L’emancipazione femminile è avvenuta anche grazie al tiro con l’arco, uno dei primi sport a consentire alle donne di competere ai Giochi. La FITA è stata anche la prima federazione internazionale ad avere un presidente donna
In ogni ambito si parla sempre più di quote rosa e di parità di genere. Il tiro con l’arco è cresciuto e si è evoluto nel campo femminile dal tardo medioevo fino ad oggi. Ora ci attendiamo però una maggiore crescita delle donne nelle dirigenze in tutte le discipline sportive. Lo sport è un pezzo delle politiche pubbliche e di promozione del territorio e il riconoscimento sociale che questo svolge passa inevitabilmente attraverso una diversa definizione legislativa di un diritto.
Parlando di diritti è giusto e opportuno evidenziare quanto negli ultimi anni le donne si siano affermate con risultati e numeri non solo nel campo della politica ma anche nel mondo dello sport.
Sono evidenti però gli ostacoli che queste devono ancora affrontare, sia sotto l’aspetto agonistico, sia sotto quello dirigenziale.
Da una prospettiva sociologica l’accento si deve puntare sulle conquiste culturali e di trasformazione del costume conseguite malgrado tutto dalle donne negli ultimi decenni. Tra queste, forse, una maggiore accettazione della donna sportiva all’interno delle famiglie, elemento che ha a che fare con nuove dinamiche di ruolo all’interno della società.
Tuttavia, viene spontaneo domandarsi: perché questa avversione nei confronti della donna da parte del mondo sportivo? Le radici di tale comportamento sono da ricercare nel progressivo prevalere delle filosofie ottocentesche su quelle illuministe e razionaliste del ‘700: le prime propugnavano infatti la parità dei sessi, mentre il Romanticismo aveva portato con sé un’immagine della donna come creatura languida destinata a una vita domestica, alla procreazione, all’allevamento dei figli o, nel migliore dei casi, alla pratica di “arti femminee”, quali il ricamo, la poesia o giochi da tavolo. Non ultimo, ostacolo alla pratica sportiva era costituito dall’abbigliamento: la morale dell’epoca prevedeva il divieto assoluto di mostrare a sguardi maschili anche un solo centimetro quadrato di pelle nuda e proibiva di indossare vestiti aderenti; infine, fuori casa, un ampio copricapo era obbligatorio. Praticamente impossibile per le donne, quindi, poter godere di un minimo di libertà di movimento per correre, saltare, lanciare.
Un preambolo che racconta l’importanza dell’emancipazione femminile, avvenuta anche grazie al tiro con l’arco che è stato, guardando a ritroso nel tempo, uno dei primi sport che ha consentito alle donne di competere ai Giochi Olimpici. La disciplina arcieristica è stata infatti tra le prime ad includere un evento femminile alle Olimpiadi del 1904 a Saint Louis, negli USA, e World Archery (ai tempi FITA) è stata la prima federazione internazionale ad avere una Presidente donna, la britannica Inger K. Frith, dal 1961 al 1977, che precedette l’italiano Francesco Gnecchi Ruscone.
Il tiro con l’arco rappresenta bene il genere femminile anche solo attraverso i suoi miti: Artemide e Diana nella Grecia classica e a Roma sono quelli di una donna con arco da caccia, così come ricordiamo la mitologia femminile delle Amazzoni.
La storia al femminile del tiro con l’arco parte dal tardo medioevo con gran parte dei reali d’Europa intenti a praticarlo: si dice che la seconda moglie di Enrico VIII, Anna Bolena, abbia usato l’arco per sedurre il marito e che anche sua figlia, la regina Elisabetta I, era un’arciera. Anna Bolena era stata allieva di Roger Ascham, autore di Toxophilus, il primo trattato sulla disciplina arcieristica, edito nel 1545. Il tiro con l’arco è cresciuto rapidamente in gran parte dell’Inghilterra nel XVIII secolo per un motivo fondamentale: soddisfaceva le esigenze dell’aristocrazia, essendo sport gentile e raffinato.
Il motivo, però, era anche un altro, proprio quello dell’abbigliamento che citavamo prima: le donne potevano indossare gli abiti ampi e comodi dell’epoca e, non ultimo, dava la possibilità di conoscere ambienti ricchi ed aristocratici. I tornei infatti si tenevano su terreni privati della nobiltà ed erano un’opportunità di socializzazione e corteggiamento. A conferma di ciò e di quanto questo sport fosse entrato nella cultura inglese, un quotidiano del 1787 pubblica la notizia di “diverse giovani donne” che tirano con i Royal British Bowmen, prima società britannica ad ammettere donne.
Dalla fine dell’800 ai primi del ‘900 il tiro con l’arco ha fatto emergere campioni e campionesse: Alice Legh è stata di gran lunga l’arciera di maggior successo dei suoi tempi, vincendo il campionato britannico ben 22 volte tra il 1881 e il 1922. Come detto, ai Giochi la prima gara femminile si tenne nel 1904 a St. Louis, con l’americana Matilde Howell che vinse la prima medaglia d’oro. Nel 1908 a Londra, dove la Legh non partecipò per prepararsi al campionato britannico, considerato più prestigioso delle Olimpiadi, fu Lottie Dod (Charlotte Dod) a prendersi la scena nel tiro con l’arco (atleta versatile che si dedicò per lungo tempo anche al tennis, vincendo per ben 5 volte il torneo di Wimbledon, fondatrice della prima società di hockey su prato – la Spital – giocatrice di cricket, pattinaggio e golf). In finale, però, fu battuta da Sybil “Qeenie” Newall. E proprio la medaglia della Newall rimane, per molto tempo, la più antica nella storia olimpica dell’arco femminile britannico: ci sono voluti 96 anni per un altro podio, il bronzo di Alison Williamson ad Atene 2004.
La partecipazione agonistica e competitiva delle donne porta all’evoluzione e a un mutamento nella società e il costante aumento dei successi di vertice a livello internazionale consente ulteriori riflessioni di carattere sociologico, come per la capacità delle donne di resistere alla sofferenza.
Da una prospettiva sociologica l’accento si deve puntare sulle conquiste culturali e di trasformazione del costume conseguite malgrado tutto dalle donne negli ultimi decenni. Tra queste, forse, una maggiore accettazione della donna sportiva all’interno delle famiglie, elemento che ha a che fare con nuove dinamiche di ruolo all’interno della società. •



