La dea Fortuna, bendata, elargisce la sua generosa opulenza in maniera casuale, ed il suo favore è fugace, talvolta farvi troppo affidamento può risultare rovinoso. I begli occhi della divinità pagana, però, non sono gli unici, nel pantheon pagano, ad essere coperti da un drappo, perché anche Amore, il Cupido responsabile delle passioni e degli affetti, è stato, di tanto in tanto, immaginato bendato: la sua pericolosità è ancor maggiore, dal momento che il dispettoso è armato d’arco e freccia.
Arma letale, precisa: brucia, infatti, la ferita d’amore, a qualcuno sembra provocare una malattia insanabile, specialmente se il sentimento non è corrisposto. In diverse raffigurazioni, come quella preziosissima di Tiziano, è la stessa Venere a bendare il figliolo, come se la sofferenza che scaturisce dalle passioni non corrisposte o dagli amori clandestini fosse una necessità alla quale l’opera degli dei non può sottrarsi. L’amore è cieco, dunque, non solamente perché offusca la vista su difetti fisici o morali durante l’innamoramento, ma perché è Amore, il dio, a colpire bendato: come nella Primavera del Botticelli, dove lo vediamo intento a scagliare con ardimento una freccia, il braccino paffuto è pronto, la corda tesa sembra già vibrare il colpo.
Vittime del dispettoso dio-bambino non sono solamente i mortali: nelle sue Metamorfosi, il poeta latino Ovidio illustra con sapienza e struggimento la ferita d’amore che causò pene tremende ad un altro dio armato anch’egli d’arco e frecce, Apollo, ed una tragica fine alla bella ninfa Dafne. Sono proprio l’arco e le frecce, tra l’altro, ad essere alla base di un litigio tra Cupido ed Apollo: il dio solare non reputa che il piccolo sia adatto a maneggiarle, è convinto, infatti, che siano troppo virili e pericolose per lui, ma Amore è deciso a fargli cambiare idea e – in questo caso senza indossare alcuna benda – ordisce un piano tremendo: scaglia dal suo arco due frecce, quella che produce l’innamoramento ha la punta d’oro e colpisce il dio, quella che scatena repulsione, in piombo, ferisce la povera ninfa che, per fuggire alle brame di Apollo, viene infine tramutata in una pianta d’alloro dalla pietà di suo padre Peneo, una divinità fluviale.
Nelle parole del poeta Ovidio è rappresentato l’alterco tra le due divinità, e la risposta severa d’Amore: “ll primo amore di Febo fu Dafne, figlia di Peneo, e non fu dovuto al caso, ma all’ira implacabile di Cupido. Ancora insuperbito per aver vinto il serpente, il dio di Delo, vedendolo che piegava l’arco per tendere la corda: “Che vuoi fare, fanciullo arrogante, con armi così impegnative?” gli disse. “Questo è peso che s’addice alle mie spalle, a me che so assestare colpi infallibili alle fiere e ai nemici, a me che con un nugolo di frecce ho appena abbattuto Pitone, infossato col suo ventre gonfio e pestifero per tante miglia. Tu accontèntati di fomentare con la tua fiaccola, non so, qualche amore e non arrogarti le mie lodi». E il figlio di Venere: «Il tuo arco, Febo, tutto trafiggerà, ma il mio trafigge te, e quanto tutti i viventi a un dio sono inferiori, tanto minore è la tua gloria alla mia”. Disse, e come un lampo solcò l’aria ad ali battenti, fermandosi nell’ombra sulla cima del Parnaso, e dalla faretra estrasse due frecce d’opposto potere: l’una scaccia, l’altra suscita amore. La seconda è dorata e la sua punta aguzza sfolgora, la prima è spuntata e il suo stelo ha l’anima di piombo. Con questa il dio trafisse la ninfa Penea, con l’altra colpì Apollo trapassandogli le ossa sino al midollo”.
Nella mitologia classica, comunque, Cupido/Eros subisce un’evoluzione: non nasce immediatamente come fanciullo dalle belle fattezze, ma trae origine da un mondo tenebroso e arcaico, precedente ed estraneo allo stesso Olimpo e si ritiene che partecipò all’origine del mondo, suscitando il desiderio degli elementi primordiali. La sua evoluzione nella religione classica è piuttosto complessa, e viene spesso temuto dagli altri dei per la sua potenza e la sua malizia: a lui erano dedicati diversi templi, e viene menzionato da moltissimi autori, tra i quali Platone.
Cupido, tuttavia, non è l’unica rappresentazione dell’amore collegata all’arco e alla freccia; nella religione induista è presente Kama, il dio dell’amore, consorte di Rati, il piacere amoroso. Le frecce che scocca dal suo arco di canna sono spesso cinque, come i sensi che sono coinvolti nell’innamoramento. Egli è considerato un temibile avversario ed osò anche lui sfidare un dio, Siva, suscitandogli il desiderio di Parvati; fu perciò incenerito, divenendo Ananga, incorporeo. La maniera in cui le due divinità, Eros e Kama, sono rappresentate è molto simile: giovani di incredibile bellezza, armati d’arco e frecce.
Anche nel cristianesimo, comunque, è presente la medesima simbologia, come mirabilmente rappresentato nella Transverberazione (la trafittura) di Santa Teresa d’Avila, che ha preso forma nel marmo grazie all’opera di Gian Lorenzo Bernini, conservata in Santa Maria della Vittoria. La santa è rappresentata completamente prostrata dal dardo col quale un cherubino le ha trapassato più volte il petto, causandole la ferita dell’amor divino che la infiamma. L’opera è stata a lungo criticata da intellettuali francesi, spesso in odore di massoneria, come eccessivamente sensuale, ma è possibile apprezzare nel Libro della Vita (che narra in maniera autobiografica le esperienze della santa), la descrizione dell’evento, che il Bernini ha riprodotto in maniera estremamente fedele. Scrive Santa Teresa, descrivendo l’angelo che la colpiva: “non era grande, ma piccolo e molto bello, con il volto così acceso da sembrare uno degli angeli molto elevati in gerarchia che pare che brucino tutti in ardore divino: credo che siano quelli chiamati cherubini, perché i nomi non me ridicono, ma ben vedo che nel cielo c’è tanta differenza tra angeli e angeli, e tra l’uno e l’altro di essi, che non saprei come esprimermi. Gli vedevo nelle mani un lungo dardo d’oro, che sulla punta di ferro mi sembrava avesse un po’ di fuoco. Pareva che me lo configgesse a più riprese nel cuore, così profondamente che mi giungeva fino alle viscere, e quando lo estraeva sembrava portarselo via, lasciandomi tutta infiammata di grande amore di Dio. Il dolore della ferita era così vivo che mi faceva emettere quei gemiti di cui ho parlato, ma era così grande la dolcezza che mi infondeva questo enorme dolore, che non c’era da desiderarne la fine, né l’anima poteva appagarsi d’altro che di Dio. Non è un dolore fisico, ma spirituale, anche se il corpo non tralascia di parteciparvi un po’, anzi molto”.
Antico è il legame tra l’amore e i suoi dardi, che da millenni feriscono dei, mortali e santi. •
Con il termine Induismo non si può parlare specificatamente di una religione, quanto piuttosto dell’insieme di credenze religiose, regole sociali e pratiche diffuse in India.
Questo complesso di norme e credenze delinea un comportamento al quale conformarsi, che segua l’ordine sociale e morale, chiamato dharma.
Il termine racchiude la storia e l’indole della complessa civiltà dell’India, basata sugli insegnamenti della classe brahamanica, che non li avrebbe delineati in base a tornaconti di tipo temporale, ma le sarebbero ispirati da una rivelazione, chiamata Sruti, che è stata poi codificata ed è contenuta nei Veda. Questi testi sono tra le più antiche opere religiose conosciute e risalgono al periodo in cui le popolazioni indoeuropee colonizzarono i territori nordoccidentali del subcontinente indiano; la cultura indoeuropea si amalgamò all’impianto etnico e magico-religioso della popolazione preesistente. Gli arya (i nobili) introdussero una serie di innovazioni, tra cui la lingua (sanscrito) nella quale fu espressa la rivelazione e l’ordine sociale basato su una suddivisione della società nella quale i sacerdoti occupano un ruolo di preminenza.
Nel pantheon dei Veda vi sono moltissime figure divine, tra le quali il più importante è Indra che sconfigge le forze dell’inerzia. Vi sono poi, degni di nota, Varuna che custodisce l’ordine, Surya che è il sole, Vayu il vento ed Agni, il fuoco sacrificale.
Veda in sanscrito significa “scienza”, ma l’accezione non è chiaramente di natura profana, generalmente si usa per le quattro samhita (raccolte) di cui sopra, ma talvolta viene impiegato per parlare di tutta la letteratura sacra. Le quattro samhita sono: Rigveda, Samaveda (la scienza delle melodie, da cantarsi durante le cerimonie), Yajurveda (la scienza delle formule sacrificali, molto interessante perché rappresenta una cesura nella religione indiana) e l’Atharvaveda (la scienza della magia, di redazione più recente).
Leggendo e studiando i testi sacri è possibile apprezzare il mutare della concezione religiosa indiana, che dal politeismo approda ad un monismo pregno di suggestioni panteiste.
(A.C.)
Nata ad Avila nel 1515, fu santa e mistica spagnola di famiglia nobile. È patrona di Spagna.
In giovinezza si appassionò alle opere cavalleresche, tanto che tentò di scriverne una lei stessa: la suggestione, poi, è meravigliosamente presente nel suo “Castello Interiore”, nel quale spiega quali passi compiere per raggiungere un perfezionamento spirituale: paragona l’anima ad un castelletto, ad un paese fortificato sul quale è essenziale mantenere il dominio, affinché vi possa regnare lo Sposo, Cristo.
Prese il velo nel 1536, ed i primi 30 anni della sua vita monacale sono narrati ne El libro de su vida, il libro della vita, nel quale è racchiusa anche la descrizione dell’esperienza della transverberazione.
(A.C.)






