Fu con frecce e cavalli che i Mongoli flagellarono il continente euro-asiatico: provenivano dalle steppe dell’Asia centro-orientale, la loro società era caratterizzata da nomadismo, pastorizia e razzia. Il loro popolo, prima diviso in un sistema tribale fu riunito e capeggiato dal famoso sovrano Gengis Khan.
Abilissimi arcieri ed efferati guerrieri, conobbero solo sotto Gengis Khan un’organizzazione coerente. Le tribù furono riunite e, sotto il loro Khan, dal 1206, incominciarono ad espandersi dal mar Caspio sino alla Manciuria; alla morte del sovrano l’impero venne frazionato e le conquiste proseguirono sino a toccare le sponde del Volga. Fu poi l’Europa ad essere travolta, e gli eserciti di Polonia, Germania e Ungheria subirono una pesante sconfitta nel tentativo di reagire.
Fu la morte del gran Khan a salvare il vecchio continente, infatti, da quel momento in poi il fulcro delle attività mongole si spostò in Cina dove nacque la dinastia Yuan, alla quale nel 1368 succedette Tamerlano.
Grazie a lui, il secondo impero mongolo conobbe una nuova fase espansiva anche se alla sua morte, si dissolverà velocemente in una miriade di stati.
Nella prima fase di conquiste, durata circa vent’anni, i mongoli conquistarono territori vastissimi grazie alla loro abitudine alla durezza della vita pastorale: erano infatti temprati dalle difficoltà, in grado di fronteggiare le ristrettezze della vita militare, resi abili cavalieri e arcieri eccezionali dalla vita nomade.
I Mongoli del XIII secolo, comunque, non godevano di particolari vantaggi tecnologici rispetto ai loro predecessori che, pure, conducevano una vita altrettanto dura. Il successo delle loro campagne, dunque, è da ricercare proprio nelle qualità del condottiero e sovrano Gengis Khan, che riuscì a incanalare la potenza di questo popolo e a condurla a risultati senza precedenti.
Il Khan creò un’organizzazione militare dotata di incredibile mobilità ed instaurò il sistema meritocratico nell’esercito; questa riforma portò nei ruoli apicali solo i comandanti più capaci e strenuamente fedeli al capo.
Costoro comandavano dei soldati espertissimi e dotati di grande mobilità: ciascuno di loro, infatti, disponeva di circa quattro cavalli dei quali si doveva occupare.
L’armata mongola era divisa in piccole unità molto compatte, composte da 6 arcieri e 4 soldati armati di lancia ed ogni uomo era responsabile delle proprie armi e dei propri cavalli.
Viaggiavano senza l’ingombro dei rifornimenti; ogni soldato portava con sé le proprie armi da caccia e da pesca; i guerrieri mongoli, comunque, erano in grado di sopravvivere per tempi molto lunghi nutrendosi esclusivamente del latte e del sangue dei cavalli non utilizzati e del “borts”, un cibo costituito da striscioline di carne schiacciata ed essiccata.
La parte più ingombrante e lenta del convoglio mongolo era rappresentata dalle colossali scorte di frecce, trasportate da carovane di carri, per provvedere alle esigenze dell’armata. Questa era composta principalmente da arcieri che utilizzavano l’arco composito; ognuno portava con sé almeno due tipi di arco, uno più pesante da utilizzare a piedi, l’altro più leggero da usare cavalcando; le faretre contenevano circa 60 frecce, ed erano trasportate sia dall’arciere che dal cavallo.
Un arciere mongolo era in grado di effettuare un tiro preciso e letale fino a 175 metri circa, ma veniva utilizzato anche il tiro non mirato collettivo, che creava una barriera di frecce incontrastabile tale da raggiungere i 400 metri.
Per lo scontro ravvicinato i mongoli utilizzavano, invece, alabarde, lance e scimitarre e, per riuscire a espugnare le roccaforti nemiche, si avvalevano di macchine d’assedio costruite in loco. •
Infallibili centauri
I soldati mongoli erano particolarmente temibili per la loro capacità di tirare con l’arco dal cavallo, animale e compagno fedelissimo.
Il quadrupede utilizzato era robusto e solido come il suo cavaliere, poteva sopravvivere senza una razione giornaliera di cibo e coprire grandissime distanze senza stramazzare al suolo.
Tuttavia, non veniva impiegato solamente come mezzo di locomozione e di combattimento, ma forniva anche il latte e, in casi estremi, la carne, la pelle, le corde per gli archi. Con i suoi escrementi si poteva alimentare il fuoco, dal crine si ricavava cordame.
In battaglia, issato sulla cavalcatura protetta da corazze lamellari, l’arciere impiegava un arco con peso di trazione di 20-30 kg, progettato per il tiro da cavallo.
Questa tecnica era impiegata principalmente per tiri di disturbo, mentre per mettere fuori combattimento il nemico si adoperava l’arco più robusto, smontando di sella.
Dal cavallo, il tiro veniva scoccato di solito durante il galoppo, quando tutte le zampe dell’animale non toccavano il terreno.
Ciò nondimeno, il difetto principale del cavallo mongolo era proprio l’incapacità di mantenere a lungo il galoppo che lo sfiancava velocemente; per questo le diverse cavalcature a disposizione dei soldati tornavano particolarmente utili anche sul campo di battaglia, per poter continuare a condurre l’offensiva di disturbo, cambiando il cavallo con estrema rapidità.
Questa tattica di guerra è divenuta oggi una disciplina sportiva, ed in Italia è l’associazione Fitetrec- Ante ad occuparsene. (A.C.)
Nadaam, le competizioni guerriere
Il popolo mongolo ha conquistato gran parte del continente cavalcando e scoccando frecce, era perciò abilissimo nell’uso dell’arco e temutissimo dai suoi avversari.
È per questo che, quando i Manciù conquistarono la Mongolia, imposero immediatamente il divieto di costruire archi, al fine di controllare la popolazione.
Fu solamente negli anni Venti del secolo scorso che i Mongoli ripresero a fabbricare archi, oramai diversi da quelli usati dai loro gloriosi predecessori e molto più simili, invece, a quelli cinesi.
Il tipo di arco da allora in poi costruito viene ancora oggi utilizzato durante lo svolgimento del Nadaam, una festività mongola che si svolge in estate.
Durante i giochi si praticano la lotta libera tradizionale, l’ippica tradizionale mongola e, chiaramente, il tiro con l’arco a piedi e a cavallo.
La festività è fortemente legata al costume e all’identità nel folklore del popolo mongolo; si ritiene, infatti, che queste competizioni si svolgano da ben tremila anni e siano le più antiche del mondo ancora esistenti.
(A.C.)





