatori, oppure di personaggi di rango nobile? Vi era una distinzione tra queste caratteristiche? Il corredo, fortemente connotato da elementi legati al mondo dell’arcieria, parla della suddivisione sociale della popolazione, dal momento che in alcune necropoli le sepolture più ricche di tali elementi sono poste in una posizione differente e separata dalle altre, quasi a suggerire un ruolo prominente del defunto.
Per farsi un’idea dei ritrovamenti, su 480 sepolture registrate, sono stati trovati 1.233 oggetti legati all’arcieria, di cui 570 – dunque quasi il 50% – sono stati studiati e analizzati; tali studi sono molto importanti, perché se permettono agli specialisti di acquisire nuovo materiale, utile a far luce sulle origini delle civiltà europee, permettono anche a noi di farci un’idea di come fossero realizzate le varie componenti dell’equipaggiamento di un arciere a più di quattromila anni di distanza.
Le punte di freccia, anzitutto, sono l’elemento più numeroso presente nelle sepolture; vengono in genere ritrovate in mucchietti disposti assieme a offerte in ceramica, oppure ritrovate dietro al bacino, come se fossero state portate in una faretra. Per quanto riguarda il materiale di realizzazione, la maggior parte sono in selce, spesso di importazione, o ricavate dalla roccia presente offerta dal contesto geologico, non sempre di qualità adatta a confezionare delle frecce. Le punte sono generalmente a base cava, alcune con il codolo squadrato; le dimensioni vanno da un centimetro e mezzo fino a 4 per la lunghezza, da uno a due e mezzo per la larghezza, e circa 0.4 cm per lo spessore. Lo studio delle cuspidi rivela, in alcune, una fattura più pregiata, probabilmente frutto di artigiani specializzati, mentre altre sono realizzate in maniera più rozza, segno evidente che ciascun arciere fosse in grado di provvedere alla propria faretra da solo. Le punte di freccia che fanno parte dei corredi funebri, in base ad uno studio sull’usura, sembrano essere in parte cerimoniali o simboliche ed in parte di uso comune.
Un altro oggetto fortemente rappresentativo delle sepolture del campaniforme sono i c.d. brassard in pietra. Nello specifico, si tratta di piastre di pietra forate alle estremità che venivano poste sull’avambraccio, solitamente sul sinistro. Ne sono stati ritrovati veramente una gran quantità, dalle caratteristiche più disparate, che spaziano da esemplari con due fori sulle estremità a quelli che ne presentano sei, quelli lunghi appena 4 centimetri, mentre altri raggiungono addirittura i 16; alcuni sono decorati mentre altri non presentano decorazioni.
La parte più curiosa, però, sono i ciondoli a forma di arco, che avevano probabilmente funzione di talismano, oltre che ornamentale.
Erano realizzati in osso animale, specialmente a partire dal canino di suino, tanto più questo era grande, tanto più completa era la rappresentazione dell’arco, che spaziava da una sua porzione, solitamente quella centrale, fino all’arma completa.
L’ecomitica della caccia al cinghiale esalta l’abilità venatoria di questi arcieri, che forse si battevano in dispute e gare, e la preda ambita serviva tanto a sfamarsi quanto a dimostrare il valore ed il coraggio del cacciatore.
Studiare approfonditamente, oltre al vasellame, anche il corredo degli arcieri potrebbe fare luce sull’origine di questo popolo, sulla sua struttura gerarchica e sulla maniera in cui si è propagato in Europa, portando – forse – con sé tradizioni e miti, che sono ancora oggi il tessuto prezioso della nostra civiltà. •

La cultura del vaso campaniforme

Viene definita “cultura del vaso campaniforme” (in inglese Bell Beaker culture), si diffuse nel periodo della tarda età del rame (2600-1900 a.C.) ed è caratterizzata dalla realizzazione di vasellame a forma di campana rovesciata, dall’altezza massima di 15 cm. La tazza o vaso era spesso decorata, e proprio a seconda del fregio è possibile distinguere l’antichità del manufatto.
Data la grande diffusione in tutta Europa dei manufatti legati a questa cultura (oltre allo speciale esemplare vascolare e agli equipaggiamenti da arcieri sono stati ritrovati anche bottoni in osso con perforazione a V, oggetti ornamentali in oro, fibbie, pugnali in rame…) gli studiosi sono ancora divisi sull’origine di tale cultura, che alcuni indicano nella penisola iberica, altri nell’Europa centro-settentrionale; è certo, comunque, che interessò una porzione di territorio vastissima, comprendente Inghilterra, Germania, Polonia, Ungheria, Paesi Bassi, Belgio, Scozia e Irlanda, la costa mediterranea francese e l’Italia settentrionale, ma anche la Sicilia e la Sardegna.
È possibile suddividere la cultura del vaso campaniforme in tre fasi; antica, media e moderna. Durante la fase media si nota un incremento della metallurgia: rame ed oro vengono maggiormente impiegati al posto della selce, testimoniato dal ritrovamento di orecchini in lamina d’oro, pugnali in rame (un esemplare con chiodini in bronzo), asce piatte, punteruoli in rame. In questo periodo subiscono un forte impulso anche l’agricoltura, con la diffusione dell’aratro, e l’allevamento. La fase moderna si distingue, invece, per alcune decorazioni vascolari, che divengono più complesse, e in alcune componenti dei corredi funebri, che mostrano una qualche suddivisione sociale. (A.C.)

 

La caccia al cinghiale calidonio

Realizzati con le zanne dei cinghiali, i pendenti della cultura campaniforme richiamano alla mente il ruolo cruciale che il cinghiale ha ricoperto nel panorama europeo, divenendo spesso il soggetto principale di miti e leggende. Ad uccidere Adone, il bel giovane innamorato di Afrodite, fu infatti un cinghiale inviato da Ares, amante della dea, geloso e furente, mentre fu una bianca scrofa ad indicare ad Enea dove compiere il rito di fondazione della città. Un altro episodio mitologico che ha per protagonista la bestia selvatica, è quello della caccia al cinghiale calidonio, inviato dalla dea Artemide a devastare i campi del re Eneo, che aveva dimenticato la dea vergine quando aveva sacrificato agli dèi.
Tanto era grossa e temibile la bestia, che il re dovette chiamare tutti i più valenti guerrieri dell’epoca: al suo appello risposero Teseo e Piritoo, Castore e Polluce, Ida, Linceo, Giasone, Admeto, Nestore, persino Atalanta, la figlia di Iaso e Climene, e molti altri eroi. La presenza di Atalanta causò subito i primi dissidi: Meleagro, il figlio del re, se ne innamorò, e minacciò di fermare la caccia all’insorgere delle prime proteste, poi due centauri tentarono di farle violenza, ma Atalanta riuscì ad ucciderli entrambi. Fu lei, però, la prima a vulnerare la bestia, colpendolo all’orecchio con la sua freccia (Ovidio nelle metamorfosi descrive così la scena: “…ne scalfì il corpo, facendo arrossare un poco di sangue le setole”), mentre già molti avevano rischiato o trovato la morte senza riuscire a colpire. A quello di Atalanta, seguirono i colpi dei compagni, finché Meleagro non riuscì a finire il cinghiale, penetrando il cuore ferino con la sua lancia. Dopo averlo scuoiato, offrì la pelle ad Atalanta, che aveva per prima colpito il cinghiale, suscitando però nuovi dissidi: l’invidia dei suoi zii, che decisero di muovere guerra alla città Calidonia.

(A.C.)

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