Nell’epica indiana l’arcieria gode di ottima considerazione e veniva riconosciuta a tale tecnica di combattimento una particolare raffinatezza e prestigio.
Gandiva è il nome dell’arco del principe Arjuna che era un “dhanur-dharar”, un arciere leggendario, uno dei più abili del suo tempo.
Sin dal verso 20 della Bhagavad-Gita, il principe afferra l’arco, pronto a scoccare le frecce, e quell’arco lo rende forte e quasi invincibile.
L’arco Gandiva era stato creato dal dio Brahma per distruggere i malvagi e gli ingiusti; egli lo tenne per mille anni, poi lo passò a Prajapatis, Indra, Chandra, Varuna, il dio dell’oceano, ed infine, su richiesta di Agni, divinità del fuoco, giunse ad Arjuna assieme a due faretre dalle scorte di frecce inesauribili.
Le incredibili proprietà dell’arco, il numero di corde, la robustezza e l’indistruttibilità lo rendono un vero e proprio compagno durante l’evoluzione spirituale dell’arciere devoto.
Gandiva era un arco divino, solamente il suo proprietario Arjuna poteva maneggiarlo, ogni volta che la sua corda era percossa veniva sprigionato il terrificante rombo del tuono, capace di intimidire da solo l’avversario più indomito. La sua struttura era coperta di luminosi dischetti in oro, cosicché la luce, cadendovi sopra, lanciasse bagliori tutt’intorno.
Il legame tra l’arco ed Arjuna era particolarmente forte, tanto da evidenziarsi nelle diverse tappe verso la conquista di sé da parte dell’arciere; quando egli, ancora lontano dalla realizzazione dell’agire distaccato, prova grande paura e spavento di perdere la vita, il suo Gandiva gli scivola dalle mani, mentre la sua pelle brucia per il panico ed i capelli si rizzano.
Tanta è la desolazione e la paura che Arjuna perde il suo arco, la sua potente arma, il dono speciale ricevuto da un dio. Più avanti, vivendo la battaglia interiore tra ciò che sia giusto od ingiusto perseguire egli prova smarrimento e, di nuovo – al verso 46 – depone arco e frecce:
“Ahimè è grave colpa quella che ci apprestiamo ora a commettere spinti dal desiderio della sovranità!
Preferirei morire per mano dei figli di Dhritarashtra, disarmato e senza opporre resistenza, piuttosto che lottare contro di loro. Dopo aver così parlato sul campo di battaglia, Arjuna lascia cadere l’arco e le frecce e si siede sul carro con la mente sconvolta dal dolore.”
Arjuna soffre ancora forti passioni contrastanti, più volte si ritrova ad abbandonare le stesse armi che lo caratterizzano e che lo qualificano, fino sedersi persino sul carro preda di una triste ed immobile rinuncia.
È il paradigma dell’uomo che non riesce ad adempiere a ciò per cui è chiamato, quella che potrebbe essere la naturale inclinazione e vocazione, il proprio speciale e precipuo compito all’interno di un più grande e maggiore disegno.
Al verso 73, dopo che molti degli insegnamenti di Krishna sono stati impartiti ed assimilati dal principe guerriero, Arjuna conquista finalmente l’autodisciplina, comprendendo veramente quale sia il suo dovere e perciò si riveste delle sue armi per adempiere al proprio destino nella maniera più confacente.
Alla fine della guerra il fratello maggiore di Arjuna viene incoronato re, la pace è raggiunta e l’ordine ristabilito; Arjuna riconsegna il suo arco Gandiva al dio del mare immergendolo nelle acque, quasi a simboleggiare, assieme ad un’impresa terminata, la fine di un’era.
Dal punto di vista storico, nel subcontinente indiano si utilizzavano sia l’arco lungo che quello composito, sebbene il primo fosse impiegato in maniera più diffusa a causa del clima caratteristico, infatti le giunture potevano andare incontro ad usura e rovinarsi per via dell’umidità.
L’arco composito, tuttavia, veniva utilizzato prevalentemente da arcieri a cavallo o che si spostavano in groppa agli elefanti, Arjuna difatti combatte con un carro, il cui auriga è lo stesso Krishna.
I mezzi di battaglia impiegati da Arjuna quali l’arco composito – largamente impiegato nella steppa – ed il carro da guerra, aprono un ulteriore spunto di riflessione sulla questione antropologica sottostante alla narrazione religiosa, quella dello scontro tra la popolazione autoctona con impianto culturale principalmente matriarcale ed una che portava con sé la virilità divina. •
Il Principe Arjuna
Il principe-guerriero Arjuna è un eroe dell’epica indiana: terzo dei Pandava e figlio naturale del dio della guerra Indra, era famoso per essere il miglior arciere del suo tempo, così straordinario da poter tirare con entrambe le mani e risultava abilissimo nell’uso di qualsiasi tipo di arma. Egli si spostava a bordo del suo incredibile carro, maestoso dono del dio del sole Surya e si rese degno persino di utilizzare la terribile Pashupatastra, ossia la potentissima e terribilmente distruttiva arma di Shiva e Kali, probabilmente simile, nell’aspetto, ad una freccia.
Nei testi religiosi egli è protagonista di diversi episodi molto significativi e rilevanti in ottica filosofica.
Nel palazzo del suo padre celeste Indra, egli imparò a danzare e cantare; ricevette in dono ed in prestito diverse armi, tra cui Vajra, una rappresentazione simbolica ed evocativa del fulmine e del diamante in grado di distruggere il temibile buio interiore, indistruttibile arma che ricorda la folgore di Zeus ed il martello di Thor, condividendo con questo anche la capacità di ritornare nella mano di chi lo scaglia.
Arjuna è la perfetta rappresentazione del guerriero, cantato in tutte le circostanze come puro ed integro, capace di guadagnare doni divini e speciali e di restituirli quando e se necessario con la medesima gratitudine.
Lo accompagnano la folgore, il tuono, il carro ed il sole; è con le sue armi, l’arco e le frecce, che egli realizza la propria vita e la sua intima inclinazione, guadagnandovi persino la mano della sua sposa in occasione dello swayamvara, il torneo per trovar marito ad una giovane, indetto dal padre di lei.
Arjuna è il devoto ed il giusto, connaturato alla guerra, non intesa come manifestazione di disordine e caos, ma come il necessario presidio a difesa dell’ordine. (A.C.)
La Bhagavad-Gita, il poema dove si cita l’arco Gandiva
La storia dell’arco Gandiva, posseduto dal principe guerriero Arjuna, è narrata all’interno del vasto poema epico Mahabharata, e l’arma è al fianco del protagonista durante la sua crescita spirituale, illustrata all’interno di uno dei suoi testi più importanti, il Bhagavad-Gita, “il canto del Beato” o “canto celestiale”.
Il Mahabharata è, assieme al Ramayana, uno dei due maggiori testi sacri induisti, ed è in assoluto il poema più esteso per numero di versi.
Il testo non racconta solamente di uno scontro che culmina in guerra, ma fornisce indicazioni dottrinali sulle norme dell’agire spirituale, sui quattro scopi della vita umana, il dharma, ossia il rispetto delle norme sociali ed etiche; l’artha, l’ottenimento dei beni materiali; il kāma, il soddisfacimento dei piaceri; il mokșa, la liberazione dal dolore e dal ciclo del samsara.
In esso vengono analizzati minuziosamente i più svariati aspetti della vita umana, dei rapporti col divino e con la società, i rapporti tra caste e ruoli, andando a comporre una “summa” della religione indù.
Il Mahabharata espone, inoltre, lo scontro tra la stirpe degli Arii e gli autoctoni, il conflitto tra brāhmaṇa e kṣatriya (ossia le prime due caste, quella sacerdotale e quella guerriera), un argomento di notevole interesse antropologico.
Le indicazioni dottrinali ed etiche sono inserite all’interno degli avvenimenti tra i principali discendenti di Bharata, il capostipite di una stirpe guerriera: i membri della famiglia regnante di Hastinapura arrivano a scontrarsi in diciotto giorni di battaglie, a seguito di inganni e soprusi subiti dai Pandava, legittimi sovrani, ed i Kurava, gli usurpatori.
Prima della battaglia, due esponenti delle fazioni si rivolgono a Krishna, allora re di Gijarat, per ricevere il suo aiuto; egli per mantenere l’imparzialità offre aiuto in termini d’uomini, o con la sua presenza ed i suoi consigli sul campo di battaglia. L’esponente dei Kurava è ben contento di ottenere l’esercito, mentre il giovane principe guerriero dei Pandava, Arjuna, sceglie Krishna come alleato: per lui sarà consigliere ed auriga del suo carro, dal momento che aveva richiesto di non ricoprire un ruolo attivo all’interno dello scontro.
Alla vigilia della battaglia, con gli eserciti schierati, Arjuna si fa condurre dal suo auriga in mezzo alle armate schierate sul campo con l’intento di osservarle meglio; è qui che, vedendo in nuce la morte e la devastazione e la perdita dei suoi cari, viene assalito dal dubbio e dalla paura e vuole sottrarsi dal combattimento, nel timore che le sue azioni possano sovvertire l’ordine ed egli possa macchiarsi di ingiustizia.
Siamo così giunti al sesto Parva o libro, nel quale si apre la Bhagavad-Gita (“Il canto del Beato”); infatti davanti alla disperazione del principe, Krishna si rivela come l’avatara, la personificazione, del dio Visnu; Arjuna si proclama suo discepolo: incomincia, così, tra di loro un dialogo volto a spiegare il giusto agire nell’adempimento dei propri doveri, nel progressivo distaccamento dall’egoismo. (A.C.)




