Intervista al CT della Nazionale Campagna e 3D Giorgio Botto, dal 2019 anche assistente del Coordinatore della Nazionale Olimpica al Centro Federale di Cantalupa: una vita dedicata all’arcieria e a tutti i suoi aspetti
Quando c’è da organizzare una pizzata stile “rimpatriata” c’è sempre uno che ha i contatti di tutti. Che magari non è il primo a parlare o proporre, ma di fatto è quello che conosce la pizzeria, conosce la strada più breve, come evitare i controlli della velocità e quindi la multa. Probabilmente conosce pure la pizza più buona, anche se non la suggerirebbe mai per non contaminare la libertà individuale. Ecco, se la FITARCO fosse una cena di rimpatrio (mentre scrivo mi diverto a immaginare i ruoli e la scena) Giorgio Botto me lo immagino essere proprio quel personaggio. Motore instancabile e silenzioso, grande leader informale.
Curioso perché nell’arco ho conosciuto tanta personalità, individualità e competitività mentre Giorgio di questo mondo mostra il volto cooperativistico, quasi familiare, di una disciplina tanto bella proprio perché tanto varia e complessa.
Giorgio Botto ha 53 anni, la maggior parte dei quali passati tra una linea di tiro e l’altra. Nel parlare con lui un po’ per il suo fisico e un po’ per come sorride, si percepisce la delicatezza del gigante. “Ho iniziato a tirare a 16 anni, adesso ne ho 53. Un pochettino meno di 40 anni che tiro, e non ho mai smesso… anche adesso che svolgo altri incarichi per la Federazione comunque sono sul campo di tiro. Perciò finito l’incontro con te andrò a fare le mie frecce e appena posso faccio le mie gare. Forse è questo che mi differenzia da quelli che chiamo colleghi: loro hanno appeso l’arco al chiodo, io continuo la mia attività”.
Anche la sua è una vita che si intreccia con l’arco fino a diventare testimonianza storica del percorso che questa disciplina ha compiuto negli anni. Per dare qualche numero: “Qualche anno fa potevo vantare di essere colui che faceva più punti di tutta Italia nel senso che facevo più gare di tutti gli altri e quindi facevo più punti di tutti (era una battuta che facevo). In realtà sì penso di essere quello che ha più punti di tutti, anche se adesso questi impegni federali mi allontanano dai campi di gara. Poi un’altra cosa, ma qui stiamo entrando nei titoli sciocchi, sono quello che ha fatto più Campionati Italiani di tutti, erano arrivati a essere 105, e 105 con la formula vecchia dove bisognava qualificarsi, quindi entrare nelle posizioni alte per poterli fare. Ovvio che sono cose sciocche perché alla fine Frangilli ne ha vinti 50. Io ho partecipato a 105, quindi sono assolutamente due valori diversi. Però va bene; ognuno guarda la propria storia dal suo punto di vista”. Parole accompagnate dal suo solito sorriso, umile e autoironico. Sorriso che racconta chiaramente che l’arco in fondo è un gioco e come tutti i giochi è una cosa seria.
Giorgio è un esempio sano della forza della motivazione nello sport. In grado di trasformare la pratica sportiva in un impegno a tempo pieno, nel tempo libero, che il lavoro lascia a disposizione. E in questo amore viscerale per l’arco e le frecce, ai miei occhi simbolizza la passione, che a volte sfocia nell’ossessione, che al di la dei risultati raggiunti, in questo gesto “magico” del tirare una freccia al centro, ha trovato una sua dimensione di vita. Il tiro con l’arco è più di uno sport, è una scelta di vita.
Ma qual è il potere attrattivo, lo spiega Giorgio: “Innanzitutto mi piace il gesto, vedere questa freccia che vola e si avvicina il più possibile al centro. Poi diciamo che tutto l’impegno che dedico all’arco è legato a due cose: prima di tutto l’attivismo. 36 anni fa eravamo una società, come quasi tutte in Italia, pionieristiche. Una società di sbandati che avevano un campo in piano e cercavano di far volare queste frecce. La mia passione è stata anche quella di far evolvere questo club, che sia come impianti che come atleti ha avuto i successi che ha avuto. Se non ci fosse stata questa volontà di vivere in questa famiglia che cresce, che progredisce, che ha nuovi soci, forse effettivamente non sarebbe durato cosi tanto.
il secondo motivo è legato alla peculiarità del nostro sport. L’arco non è fatto solo di arco olimpico a 70 metri, ma l’arco ha 4, 5, 6 divisioni, ha diverse specialità e io le ho provate tutte. Sono partito olimpico, ho provato compound, ho provato l’arco nudo. Poi sono passato al campagna, che prevedeva di ricominciare con l’olimpico, compound e di nuovo arco nudo. Poi 15 anni fa grosso modo è nato il 3D e di nuovo da capo. Sono curioso e questo mi spinge a cercare sempre cose nuove. Non sono un campione, di questo me ne sono reso conto tantissimo tempo fa, perché per esserlo la freccia va tirata al 10 e io la tiro sistematicamente al 9. Però mi piace saperne, ecco anche perché io ne so quanto quelli che tirano nel 10, semplicemente la so tirare sul 9”.
Tanti anni dedicati ad allenare lo stesso gesto, che tra l’altro non si traduce mai nel punteggio pieno e nella perfezione, finiscono col mettere il praticante di fronte al concetto di limite. Ed è a questo punto che l’arco diventa quasi metafisica, divenendo metafora di significati esistenziali, che se non aiutano il risultato, almeno rispondono al bisogno di dare un significato personale al gesto e forse alla vita stessa.
“L’arco per me è uno sport di coraggio. Di affermazione delle proprie scelte. Se decidi di affrontare la sfida di tirare la freccia nel 10 e hai deciso di intraprenderla, devi avere il coraggio: non scendere e rinunciare. Quindi il clicker non può essere il problema, non lo è mai stato per me, non lo deve diventare per altri. È una decisione da prendere; presa la decisione si va avanti. Così come nella vita. Per fortuna l’arco non è questione di vita o di morte, dove se sbaglio la freccia ho perso tutto, ci sono ancora frecce, c’è quella dopo, se veramente poi non è giornata c’è la domenica dopo. Quindi il clicker non diventa mai un ostacolo. È una decisione che si deve prendere, e in mezzo succedono delle cose, quindi vado a raccogliere quello che ho preparato.
Si dice troppo che l’arco è una questione mentale, lo sappiamo tutti ma non è solo mentale. C’è da essere maturi, quindi ripeto, l’essere adulti significa prendere una decisione; si percorre quella strada che non sempre è costellata di successi. Queste continue rinunce, questo fino all’ultimo momento “ho paura o posso” rinunciare, non è il mio modo di vivere l’arco e la vita. Io sono sufficientemente spaventato da quello che succederà da qui a 15 giorni al di fuori della normale routine, quindi patisco abbastanza i raduni, però dico: sì ci sono, basta con le perplessità: quei 4 giorni li sono presente, attivo e operativo in tutto quello che c’è da fare”.
A questo punto il passaggio esistenziale: “Nella vita io pianifico, se ho delle lacune ci lavoro per tempo, se sono un ciccione e mi infastidisce e posso fare qualcosa dal punto di vista fisico, non posso dire all’ultimo minuto ‘ecco se avessi fatto’ e avere mille perplessità. Sono così e vado avanti così e cerco la morosa giocandomi il corteggiamento su altri piani, oppure faccio la dieta e andrò a fare le vasche a Torino sfoggiando un fisico invidiabile. Il mio approccio è stai a casa e datti da fare e poi vai quando ti senti pronto. Oppure non lamentarti. In questi anni alibi e lamenti ne ho sentiti di ogni… una volta un’atleta mi ha detto: ‘oggi non è andata bene perché ho guidato e avevo la mano sul cambio per 300 km’. Ci vuole coraggio e bisogna prendersi le proprie responsabilità. Nell’arco e nella vita”.
Che figo il tiro con l’arco!
“Io tengo molto al fatto che l’arciere si senta parte di un gruppo, poi se non si vince pazienza, ma noi siamo noi. Per me il tiro con l’arco è famiglia, progetto e società. Crescendo è cambiato il mio orizzonte ma non la mia filosofia. Si è allargata al Comitato regionale e poi al nazionale. E in questa famiglia ognuno deve fare la propria parte, il campione deve fare il campione e chi è l’addetto alla carta igienica deve stare attento che non finisca. Ognuno ha la sua parte e ogni parte è importante”.
Se in questo fantomatico viaggio per le “botteghe artistiche arcieristiche” italiane con l’intervista a Ilario Di Buò mi sarei immaginato di stare davanti a un’opera del Caravaggio, con Giorgio Botto non avrei dubbi. Quarto Stato di Giuseppe Pellizza, aggiungendo ai personaggi arco, frecce e paglione. •
Giorgio Botto
Giorgio Botto, nella sua ricchissima storia da atleta, nel corso della quale si è specializzato a tirare in ogni divisione, vanta il maggior numero di partecipazioni ai Campionati Italiani di tutte le discipline arcieristiche, contando 105 presenze (35 targa, 20 indoor, 27 campagna, 4 sky archery, 13 3D e 6 campionati di società), senza calcolare tutte le competizioni alle quali non ha potuto o non può partecipare perché direttamente coinvolto nell’organizzazione dell’evento.
Nelle vesti di tecnico, legato alla sua Società Arcieri delle Alpi, ha fatto crescere numerosi atleti che, grazie al suo aiuto, hanno poi vestito la maglia azzurra. Tra questi la campionessa paralimpica Elisabetta Mijno, la sorella Anna Botto e la compoundista Katia D’Agostino.
Dopo diversi anni al seguito della Nazionale Campagna e 3D come assistente tecnico del CT Vincenzo Scaramuzza, nel 2009 è stato “promosso” nel ruolo di Responsabile Tecnico del Settore Field e 3D. Attraverso la sua guida gli azzurri hanno mantenuto un ruolo leader in queste discipline arcieristiche, continuando a mietere successi negli appuntamenti europei, mondiali e multidisciplinari come i World Games.
Dal 2019, è diventato anche assistente del Coordinatore Tecnico della Nazionale Olimpica Sante Spigarelli, svolgendo un lavoro molto importante, soprattutto sul versante logistico e organizzativo, presso il Centro Tecnico Federale di Cantalupa.




