Alcune personalizzazioni potrebbero portare un valore aggiunto a tutta la sequenza di tiro e al raggiungimento di un livello prestazionale di tutto rispetto
Quando nel lontano 1984, durante il corso per istruttore regionale allora il primo livello non era ancora in essere, il mai dimenticato Renato Doni mi chiese durante un esame orale cosa pensassi della tecnica di tiro di Darrel Pace, perché sapeva che l’avevo visto tirare di persona. Risposi che era “brutto” da vedersi anche se era una macchina da punti. Renato, con la sua grande saggezza, conoscenza e lungimiranza, mi disse che la fortuna di Pace fu quella di aver avuto un tecnico che l’aveva portato ad esaltare al massimo la sua personale sequenza di tiro, anche se non era un esempio didattico da portare in aula. Poi, alternando alcune parole in dialetto milanese aggiunse: “ricordati che un istruttore deve conoscere e trasmettere i fondamentali della tecnica, spiegandoli nel migliore dei modi, ma non deve soffocare l’eventuale personalizzazione che l’allievo potrebbe inserire nella sua sequenza”.
Questa frase mi ha accompagnato per tutti questi anni come tecnico e, senza citare dozzine di nomi di tiratori/tiratrici, penso sia arrivato il momento di dare alla personalizzazione il giusto spazio che si merita in fase di didattica prima e di pratica dopo.
Prima di tutto dobbiamo conoscere bene cosa si intende per tecnica di tiro. La tecnica di tiro è un insieme di abilità motorie che rendono il gesto automatizzato attraverso le innumerevoli ripetizioni. Questo comportamento motorio permetterà al nostro tiratore di utilizzare al meglio le proprie capacità fisiche per arrivare ad ottenere il miglior risultato performante possibile.
Considerando che il nostro è uno sport di precisione “perpetua”, tutto questo deve portarci ad un rafforzamento della tecnica, ma soprattutto a un consolidamento della ripetitività.
Teniamo sempre presente che la nostra sequenza di tiro è composta da diversi gesti tecnici stereotipati, che fanno parte delle abilità chiuse. È fondamentale ricordare che nello sport in generale, ma soprattutto nel nostro, la tecnica deve essere impostata per un traguardo, non deve rimanere fine a sé stessa, per far sì che passando da una fase inizialmente didascalica si possa arrivare ad esprimersi agonisticamente ad alto livello, anche attraverso un eventuale singolo gesto o addirittura in una intera sequenza di tiro personalizzata.
La parte più complessa sarà nell’applicare i passaggi fondamentali della tecnica nel rispetto della biomeccanica, senza dimenticare che non tutti abbiamo un apparato locomotore identico. A tal proposito, riporto di seguito un’analisi su un gruppo di tiratori/tiratrici di arco ricurvo nostrani, fatta all’inizio degli anni ’90 al Politecnico di Milano, su richiesta della formazione quadri FITARCO, con la convinzione che, se l’analisi venisse ripetuta oggi anche ai tiratori compound, non cambierebbe nulla nella valutazione finale.
Analisi multifattoriale del tiro con l’arco(valutazioni finali relative alla sequenza di tiro dell’arco olimpico)
Analisi dei risultati
Facendo riferimento ai dati dei soggetti analizzati, è possibile affermare che, pur nel rispetto di alcune caratteristiche comuni, esistono strategie motorie alquanto differenziate nell’attuare le diverse fasi del tiro: pre-allineamento, pre-trazione, “ancoraggio”, mira, trazione secondaria e rilascio (secondo la schematizzazione usualmente adottata in questo sport).
Questa circostanza non deve sorprendere; più i movimenti dell’uomo divengono complessi, tanto più risulta particolarmente evidente una proprietà tipica del sistema motorio, cioè la possibilità che uno stesso compito venga eseguito attraverso differenti combinazioni di forze e-o di configurazioni cinematiche (differenti strategie).
La variabilità interindividuale può divenire così marcata da coinvolgere, non soltanto i ritardi temporali o il livello di attivazione dei vari muscoli reclutati nel corso del movimento, ma spesso coinvolge anche la configurazione stessa dei muscoli attivati durante il movimento.
Dott. R. Squadrone
(Centro di Bioingegneria Politecnico di Milano)
Prima di elencare alcuni esempi di possibile personalizzazione, ricordiamoci questa tabella che riporta quello che l’essere umano “trattiene” nelle seguenti situazioni.
– Quando Sente 20%
– Quando Vede 30%
– Quando Sente e vede 40%
– Le cose da lui dette 75%
– Le cose da lui fatte 90%
Iniziamo con alcuni esempi, i più comuni: ricordandoci in ogni caso che le personalizzazioni più apparenti molte volte sono il miglior compromesso possibile, in funzione di misure antropometriche che non rientrano negli standard, trovando un equilibrio che possa rendere ripetitivo il gesto tecnico, senza stravolgere la biomeccanica del nostro apparato locomotore. Nello stesso tempo dovremo essere altrettanto bravi nello stroncare sul nascere quella che potrebbe sembrare una richiesta lecita di personalizzazione, non solo per quello che riguarda la tecnica ma anche il materiale, che molte volte il tiratore fa: l’emulazione.
Un arco scuola compound corredato di tutto pesa meno della metà di un arco da gara. Questo ci aiuterà molto nel capire la spontaneità del sollevamento e soprattutto di una cosa che sfugge, non solo limitata al neofita: sorreggere nella giusta maniera il compound in fase di mira. Ho scritto “sorreggere” per rimarcare la grande differenza rispetto a sollevare/alzare.
Ecco un primo esempio di personalizzazione: sollevare prima e sorreggere dopo. Purtroppo molte volte sulla linea di tiro si vedono tiratori che continuano a sollevare l’arco per una ricerca di una leggendaria immobilità. Questo dipende spesso dal fatto che durante il corso gli è stato detto solamente di alzare l’arco. Sarebbe bastato aggiungere: “solleva l’arco con il solo braccio ed una volta aperto lo devi sorreggere lasciando che l’intero tuo equilibrio si riassesti”.
Praticamente cosa gli abbiamo suggerito? Un gesto che lo lascerà libero di trovarsi poi in una posizione solida e ripetibile. Invece si fanno, purtroppo anche di sovente, interventi a posteriori, dal momento che alzando l’arco con l’intera articolazione si rischia anche di alzare la spalla dell’arco. Da qui l’intervento: “abbassa la spalla”, molto complesso da effettuare nella pratica quando il tiratore è in fase di pre-mira.
Sorvolo poi, su chi non riesce spontaneamente (personalizzazione) ad incassare la spalla dell’arco (acromion). Ritengo che, senza farne un dogma, una prova si debba fare per una ricerca di miglior stabilità, soprattutto con il compound, dal momento che il peso fisico dell’arco e la scarsa collaborazione delle poche libbre retrostanti (corda) portano un certo sbilanciamento. Se non viene effettuata una parte atletica (esercizi specifici), troppo spesso non prevista in un corso di tiro con l’arco, ritengo sia pericoloso, soprattutto riferendoci ad un neofita, insistere su eventuali forzature su soggetti che non hanno un’adeguata preparazione fisica.
Le modalità di ancoraggio sono un altro esempio comune nel voler applicare universalmente alcuni passaggi: rischiamo di rallentare una crescita tecnica del nostro tiratore. Partiamo dal modo di impugnare il rilascio meccanico. La stragrande maggioranza dei tiratori (a qualsiasi livello) ha un modo ben consolidato nell’impugnare il rilascio, ma se notate non è per tutti uguale. Sfatiamo subito una cosa: il rilascio impugnato profondamente (a contatto tra la prima falange ed il palmo della mano) non è sinonimo di impugnatura solida e ripetibile. Come non lo è impugnare il rilascio trattenuto solamente dalle terze falangi.
La situazione più comunemente consigliata è quella di impugnare il rilascio e far sì che in fase di trazione siano le seconde falangi ad appoggiarsi, andando a formare un unico piano tra dorso della mano e prima falange. Questo è il modo più canonico, ma non insisterei molto su chi non trova in questo posizionamento della mano una certa solidità. Solidità che viene rafforzata poi dal posizionamento della mano sul viso in ancoraggio. Anche in questo passaggio si dovrà considerare la “spontaneità” di ancorarsi. Purtroppo si insiste su un appoggio di tutto il dorso della mano alla base della guancia. Questo a parer mio, deve essere una scelta molto accurata, dal momento che nell’ancoraggio con il compound devo ridurre al massimo eventuali micromovimenti.
Ricordiamo inoltre che mano e rilascio meccanico trattengono corda e freccia. Purtroppo non tutti i tiratori e tecnici hanno provato a sentire la “tensione” della corda in ancoraggio. Se la corda di un compound a riposo è impossibile da piegare con due dita, una corda di un compound in valle (ancoraggio) la può piegare anche un bambino, ragion per cui ogni micro movimento si ripercuote sulla ripetitività e di conseguenza sulla precisione.
Questa lunga elencazione per ribadire che un ancoraggio deve essere consolidato da una posizione della mano, inclinazione compresa, che trasmetta al nostro allievo una sensazione di sicurezza in fase di ancoraggio/mira e subito dopo una sensazione di piacevolezza data da un rilascio “spontaneo”. Noi potremo dare delle indicazioni e dei suggerimenti ma la scelta finale a parer mio spetta esclusivamente a lui.
Un altro esempio, dove la personalizzazione trova un vasto spazio di una possibile applicazione, lo troviamo nella posizione del braccio che esegue la trazione (il braccio della corda). Per fortuna negli ultimi due anni le cose sono cambiate e si vedono sempre meno tiratori che in fase di ancoraggio hanno il gomito alto. Questa tecnica è stata molto usata e con ottimi risultati per l’insegnamento del tiro con l’arco ricurvo, ma non possiamo continuare a impostare o obbligare il tiratore compound ad una simile procedura che molte volte porta dei grandi squilibri, soprattutto in fase di mira e di rilascio, dovuti proprio al peso dell’arco compound, ma soprattutto alla dinamica di caricamento (picco e valle) e di ancoraggio, vincolata ad un apparato di mira che porta inevitabilmente ad avere un tempo di mira molto più lungo.
Come si diceva all’inizio, considerando che tutti hanno un apparato locomotore diverso, oltre a caratteristiche fisiche diverse, ritengo che il posizionamento del braccio della corda sia, una volta valutata la capacità del nostro allievo di ripetere il gesto con una buona precisione e frequenza, una scelta che deve ricadere su di lui.
Potrei elencare ancora diversi esempi su come a volte si interviene con un modello di riferimento che molti allenatori hanno, tralasciando o addirittura impedendo alcune opportune personalizzazioni che il tiratore potrebbe aver accennato al proprio istruttore. Personalizzazioni che potrebbero portare un valore aggiunto a tutta la sequenza di tiro e al raggiungimento di un livello prestazionale di tutto rispetto.
In conclusione, ritengo che l’allenatore abbia delle maggiori responsabilità rispetto ai tecnici con cui collabora, dal momento che determinate situazioni tecniche che si possono presentare sono state impostate da un modello di riferimento scelto da altri. In ogni caso resta ancora tempo e spazio per interventi che possano rivalutare certe personalizzazioni. Saranno gli eventuali miglioramenti (risultati) ad aiutare il tiratore al raggiungimento e alla consapevolezza che il suo gesto (o sequenza) sarà adeguato. •



