Dall’arco alla chitarra il passo è stato breve. Intervista a Gaudiano, cantautore foggiano, vincitore delle nuove proposte al Festival di Sanremo, che ha ribadito il suo amore per la nostra disciplina
Abbiamo incontrato Gaudiano, il vincitore delle “nuove proposte” di Sanremo 2021, a Roma durante il concertone del 1° Maggio al quale ha partecipato per la prima volta. Gaudiano è stato tra i 14 e i 17 anni un arciere, iscritto alla Fitarco con una società di Foggia. Ancora sono tanti i ricordi che lo legano a quel periodo della sua vita, il papà che lo ha portato a scoprire il tiro con l’arco in una fiera sportiva nella sua città, poi il corso di base, gli allenamenti e le gare.
Durante la conferenza stampa di Sanremo, tra i tanti giovani artisti che citavano calcio e calcetto come passioni, Gaudiano ha sorpreso tutti ricordando il grande amore adolescenziale per il tiro con l’arco. E così, nell’albergo di Roma dove lo abbiamo incontrato, insieme al Consigliere federale Vittorio Polidori che, per l’occasione, gli ha portato l’arco olimpico di Paolo Caruso per permetterci di realizzare queste fotografie, Luca, emozionatissimo, magari come sul palco di Sanremo, ha montato l’arco come se quel periodo della sua vita fosse ancora fresco e vivo di ricordi.
Tra uno scatto e l’altro l’immagine nitida della passione che lo sport riesce a dare. Anche dopo molti anni. Questa l’intervista che ha toccato i momenti più significativi della sua vita, dall’amore per il tiro con l’arco all’amore per la musica. E con il ricordo di suo padre sempre presente.
Categoria ragazzi e allievi, a noi risulta che hai partecipato a tre gare indoor: due nella categoria ragazzi e una come allievo. Hai tirato con arco olimpico e arco nudo. Siamo risaliti anche alla tua società, la “Dauna Arcieri di Capitanata”. Ricordi?
“Un periodo bellissimo legato al rapporto con mio padre che mi accompagnava agli allenamenti, alle gare, mi seguiva molto nella pratica di questa disciplina. È un periodo che associo alla spensieratezza che crescendo si è persa. Mi piaceva tirare con l’arco, mi permetteva di distrarmi in quelle due ore al giorno, per tre volte alla settimana. Ecco, papà e spensieratezza, il fatto di poter pensare ad un obiettivo senza avere la pressione di doverlo raggiungere. Questa è la cosa che mi è rimasta dentro del tiro con l’arco”.
Come ti sei avvicinato a questo sport? Attraverso la scuola o un amico?
“Durante una fiera sportiva. Il tiro con l’arco è una disciplina inclusiva, permette di essere praticato tutti insieme, atleti normodotati e atleti con disabilità: sotto il punto di vista dell’integrazione viene spesso accolta in queste fiere. Mi trovavo a Foggia, la mia città, e per caso all’interno della fiera mi sono avvicinato ad una società arcieristica che aveva il suo stand: ricordo ancora Gaetano, uno dei miei allenatori, che era lì a fare una dimostrazione, provai e m’innamorai del tiro con l’arco. Già dopo una settimana ero in palestra. La palestra dell’Istituto tecnico Rosati, a praticare e ad allenarmi.
Era bello, era bella l’atmosfera, gli allenamenti outdoor, la pista olimpica. Tutto ciò che era intorno a quell’ambiente mi appassionava: le gare per me erano delle scampagnate con incontri di molte persone e la condivisione dello sport e di quello spazio che in quel momento era nostro. Tutto era magnifico. Il tiro con l’arco dovrebbero provarlo tutti, è qualcosa di magico”.
E comprasti un arco.
“Sì, mio padre me lo regalò, dopo aver ascoltato i consigli del mio allenatore. Un arco che andava bene per il contesto competitivo. Era un arco rosso, non ricordo la marca del riser, ma ricordo che i flettenti erano Hoyt. Da quel momento ho approfondito sia la conoscenza dell’arco olimpico che dell’arco nudo”.
Hai interrotto la pratica nel 2005 e solo un anno prima Marco Galiazzo vinceva l’oro ad Atene.
“Ricordo benissimo quell’Olimpiade e la medaglia d’oro di Galiazzo. Interruppi l’attività per una scelta che non volevo fare, ma alla quale fui obbligato. Gli impegni scolastici. Oggi me ne dispiaccio, ho una consapevolezza diversa. Sono sicuro che in futuro troverò il tempo per tornare a praticarlo per passione”.
Sei passato dal tiro con l’arco alla chitarra.
“Sì, tra l’altro l’impugnatura è più o meno la stessa. Ogni tanto faccio delle fotografie con la chitarra e la impugno come stessi per scoccare una freccia. Ma la similitudine la ritrovo anche nel momento della pubblicazione di un brano; quello è il momento di tensione, l’attimo in cui tu tendi la corda e sei pronto a rilasciare la freccia. Ormai è tutto pronto, il prodotto è finito e confezionato, devi solo centrare l’obiettivo. E per centrare l’obiettivo devi avere lo stesso tipo di concentrazione e dedizione che c’è nello sport e nel gesto tecnico, bellissimo, dello scoccare la freccia: dalla preparazione, alla tensione fino al rilascio”.
E hai centrato l’obiettivo di Sanremo.
“Sì, non me lo sarei mai aspettato. Il bersaglio è dallo zero al dieci. Mi aspettavo di centrare la zona del rosso, fra il sette e l’otto, ma non di centrare il dieci”.
Ti definisci “un reduce di guerra salvato dalla musica”. Musica e sport hanno un ruolo fondamentale nella crescita di un giovane.
“La musica per me, come lo sport, ha significato una distrazione da un certo tipo di pensieri, pensieri anche autodistruttivi. Ho trovato nella musica la proiezione e la costruzione della mia vita rispetto al buio che aveva lasciato la morte di mio padre. Ho trovato lo spazio giusto nella musica per salvarmi, così come può succedere attraverso lo sport. Quando diventi uomo da un momento all’altro bisogna rifugiarsi nelle cose che ci fanno attraversare il dolore. Usare la musica e lo sport per toccare il fondo, perché diventino colonna sonora della propria esistenza”.
Durante il messaggio social che hai lanciato ai nostri arcieri indossavi una maglietta dei Green Day. Come sei nato musicalmente, chi ti ha influenzato?
“Sono nato con loro. Ho avuto la fortuna di incontrarli perché nel 2016 ho interpretato Will nel loro musical “Green Day’s American Idiot” a Milano, al Teatro della Luna. E fummo invitati, tutto il cast, ai concerti del tour italiano di “Revolution Radio”. Li ho incontrati a Milano ed è stato bellissimo, hanno rappresentato tutta la mia adolescenza, la fotografia della mia generazione.
Noi siamo figli di un disastro post 11 settembre, post 2008 e di tutto quello che ci hanno lasciato in eredità le generazioni passate. Loro cantano “Non voglio essere un idiota americano” e mettono al centro del mondo i nostri problemi e la storia di un’epoca che non ci rappresenta più. Tutto ciò mi ha permesso di capire cos’è la coscienza politica, la coscienza di azione libera e quanto sia importante partecipare attivamente alla vita politica del nostro Paese. Con me anche loro hanno centrato il bersaglio, come la freccia di un arco”.
Nella musica italiana chi è in questo momento l’artista che colpisce il bersaglio, metaforicamente?
“Nel panorama musicale italiano io credo che in questo momento se c’è un artista che non sbaglia mai un tiro è Mahmood, in tutto, come artista e come autore per gli altri. Lui è un rivoluzionario, i suoi temi e i suoi testi rappresentano il cambiamento di questa generazione: le periferie al centro del bersaglio. Un autore con un certo tipo di spessore”.
Torniamo all’arco. Torneresti a tirare?
“Si, assolutamente, è stata la mia passione. Ho un obiettivo: una casa con un grande terrazzo o un grande giardino che mi permetta di mettere un paglione per l’arco che comprerò, un arco scuola sicuramente, per tirare in totale sicurezza”.
Dopo la freccia scoccata e vincente di “Polvere da sparo”, Gaudiano dove vuole arrivare?
“I miei obiettivi sono più grandi di me. Davanti a me ho un paglione gigantesco ma lontanissimo. E man mano che sarò sempre più vicino ai miei obiettivi il bersaglio sarà sempre più piccolo e più vicino. Voglio arrivare lontano ma senza dare nulla per scontato, non inseguendo la hit ma desidero che tutto segua un percorso che delinei la mia crescita musicale e artistica”.
E in effetti, poco tempo dopo la performance al concerto del 1° maggio a Roma, è uscito il nuovo singolo di Gaudiano, dal titolo “Rimani”.
Noi di “Arcieri” ti auguriamo di essere in giro a suonare, dopo questa lunga assenza dai palchi di musica e arte per i problemi legati al Covid. Ma siamo certi che l’ex arciere Luca Gaudiano sarà vicino alle frecce scoccate dai nostri atleti impegnati a Tokyo.
“Confido in loro, farò il tifo come ho sempre fatto nelle precedenti edizioni dei Giochi. I nostri arcieri sono lì in rappresentanza di una federazione sempre attenta e propositiva, che sta investendo tanto nella promozione di questo fantastico sport. Sono certo che gli azzurri faranno bene: un in bocca al lupo sincero e che il lupo viva!” •




