Una prestazione eccellente alla rassegna iridata negli Emirati Arabi. L’Italia mette in bacheca 3 ori, 2 argenti e 1 bronzo. Da sogno il “triplete” di Enza Petrilli nel ricurvo
Si scrive Dubai, si legge Italia. I Mondiali Para-Archery, andati in scena negli Emirati Arabi Uniti, hanno una marcata impronta azzurra. E traboccano di medaglie: alla fine sono ben sei, tre delle quali d’oro, due d’argento e una di bronzo. In questo modo, la Nazionale guidata dal commissario tecnico Guglielmo Fuchsova conclude la rassegna iridata al terzo posto assoluto, nella classifica generale, nonostante un’assenza di assoluto rilievo come quella di Elisabetta Mijno, bloccata in Italia dalla positività al Covid. Per cause di forza maggiore, la piemontese non ha potuto dare continuità ai grandi risultati di Tokyo. Come invece hanno fatto gli altri medagliati alle Paralimpiadi, regolarmente sulla linea di tiro negli Emirati Arabi: perché Maria Andrea Virgilio conquista l’argento nel compound e Stefano Travisani è di nuovo campione del mondo nel mixed team, a cinque anni di distanza dall’ultimo trionfo mondiale. A proposito di medagliati a Tokyo: e Vincenza Petrilli? Beh, l’arciera calabrese ha scritto semplicemente una pagina storica. Non contenta dell’argento ottenuto in Giappone, “Enza” conquista il mondo. E lo fa a suon di medaglie: tre e tutte d’oro, in un’unica giornata. Ebbene sì, l’appuntamento di Dubai somiglia tanto alla definitiva consacrazione di un’atleta diventata campionessa. A completare il capolavoro azzurro sono Asia Pellizzari e Salvatore Demetrico nel mixed team W1, e Daniele Piran, che regala all’arco italiano uno storico podio nel Visually Impaired.
VIRGILIO D’ARGENTO – Andando con ordine, nel compound individuale, Maria Andrea Virgilio si mette al collo una medaglia d’argento che vale quanto un oro. Anche perché arriva a pochi mesi di distanza dal bronzo ai Giochi paralimpici di Tokyo. Tornando a Dubai, il percorso decolla con la spagnola Carmen Rubio, battuta 137-126; quindi, il 143-140 contro la polacca Ksenija Markitantova. E il successo sulla turca Oznur Cure: 140-138. Un tris d’autore che vale l’approdo in semifinale: di fronte alla britannica Phoebe Paterson Pine, Maria Andrea sfodera una prova da incorniciare e si impone 136-132, meritandosi la qualificazione all’ultimo atto. In finale, però, la spunta la russa Tatiana Andrievskaya col punteggio di 143-140. No, per la siciliana non è affatto una sconfitta: al contrario, questo podio è l’ennesima perla di una carriera in continua crescita.
ARGENTO MISTO W1– D’argento è pure il mixed team W1, grazie ad Asia Pellizzari e Salvatore Demetrico. Ancora una volta l’oro va alla Russia, che in finale si impone 137-127 con la coppia formata da Krutova e Leonov. Da applausi, comunque, la finale degli azzurri, ampiamente competitivi nonostante un incidente di percorso nella fase d’avvio. E, in particolare, nel primo parziale, chiuso con un “miss” (zero punti) per non aver scoccato in tempo una freccia. Asia e Salvatore sono subito costretti a inseguire, quindi: 33-27. Poi Demetrico estrae dal cilindro un “10”, ma c’è un avversario che, oltre ad avere qualità indiscutibili, è in giornata di grazia: si chiama Aleksei Leonov e non esce mai dai confini del “giallo”. Così, i russi prendono definitivamente il sopravvento e volano verso l’oro.
PIRAN ESORDIO DI BRONZO – Il gradino del podio è il più basso. Ma lui tocca il cielo con un dito. “Lui” è Daniele Piran: un atleta capace di regalare all’Italia, e ovviamente a se stesso, una medaglia indimenticabile al suo primo Mondiale: di bronzo. Dopo aver superato con un secco 6-0 lo statunitense Janice Walth, Daniele esce sconfitto dalla semifinale con il belga Ruben Vanhollebeke. E si gioca tutto nel confronto con l’australiano Craig Newbery. La gara parte in salita (0-2 nel primo set), ma Piran non molla di un centimetro. Al contrario, reagisce alla grande, con la personalità e il carattere che lo contraddistinguono, e si aggiudica due parziali in sequenza, portandosi sul 4-2 (19-1 e 22-13). Finita? Tutt’altro: una volta archiviato un quarto set nel segno dell’equilibrio (11-11), l’australiano si aggiudica il successivo parziale per 20-13. E l’epilogo allo shoot-off è inevitabile: a quel punto, Daniele dimostra una maggior freddezza rispetto all’avversario e piazza un “7” da applausi: è fatta. Ed è una gioia di bronzo: “È stata un’emozione incredibile – sono le parole pronunciate da Piran – volevo conquistare una medaglia e ci sono riuscito. In realtà non pensavo di arrivare allo shoot-off e tantomeno di vincere. Ringrazio il tecnico e la squadra: sono parte di uno splendido gruppo”. A proposito del tecnico, è lo stesso Willy Fuchsova a evidenziare la portata dell’impresa: “Daniele è un ipovedente, costretto a tirare da non vedente. E non è facile. Sì, è stato grande”.
TRAVISANI BIS IRIDATO – E Stefano Travisani? Concede il bis iridato, nel mixed team: l’arciere di Correzzola, in provincia di Padova, era salito sul tetto del mondo nel 2017, in compagnia di Elisabetta Mijno. E si ripete anche stavolta, ma con un’altra azzurra: Vincenza Petrilli. Decisivo, nella finalissima, il 6-2 rifilato alla Thailandia di Netsiri e Pattawaeo. Il primo set, condizionato dal vento, va al duo italiano, che si porta sul 2-0 con il parziale di 28-18. Anche il secondo parziale è a favore di Stefano ed Enza, solo che la Thailandia non molla la presa e, nella terza frazione, sale di colpi e resta in partita con il 34-29 che vale il 4-2. Travisani e Petrilli, però, non tremano nella quarta volée, aumentano il livello qualitativo della loro prestazione e non si voltano più indietro: 35-33 e 6-2.
V&V: UN DOPPIO D’ORO – Spazio poi all’arco olimpico, nel segno delle donne. E del tricolore. Perché Veronica Floreno e Vincenza Petrilli non sbagliano pressoché nulla e si “arrampicano” in cima al mondo all’esordio del “doppio” che ha sostituito la gara a squadre dei terzetti maschili e femminili. La medaglia d’oro è frutto della vittoria nella finalissima contro le russe Barantseva-Sidorenko: 5-3 il punteggio. Dopo lo svantaggio iniziale (28-23), le azzurre tornano in linea di galleggiamento nel secondo set, aggiudicandosi la volée 29-27. La sfida corre lungo il binario dell’equilibrio, come conferma la parità a quota 33 nel terzo atto. A fare la differenza è il quarto parziale, in cui V&V, Veronica e Vincenza, prendono saldamente il controllo delle operazioni. E non lo mollano più, fino al 35-28, che vale il 5-3 da consegnare agli archivi. O meglio, alla storia.
ENZA SHOW – Lo show di “Enza” Petrilli si completa sul piano individuale: terza finale e terzo oro. È l’indiana Poojia, nella circostanza, a inchinarsi di fronte alla regina di Dubai, protagonista di una rimonta da applausi: dopo il pari della prima volée (24-24), l’indiana mette la testa avanti con il 23-21 che vale il primo vantaggio 3-1. Ma le ultime tre volée di Petrilli andrebbero esposte al Louvre: perché, dallo sport, sconfinano nell’arte: “Enza”, infatti, è magistrale. Esce solo in un’occasione dal “giallo” e si aggiudica tutti, ma proprio tutti gli altri parziali: 28-26, 26-24 e 27-25. Così, prende forma il definitivo 5-3. E un “triplete” leggendario. •
«Quanto mi girano…»
Ha sconfitto qualsiasi tipo di avversario: perfino i “normo”, con cui ormai gareggia abitualmente. Qualsiasi, ma non il più subdolo: il Sars-CoV-2. Il maledetto virus ha privato la Nazionale italiana Para-Archery di una delle sue stelle polari: Elisabetta Mijno. Risultata positiva al Covid, la piemontese non ha potuto decollare in direzione Dubai, dove gli azzurri erano impegnati nei Mondiali outdoor, facendo incetta di medaglie. E Mijno, c’è da scommettere, avrebbe recitato da protagonista. Come è nel suo stile: “Tranquilli, sono sempre stata bene – rassicura l’arciera – a parte un po’ di mal di gola al mattino. Però mi girano…”.
La partenza di Elisabetta era stata posticipata perché la plurimedagliata doveva sostenere un concorso in ambito professionale, essendo medico chirurgo al CTO: “Sarei dovuta partire mercoledì 23 febbraio. Peccato, avevo voglia di immergermi in questa avventura. In ogni caso, guardo avanti: alle gare di selezione con la Nazionale normo. Prenderò quello come prossimo obiettivo“.
A proposito di campionesse rimaste ai margini, anche l’iraniana Zahra Nemati non ha preso parte alla competizione iridata: “Tengo a sottolineare la grande disponibilità della Federazione Italiana di Tiro con l’Arco – ha concluso Elisabetta – . Ha assecondato ogni mia esigenza, facendo di tutto affinché potessi partire. Sono molto dispiaciuta anche per la Fitarco”.
Petrilli, triplete da sogno

di Marco D’IncàStupisce ancora l’arciera calabrese. Dopo l’argento a Tokyo conquista 3 ori al Mondiale di Dubai: “Non avrei mai pensato di ottenere quello che posso definire un grande successo”“Inspire a generation”: “ispirare una generazione”. È il motto nato con le Paralimpiadi di Londra, nel 2012. Ed è, in fondo, l’essenza dei campioni. Di chi, attraverso le proprie imprese e le proprie medaglie, traccia una via mai esplorata prima. Una via che, una volta aperta, percorrono in molti. Seguendo la forza, il coraggio, l’esempio di chi ci ha creduto. Di chi è partito da zero. Anzi, da più giù: dall’abisso di un incidente con conseguenze pesantissime. E si è arrampicato fino a raggiungere le vette più alte: dello sport e in fondo della vita. Lo ha fatto con la freddezza, la grinta e la personalità tipiche di una fuoriclasse, ma anche con la dolcezza di un sorriso. E la velocità di una predestinata. Di un’atleta entrata in Nazionale solo nel gennaio 2020. E che, a distanza di due anni, si è presa il mondo. E se lo è preso tre volte. Tre, come le medaglie d’oro conquistate nella rassegna iridata a Dubai, che vanno ad aggiungersi all’argento ai Giochi paralimpici. Lei è Vincenza Petrilli: l’arciera del “triplete”. Vale la pena conoscerla a fondo, anche nella sua sfera più riservata. Perché Enza non si limita a vincere: ispira. Ispira una generazione.
Vincenza, l’argento alle Paralimpiadi e i tre titoli iridati: sorpresa?
«Partendo dalle Paralimpiadi, per me era la seconda gara internazionale, ma è stata anche la prima, vera e più importante competizione della mia vita. Quella che di certo non dimenticherò mai: ricordo ogni singolo momento passato sul campo di gara, oltre agli odori, i colori, i sapori della trasferta giapponese. Dubai, invece, ha scaturito in me un’emozione “diversa”, non meno rilevante, ma più di routine. In ogni caso, né nella prima occasione e tantomeno nella seconda avrei mai pensato di ottenere quello che posso definire un grande successo».
Come è stato possibile raggiungere simili traguardi, nonostante la poca esperienza a livello internazionale?
«Ancora me lo sto chiedendo. Come ho sempre dichiarato, la convocazione alle Paralimpiadi non me l’aspettavo nella maniera più assoluta, però ho sempre continuato ad allenarmi. Anche se ero sicura di non essere tra i convocati. Poi, una volta letto il mio nome nell’elenco, il pensiero era legato solo a partire senza alcuna pretesa. E a divertirmi, facendo quello che sapevo fare».
C’è qualcuno che merita un ringraziamento particolare?
«Assolutamente sì. In primis, l’intero staff della Nazionale italiana Para-Archery perché è presente in ogni occasione ed è sempre pronto ad aiutarti quando ne hai bisogno. Un ringraziamento va poi allo psicologo Gianni Bonas: da Tokyo lo chiamavo a qualsiasi ora del giorno e della notte, nonostante il fuso orario. Ma soprattutto sento di ringraziare Fabio Fuchsova: sa come aiutarmi, gli basta uno sguardo per percepire le mie emozioni o se c’è qualcosa che non va. Questo è il rapporto giusto che dovrebbe esserci tra coach e atleta. Ad avvantaggiarci è la grande amicizia che ci lega. Ringrazio poi il mio compagno Michelangelo: negli allenamenti, a casa, non manca mai il suo sostegno ed è forse la persona che faccio impazzire di più. Senza considerare il fisioterapista che mi prepara per i grandi eventi. E le Fiamme Oro: il gruppo sportivo mi supporta dallo scorso 1° gennaio. Come ringrazio la mia “vecchia” società, l’Asd Aida, sempre e comunque al mio fianco. Sono tutti pezzi fondamentali di un puzzle. Pezzi che, una volta assemblati, vanno a perfezionare i particolari da ricercare in una gara, nell’intento di ottenere risultati ambiziosi».
Soffermiamoci sui tre acuti: il mixed team con Travisani.
«Mi è stato d’aiuto per poter affrontare poi in tranquillità gli altri due scontri. Ero un po’ agitata, ma Stefano è riuscito a portarmi sulla retta via e a caricarmi. Anche se le prime due frecce tirate dalla sottoscritta non sono state il massimo. Con Stefano c’è un bellissimo rapporto e questo legame mi ha aiutata a fidarmi di lui durante la gara».
Quindi il successo nell’arco olimpico con Veronica Floreno.
«Nella seconda finale mi sentivo più tranquilla e forse sono riuscita a trasmettere un pizzico della mia serenità anche a Floreno. È stata una vittoria di squadra, ci siamo aiutate a vicenda. Che emozione andare sul podio insieme a Veronica: è “quasi” una mia conterranea».
E infine l’individuale.
«Il fatto che tutte e tre le finali siano state una in sequenza all’altra è stato un bene. Perché, una volta uscita dal campo, dovevo subito rientrare: questo mi è servito a non pensare “alla pesantezza” di quelle frecce. Io, quando tiro, non guardo mai il punteggio degli altri: rimango concentrata su me stessa e sul bersaglio. Tuttavia, quando ho scoccato l’ultima freccia, le urla di gioia lanciate da Fabio, dietro di me, le ho percepite all’istante. Così come il rumore del tocco nel paglione. Lì ho capito di avercela fatta: è stata una soddisfazione immensa».
Il tiro con l’arco è…?
«Ho iniziato a tirare con l’arco per impegnare le mie giornate. Ora, invece, ho difficoltà a trovare il tempo per fare altro. Sì, l’arco è diventato l’impegno principale e ne sono estremamente felice».
Tre aggettivi per descrivere “Enza” sulla linea di tiro.
«Pacata, scrupolosa e leale».
E tre per Enza al di fuori del contesto sportivo.
«Sento di essere una persona abbastanza dinamica, estroversa e molto sensibile».
Miglior pregio?
«Riesco a fidarmi degli altri. E al giorno d’oggi non è per nulla scontato».
Peggior difetto?
«Sono un po’ disordinata».
Scaramantica?
«Al punto giusto. Credo che al mondo esistano persone negative e io cerco di starne alla larga».
Sport più coinvolgente, escluso il tiro con l’arco?
«Apprezzo la scherma, l’ho anche provata, però ho capito che il mio interesse maggiore è per l’arco».
Atleta preferito?
«Gianmarco Tamberi. Ho avuto modo di seguirlo: mi affascina la sua dedizione allo sport, si allena tantissimo e ha un volto costantemente felice. Ma ad avermi colpito è il modo in cui è riuscito a superare il periodo buio, prima delle Olimpiadi. Poi, una volta arrivato a Tokyo, è riuscito a tirare fuori tutto quello che aveva. E ha vinto l’oro nel salto in alto».
Film da vedere e rivedere?
«Non amo trascorrere del tempo davanti alla televisione, ma ricordo ogni singola battuta di “Titanic”. È l’unico film che ho visto moltissime volte».
Nella playlist musicale non può mai mancare…?
«Ogni canzone che si può cantare a squarciagola in auto».
Viaggio da sogno?
«Vorrei tornare a Dubai, questa volta però da turista. E visitare a 360 gradi la città, il deserto e tutto ciò che c’è da vedere».
Piatto irrinunciabile?
«La parmigiana di melanzane cucinata dalla mia mamma».
Rapporto con i social network?
«Ormai i social fanno parte della nostra vita e sono molto diffusi tra i giovani, ma non solo. Per quanto mi riguarda, rappresentano un mezzo per raccontare le mie esperienze di vita e, a dir la verità, sono contenta del riscontro positivo che ho ottenuto finora. Ci sono diverse persone che mi scrivono per chiedermi dei consigli o per esprimere la loro ammirazione nei miei confronti. E questo mi gratifica davvero. Ovviamente non è il caso di eccedere con i social o rischieremmo di perdere di vista parecchi aspetti della vita reale».
Ultima curiosità: su un’isola deserta è possibile portare al massimo tre cose, quali sarebbero?
«Porterei di sicuro un costume da bagno, mia sorella – perché è difficile stare a lungo lontana da lei – e l’arco: in qualche modo dovrò procurarmi da mangiare».
Ultimissima: cosa c’è nel futuro di Vincenza Petrilli?
«Vorrei poter continuare per un altro bel po’ di tempo la carriera arcieristica, con la speranza di riuscire a raccogliere le soddisfazioni dell’ultimo periodo. E poi mi vedo circondata dalla mia numerosa famiglia: è ciò che ho di più caro».
Fabio Fuchsova, il mentore di Petrilli: «Un’atleta e un’amica»
L’impegno e la fatica, la passione e la professionalità, la classe e la qualità: è quest’insieme di piccoli, ma imprescindibili tasselli a dare forma al mosaico della vittoria. Ma un atleta, per quanto possa avere qualità tali da renderlo un campione, da solo non basta. Ha bisogno di appoggiarsi a qualcuno: che pianifichi e programmi, che detti la rotta e dia indicazioni, che motivi e rassereni l’orizzonte. Quel “qualcuno” è, molto prosaicamente, l’allenatore. E se poi la guida tecnica è pure una persona di fiducia o addirittura un amico, tanto meglio. Perché, quel qualcuno, la campionessa del mondo Vincenza Petrilli lo ha trovato in Fabio Fuchsova: qualcosa in più di un semplice coach. Un mentore: uno dei primi a credere nelle capacità dell’arciera di Taurianova. Nessun dubbio: dietro ai tre titoli iridati, c’è la mano, oltre che la mente, l’orecchio e il cuore, di Fabio.
Coach, un bilancio complessivo sui Mondiali di Dubai?
«È stata una trasferta particolare in un momento arcieristico altrettanto particolare. Nel senso che i ragazzi arrivano dalla stagione indoor e, a volte, sono impossibilitati ad allenarsi all’aperto a causa delle temperature ancora piuttosto rigide. In questo senso, è da considerare il fatto che a Dubai il clima era completamente diverso: caldo e afoso. Tutti, però, hanno affrontato l’appuntamento in maniera professionale, con una grande voglia di fare gruppo per arrivare a un unico obiettivo: la vittoria. E il bottino si è rivelato davvero pesante, se si considera che alle sei medaglie si è aggiunto pure un quarto posto. Insomma, è stata un’ottima trasferta».
Che cosa rappresentano i tre ori di Petrilli?
«Hanno innumerevoli significati. Dopo Tokyo, e alla luce della poca esperienza internazionale, temevo un crollo. Ma, come sostenevano i vecchi saggi, il buon lavoro e il sacrificio ripagano sempre. Archiviato un periodo d’argento, affrontiamo questo d’oro con ancor più grinta perché la strada è lunga. E gli obiettivi da centrare non mancano, anzi».
Che tipo di atleta è Vincenza?
«Eccellente. Molto, molto forte dal punto di vista mentale: una dote fondamentale per primeggiare in determinati contesti. Si affida a me e allo staff e difficilmente mette in dubbio quello che le dici. C’è fiducia reciproca».
Da quanto lavorate insieme?
«Da circa tre anni: a volte “Enza” fa sembrare tutto facile. Ma in realtà, in questo tipo di eventi, di facile non c’è mai nulla. Come nulla può essere lasciato al caso: curare i famosi particolari è determinante. In più, al di fuori dello sport, siamo dei veri amici: ci sentiamo ogni giorno e per fortuna non parliamo solo di arco».
Come è stato il primo approccio con l’arciera del “triplete”?
«Risale a circa tre anni fa: l’ho vista per caso al primo Campionato Italiano indoor, era ancora acerba. Poi, nel giro di pochi mesi, ci siamo incontrati grazie a un amico in comune: Alessandro Albanese, pure lui arciere. Dalla loro palestra a Cinquefrondi, in provincia di Reggio Calabria, ha preso inizio una collaborazione bellissima e che oggi l’ha resa quel che è».
Qual è la sua forza?
«Di sicuro la testa, ma anche lo spirito di sacrificio e la capacità di mantenere costante lo sforzo a seconda del carico di lavoro. A maggior ragione dopo le Paralimpiadi di Tokyo, evento unico in ambito sportivo, ritengo che il valore aggiunto di un atleta sia la tenuta mentale: “Enza” è molto fredda e riesce a rimanere indifferente rispetto a ciò che la circonda, perfino in occasione di gare importanti. Questo è un aspetto che, negli ultimi mesi, stiamo approfondendo sempre di più».
Nel rapporto con gli atleti, quanto è importante la sfera umana?
«È fondamentale. Noi allenatori non dobbiamo mai scordarci che gli atleti sono prima di tutto delle persone. Talvolta pensiamo di parlare con delle macchine, da cui pretendere sempre la performance assoluta. Ma quando non è così, anche in qualità di mental coach, dico che non vanno mai giudicati: piuttosto, vanno ascoltati. Solo in questo modo si può lavorare al meglio e migliorare i piccoli particolari».
Cosa significa essere un allenatore di tiro con l’arco?
«Il termine “allenare” racchiude in sé tanti significanti. Dal punto di vista personale, quando alleno provo a trasmettere le mie capacità e le mie conoscenze: mi metto in gioco e cerco di aggiornarmi costantemente per farmi trovare sempre pronto. Senza considerare il ruolo sociale e culturale, che non è da meno».
Come vengono divisi compiti e responsabilità all’interno dello staff tecnico?
«Riceviamo una programmazione ben definita ad inizio anno, da parte del commissario tecnico. Ognuno ha un suo ruolo e collaboriamo l’uno con gli altri per centrare tutti gli obiettivi che ci siamo prefissi».
Quanto è stato difficile impostare l’attività in un periodo scandito dal Covid?
«In realtà penso che i due anni di pandemia ci abbiano resi ancor più gruppo. E ancor più forti. Abbiamo aumentato gli incontri virtuali attraverso Zoom e molti atleti hanno intensificato gli allenamenti. Anche perché non potevano fare altro».
Obiettivi futuri?
«Siamo focalizzati sui prossimi impegni che ci vedranno protagonisti. A cominciare da un Europeo casalingo a cui vogliamo farci trovare super pronti. E poi, ovviamente, c’è la conquista delle carte paralimpiche in vista di Parigi».











