Dal terreno torboso di Kalkriese, nella Germania nordoccidentale, è da poco riemerso l’esemplare più completo al mondo di “lorica segmentata”, la più tipica e diffusa protezione individuale del legionario romano nel I secolo: formata da fasce di lamiera di ferro unite da ribattini, cerniere e cinghie di cuoio, la lorica consentiva un’ottima mobilità delle braccia proteggendo efficacemente il busto e le spalle. Possedeva inoltre una caratteristica insolita: una volta adagiata per terra, si ripiegava su sé stessa “a soffietto”, occupando poco spazio.
È l’ultima sorpresa proveniente da un terreno che, fino ad oggi, ha restituito migliaia di reperti di bronzo, ferro, cuoio, legno, testimoni dell’imboscata di Teutoburgo, una strage che avrebbe condizionato la storia europea per i successivi duemila anni. Quando, sei anni dopo, i legionari di Germanico tornarono sul luogo della battaglia ritrovarono gli scheletri dei loro 15.000 commilitoni massacrati, tra l’8 e l’11 settembre del 9 d.C., dai barbari capeggiati dal traditore Arminio. Uno spettacolo davvero macabro.
Con circa 30 pezzi, questo esemplare di lorica segmentata mostra accorgimenti tecnici molto più sofisticati di quanto si sapesse. Si trattava infatti di un oggetto prezioso, frutto di una intensa lavorazione. Come è possibile, quindi, che fosse stata lasciata indosso al cadavere senza essere trafugata dai vincitori?
“Con ogni probabilità per una forma di rispetto sacrale – spiega l’archeologo e scrittore Carlo Di Clemente –. All’epoca era molto comune, infatti, non solo tra le popolazioni germaniche, ma anche fra i Romani, sacrificare i prigionieri di guerra agli dei, sia per ringraziarli della vittoria, sia per placare le potenze infernali. Il corpo del nemico immolato diventava quindi sacro e non poteva essere spogliato, come di solito avveniva in un normale contesto post-combattimento. Addirittura, a Teutoburgo pare che alcuni caduti romani fossero stati composti dai Germani in posizione sdraiata o seduta. I legionari della spedizione di recupero ritrovarono, peraltro, anche gli altari sui quali erano stati sacrificati centurioni e prefetti”.
La responsabilità di questo massacro fu di Arminio, un principe germanico della tribù dei Cherusci che era stato educato a Roma e si trovava come comandante delle truppe ausiliarie al seguito di Publio Quintilio Varo, da due anni governatore della Germania. Arminio, pur essendo un ufficiale romano, si mise a capo di una alleanza di tribù delle quali sognava di essere un giorno sovrano. In occasione del trasferimento di ben tre legioni, la XVII, la XVIII e la XIX, oltre a numerose coorti ausiliarie, propose un percorso-trappola nel fitto della foresta di Teutoburgo, dove egli stesso fece scattare l’imboscata.
La carneficina non coinvolse solo i militari, ma anche uno stuolo di civili, artigiani, commercianti, schiavi e le famiglie dei legionari con moltissimi bambini.
“Tra i ritrovamenti archeologici più commoventi – continua Di Clemente – un campanaccio da mulo di bronzo che si trovava ancora riempito di paglia. I Romani, mentre cercavano di aprirsi un varco attraverso l’intricata foresta fuggendo anche di notte, avevano cercato di silenziare perfino questi strumenti per non farsi scovare dai loro massacratori”.
Dopo tre giorni, arrancando nella foresta in cerca di salvezza, fu chiaro ai Romani che non avrebbero avuto scampo. Varo si gettò sulla spada per non cadere vivo nelle mani dei Germani e altrettanto fecero ufficiali e soldati: i barbari erano infatti crudelissimi: strappavano occhi, tagliavano mani e lingue al nemico sconfitto.
La strage ebbe una conseguenza di portata storica: pur disponendo di tutti i mezzi militari per poter conquistare la Germania a nord del Reno (come dimostrano varie pesanti spedizioni punitive contro i Ceruschi successive a Teutoburgo) Roma decise di stabilizzare definitivamente il confine settentrionale fermandosi sul Reno.
La conquista romana non era infatti solo un’operazione militare, ma anche e soprattutto una lenta opera di civilizzazione, con la costruzione di città, strade, infrastrutture e con l’estensione del diritto romano. Riprendere l’impresa da zero sarebbe stato soprattutto antieconomico e l’Impero aveva bisogno di stabilità.
Arminio non poté coronare il suo sogno perché fu ucciso dai suoi stessi parenti. La Germania, riconsegnata ai barbari, tornò alla vita tribale rinunciando per secoli a quella civilizzazione che l’Impero avrebbe esportato ovunque, ma altrove.
Il limes sul Reno segnerà indelebilmente quella marcata distinzione fra identità latina e germanica che avrebbe segnato la storia attraverso il Medioevo e fino addirittura al ‘900. Basti pensare a quanto il riferimento alle radici germaniche sia stato tratto consustanziale persino dal Terzo Reich.
Sulla battaglia di Teutoburgo una produzione tedesca ha rea-lizzato la serie “Barbari” messa in onda da Netflix il 25 ottobre. •
Cosa sappiamo degli archi celtici
Tratto comune ai Greci e ai Romani era considerare l’uso dell’arco poco onorevole, come tutte le armi che colpivano a distanza. Ecco perché, durante tutto il conflitto celtico-romano, almeno fino alla battaglia di Alesia del 52 a.C. che sancì la conquista della Gallia da parte di Cesare, l’arco veniva da essi utilizzato quasi esclusivamente per la caccia.
Tuttavia, dato che nello stesso anno Crasso subì una terribile sconfitta a Carre, in Mesopotamia e, visto che le sue legioni furono sbaragliate a causa dei temibili arcieri parti, i Romani cominciarono ad arruolare arcieri sarmati e cretesi.
Nel “De Bello Gallico”, Giulio Cesare tramandava di “arcieri numerosissimi nelle Gallie”, citando diversi casi in cui i legionari dovettero difendersi dalle frecce degli arcieri Elvezi e Celtici.
Infatti, i popoli germanici vantavano una lunga esperienza arcieristica dato che avevano mantenuto in buona parte il loro carattere ancestrale di cacciatori-raccoglitori. Non è un caso che la principale divinità della loro religione fosse una creatura dei boschi con la testa di cervo chiamata Cernunos.
Già durante l’Età del Bronzo, l’arco era ben conosciuto e utilizzato: lo dimostrano i ritrovamenti archeologici delle torbiere di Holmegaard in Danimarca e di Mehare Heath meridionale che risalgono circa al 2.600 a.C.
Si trattava di archi piatti, di legno, normalmente in un sol pezzo, lunghi tra i 180 e i 190 cm, dimensioni assimilabili a quelle dell’arco ritrovato nell’equipaggiamento della Mummia del Similaun anch’essa risalente all’Età del Bronzo antico.
Del “Bronzo Medio” abbiamo gli archi di Fiavé e Molina di Ledro, per arrivare agli archi sassoni di Mydam Moor risalenti al 300-400 d.C. e a quelli germanici di Oberflacht e Robenhausen, del 500 d.C.
Non è facile ritrovare gli archi celtici di quel periodo perché il materiale di cui erano fatti era deperibile: legno di tasso, olmo o corniolo.
Le loro dimensioni potevano variare dal metro e mezzo ai quasi due metri, con sezioni dei flettenti sia tonde che piatte. Alla fine potrebbero essere definiti dei longbows.
Quindi, benché dell’epoca celtica vera e propria non siano rimasti archi, i rinvenimenti delle epoche vicine possono farci supporre che, durante la battaglia di Teutoburgo, i legionari romani fossero stati bersagliati con armi non dissimili da quelle descritte. (A.C.)
Publio Quintilio Varo fu davvero un incapace?
“Quintili Vare, legiones redde!”. Varo, rendimi le mie legioni!. Tacito così tramanda del grido disperato dell’imperatore Augusto alla notizia della perdita delle tre legioni dopo la disfatta di Teutoburgo. Ma chi era questo generale che fu responsabile di una delle più gravi sconfitte dell’esercito romano? Publio Quintilio Varo nacque intorno al 50 a.C. e i giudizi storici su di lui sono contrastanti.
Era già stato questore nell’Acaia nel 22 a. C., legato proconsolare nel 16 in Asia, console nel 13, poi proconsole in Africa e legato imperiale in Siria. Nel 4 a.C. dominò con due legioni un’insurrezione di Giudei; dal 6 al 9 d.C. fu legato augusteo per la Germania. Fu qui che però commise l’errore di considerare la provincia già pacificata. Come era prassi da parte romana, la conquista delle popolazioni barbare avveniva attraverso la civilizzazione e l’esportazione di un modello di vita che le emancipasse dall’esistenza selvatica della foresta con terme, strade, teatri, stadi, scuole, acquedotti e soprattutto l’esercizio del diritto romano. Il processo di romanizzazione delle popolazioni germaniche proseguiva discretamente sotto Varo, se non fosse stato per l’inasprirsi delle tasse da lui voluto che acuì un forte – ma sordo – rancore nelle popolazioni che solo apparentemente fecero mostra di sottomettersi.
Romanizzare la Germania Magna non era un compito semplice. Ci volevano mano ferma e occhi aperti, capacità di dialogo e rigore amministrativo, tatto e decisione, bastone e carota, magnanimità e spietatezza. Agli occhi di Augusto, Varo era l’uomo giusto per dare forma a quel progetto ambizioso. Ma era davvero l’uomo giusto?
Gli storici antichi non sono stati certo teneri nei suoi confronti. Per Velleio Patercolo, Varo era una sorta di smidollato e di pasticcione, la caricatura di un comandante: “In Siria si è comportato bene, mi dite? Può darsi. Ma spiegatemi come mai entrò povero in una Siria ricca e uscì ricco da una Siria povera?”. Cassio Dione non è da meno. Scrive: “Come generale non valeva niente, come amministratore accelerò l’imposizione di tasse, interrompendo un processo di integrazione (ancorché limitato e largamente incompleto) già in atto e inimicandosi tutti quanti i Germani”. Per Floro, Varo è arrogante, spocchioso e crudele. Acquista dignità solo dandosi la morte come “Paolo Emilio nella fatale giornata di Canne.” Tacito, il più autorevole di tutti, non lo giudica: si limita a indicare nei disegni del Fato e nell’imboscata di Arminio le cause della sua sconfitta (“Varus fato et vi Armini cecidit”).
È difficile, tuttavia, credere a un errore di valutazione di Augusto. La romanizzazione dei territori oltre il Reno era il “suo” progetto, la Germania la “sua” Gallia e difficilmente avrebbe messo nelle mani di un incompetente un progetto di tale importanza, magari solo perché legato al proprio entourage. C’è più di una ragione per credere che Varo non fosse la persona descritta da Velleio e altri storici malevoli. I fatti parlavano per lui: aveva esperienza, era determinato, sapeva agire con rapidità e decisione. Anche con il pugno di ferro, se necessario. Quando era legatus in Siria, ad esempio, era intervenuto negli affari interni del vicino regno di Giudea e non aveva esitato a far crocifiggere duemila Giudei per interrompere sul nascere una ribellione in quella zona satellite dell’impero. Tuttavia, appena sedata la ribellione, non aveva calcato la mano, aveva lasciato ampia autonomia alle comunità mantenutesi fedeli o neutrali, impedito i saccheggi e le spoliazioni. Dal punto di vista militare aveva fatto tesoro della lezione di Carre, potenziando i reparti di cavalleria al seguito delle legioni. Era, insomma, un ottimo amministratore e un buon comandante. Ma la Germania non era la Siria. (A.C.)



