Il ritratto è un genere a sé stante rispetto al paesaggio, alla natura morta o alla scena di genere. Esso risponde a un’esigenza primordiale, quella di lasciare la propria immagine, più o meno idealizzata, ai propri discendenti. Non è un caso che i ritratti, a meno che non rappresentino personaggi noti o che non siano mirabili per fattura, abbiano poco spazio nel mercato antiquario. Esso ha un valore soprattutto familiare. Ecco perché abbiamo voluto affrontare il tema su queste pagine prendendo spunto da ritratti di arcieri appartenenti a varie epoche, dal ‘400 all’800, che testimoniano, oltre all’evoluzione del gusto pittorico, anche quell’orgoglio della nobile pratica arcieristica che ci ha sempre contraddistinto fin dai tempi più antichi.
Ci accompagna in questo viaggio il pittore e ritrattista Giorgio Dante, affermato esponente del figurativismo contemporaneo che ha dipinto, appena pochi anni fa, il patrono degli arcieri, San Sebastiano, per una esposizione a New York.
Il più antico della carrellata che vi proponiamo è il “Ritratto di Arciere” di Hans Memling, dipinto fra il 1470 e il 1475, stando almeno ai dati riportati dalla National Gallery di Washington che lo conserva. È un pannello ligneo dipinto ad olio e raffigura un giovane uomo dai tratti marcati che tiene delicatamente in mano una freccia. Memling fu tra i principali maestri della “seconda generazione” della pittura fiamminga, dopo quella dei pionieri come Jan van Eyck, Robert Campin e Rogier van der Weyden. Le sue opere sono caratterizzate da un’eleganza raffinata, a tratti malinconica, che riassume al meglio la breve ma intensa stagione artistica promossa dai mercanti di Bruges.
“Tratto tipico dei ritratti di Memling – spiega Giorgio Dante – è la trascendenza e l’aura di composta religiosità che emanano i soggetti. Questo genere aveva avuto grande fortuna all’epoca anche perché tale atteggiamento era funzionale a nobilitare le figure, ritratte sempre con grande verosimiglianza. Se negli altri dipinti, le persone ritratte tengono le mani giunte in preghiera, in questo caso l’arciere è colto nell’atto di porgere la freccia quasi come un’offerta votiva. Questo misto di ieraticità, unito alla rappresentazione quasi fotografica, piaceva molto al ceto mercantile dell’epoca, cosa che fece la sua fortuna”.
Non è un caso che nel pieno Ottocento, secolo in cui la borghesia internazionale guadagnava potere d’acquisto in ambito artistico, le quotazioni del pittore fossero piuttosto alte. Era una pittura, la sua, pensata per una classe sociale che non aveva tempo e voglia di perdersi in intellettualismi e quindi non ha mai cessato di piacere.
Pochi decenni dopo, in Italia, un altro pittore realizzava uno splendido ritratto di arciere. Si tratta di Giorgione al quale si riconduce un olio su pannello terminato tra il 1500 e il 1510. L’opera, che ha subito notevoli danni e restauri, è stata attribuita a Giorgione al momento della sua acquisizione. Alcuni studiosi lo considerano il lavoro di un suo allievo: forse la copia di un ritratto del maestro relativo a un giovane con la mano riflessa nell’armatura. Questo soggetto venne descritto nel 1648 dallo scrittore d’arte veneziano Carlo Ridolfi.
Nel “Ritratto di Arciere” i dettagli fanno la differenza: il cappello calato sulla fronte, i capelli lunghi che scivolano dietro l’orecchio, i fiocchi che allacciano gentilmente la manica della tunica, la mano inguantata. E, più di tutti, quelle labbra dischiuse, colte in un attimo di sensualità vibrante, come la freccia appena scoccata.
“Della vita e della carriera di Giorgione non sappiamo molto – prosegue Giorgio Dante – ma rappresenta un importante momento di snodo tra la pittura fiorentina e quella veneta unendo la cura per il disegno lineare toscano con l’abbozzo direttamente sulla tela, tratto tipico della pittura veneta. La sua attività segnò sicuramente un cambiamento epocale nella pittura veneta, imprimendo una decisiva svolta verso la “Maniera Moderna”. •
Il giovane moro di Flinck
Un giovane arciere di colore è protagonista del delizioso e originale ritratto del 1640 opera di Govert Teuniszoon Flinck (Clèves, 25 gennaio 1615 – Amsterdam, 2 febbraio 1660), un pittore olandese del cosiddetto “Secolo d’oro”.
Il ragazzetto moro si alza, si gira a sinistra e guarda in quella direzione. Ha circa vent’anni: le labbra sporgenti e i capelli corti in piccoli riccioli, tiene un arco sul petto con la mano destra mentre la faretra pende sulla sua spalla da una ricca catena d’oro. Ha un ampio cappotto verde-brunastro su una camicia a pieghe fini, ornata in basso con una catena d’oro con grandi perle come pendenti che tra l’altro porta anche ai lobi delle orecchie. La luce piena cade da sinistra attraverso il viso e sulla camicia bianca.
Per molti anni si pensò che il dipinto fosse opera di Rembrandt e fu acquistato come tale da Richard Seymour-Conway, 4° Marchese di Hertford, nel 1848. In realtà era di Flinck, che aveva studiato sotto Rembrandt nel 1631–1632 e il suo stile era diventato così strettamente associato a lui che per molti anni persino un autoritratto di Flinck alla National Gallery di Londra si pensò fosse un ritratto di Rembrandt. Flinck dipinse numerose opere nello stile di Rembrandt quando vi fu una grande richiesta per i lavori del suo maestro negli anni ’30 e ’40. La vera origine del dipinto fu scoperta dopo che fu ripulita nel 1913, quando la firma ritenuta di Rembrandt risultò essere stata erroneamente aggiunta in seguito. Venne piuttosto scoperta una firma che iniziava con la lettera “F” e quindi nel 1928 il dipinto venne definitivamente ricondotto a Flinck.
“Se per molti anni – commenta Giorgio Dante – Flinck lavorò sulle linee di Rembrandt, seguendo lo stile di quel maestro in tutte le opere che eseguì tra il 1636 e il 1648, tuttavia, fu influenzato anche da Rubens, cosa che gli procurò numerose commissioni per la pittura ufficiale e diplomatica.
In questo giovane arciere ritroviamo Rembrandt nella posa del soggetto e nella veste non troppo definita, ma allo stesso tempo sfarzosa, come era tipico di Rubens”.
Lo stile del dipinto è noto come “tronie”, che significa “una testa, una faccia o un’espressione”. Le tronie non erano ritratti di persone nominate, ma studi sui personaggi di figure esotiche. Il termine è imparentato con la parola francese tronche, che è un termine gergale usato per dire “faccia”, “muso”.
(A.C.)
I due fratelli scozzesi
“The Archers” è uno dei pochi, eccezionali ritratti della prima parte della carriera del pittore scozzese Henry Raeburn. Questo doppio ritratto venne realizzato probabilmente nel 1789 o nel 1790, quando i soggetti, Robert e Ronald Ferguson, si trovavano nella tarda adolescenza. Essi diventeranno membri della Royal Company of Archers rispettivamente nel 1792 e nel 1801, e il revival contemporaneo del tiro con l’arco come sport alla moda sembra aver ispirato la composizione.
Spiega Giorgio Dante: “Anche Raeburn è un caso particolare di pittore a cavallo tra due epoche. Nasce a Edimburgo nel 1756 per morirvi nel 1823. Dalla Scozia passò a Londra dove conobbe il pittore Joshua Reynolds e da lì viaggiò in Italia. In quest’opera si vede il passaggio fra i due secoli: una situazione ‘di gruppo’ e immersa nella natura come era tipico del ‘700, ma con una pittura più moderna, già in buona parte ottocentesca, per quanto riguarda i due soggetti. Colpisce l’inquadramento del secondo giovane, ritratto in una sorta di triangolo tra arco, freccia e corda. Un taglio inusuale che incornicia il volto come se appartenesse a un altro contesto”.
I due fratelli Ferguson sono mostrati in una disposizione geometrica sorprendente e complessa che gioca su contrasti tonali. Robert, dal profilo meravigliosamente delineato, è illuminato da sinistra, mentre Ronald, dietro di lui, è mostrato completamente in ombra, guardando lo spettatore. La freccia orizzontale divide precisamente la tela in due. Il modo in cui sono disposte le figure ricorda un fregio scultoreo di epoca classica secondo il gusto della Scozia dell’Illuminismo, quando un rinnovato interesse per l’antichità influenzò il pensiero e l’estetica del Paese.
Robert Ferguson divenne un membro del Parlamento ed ereditò dal padre la tenuta di Raith nel 1810. Amava collezionare libri e stampe. Ronald si arruolò nell’esercito ed ebbe una carriera notevole, diventando generale nel 1830. Si guadagnò anche un seggio in Parlamento. L’avvocato e letterato scozzese Lord Cockburn (1779–1854) disse di loro: “Nulla potrebbe essere più bello dell’affetto reciproco di questi fratelli belli, gentiluomini e popolari”.
Sono state opere come “The Archers” a sancire la lunga e fortunata carriera di ritrattista di Raeburn. Egli fu il primo artista scozzese in grado di intraprendere una carriera simile da Edimburgo piuttosto che da Londra. La famiglia Ferguson commissionò anche altri ritratti a Raeburn, tra cui uno a figura intera di Robert a passeggio con il suo cane, all’incirca nello stesso periodo di “The Archers”.
Il doppio ritratto rimase nella collezione della famiglia Ferguson fino a quando non fu acquisita nel 2000 dalla National Gallery.
(A.C.)



