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coronavirus – zona rossa
GLI ARCIERI DI BERGAMO E LA SFIDA PIÙ DURA: “CI RIALZEREMO”
di Marco D’Incà – foto World Archery, World Archery Europe, Fitarco

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Una delle zone più colpite d’Italia dal Coronavirus è stata Bergamo. Ecco le testimonianze dirette di chi, in quelle zone, ci vive: gli iridati paralimpici Matteo Bonacina, Paolo Cancelli e Alberto Simonelli

«Berghem, mola mia». No, Bergamo non molla. Neppure nel momento più drammatico della sua storia recente. Perché il Coronavirus ha colpito con una forza e una spietatezza inimmaginabili, svuotando le strade e riempiendo gli ospedali, oltre che i cimiteri.
A scandire le giornate sono le sirene dei mezzi di soccorso, la paura del contagio, l’isolamento tra le mure domestiche. Lo sport diventa così l’ultima delle priorità. Anche se, prima che scoppiasse la pandemia, riempiva la quotidianità, i pensieri. La vita stessa. Ma il maledetto Covid-19 ha travolto tutto: il tiro e l’arco, gli allenamenti e le gare, le trasferte e le competizioni. Le emozioni e gli affetti.
Mantenere fermezza e stabilità, sotto il peso di una valanga così impetuosa, richiede uno sforzo che solo le menti più solide e allenate possono sostenere. Come quelle degli arcieri: Matteo Bonacina, Alberto Simonelli e Paolo Cancelli. Tre pilastri della Nazionale italiana Para-Archery. Tre fuoriclasse. Tre campioni del mondo. Tre figli di una Bergamo ferita. E in ginocchio. Ma già pronta a rialzarsi. E lo stesso vale per il trio di arcieri, chiamati ad affrontare un avversario ostico, tenace, logorante. Per sconfiggerlo non basta qualche volée: la sfida richiede tempo, impegno, sacrificio. Perché l’avversario in questione è martellante e invisibile. Ha mandato in fumo programmi, strappato affetti, spento i sogni. Ma non la speranza di Matteo, Alberto, Paolo. E della loro terra. Così martoriata. E così orgogliosa.
Come state vivendo questa situazione?
Bonacina: “Non è facile, cerco di tenermi impegnato e di liberare la mente, evitando di farmi travolgere dalle notizie che arrivano dalla televisione e dai giornali”.
Simonelli: “In maniera tutt’altro che tranquilla. Sono segregato in casa da oltre due mesi. È una realtà da codice rosso, invivibile e surreale. Combattiamo un virus che non sappiamo da dove sia arrivato. E quando se ne andrà”.
Cancelli: “Lavoro a pieno regime come volontario. Tutti i giorni e tutto il giorno. Sono impegnato in un ospedale da campo, insieme agli Alpini, e mi occupo di vari aspetti. In particolare, di smistare i pacchi che vanno alle famiglie e alle persone bisognose. Dal punto di vista emotivo, è dura. Molto dura”.
Il virus ha coinvolto anche parenti e amici?
Bonacina: “Sì, specialmente nella fase iniziale. Si stava ammalando chiunque. E non sapevamo se la causa fosse legata al Covid o meno, perché a nessuno veniva fatto il tampone. Ricordo i primi giorni dell’emergenza: il numero crescente dei ricoverati, poi dei morti. Una spirale senza fine: pensare al peggio era naturale, quasi una conseguenza. Anche perché abito vicino al centro e all’ospedale e ogni giornata era accompagnata dal suono delle ambulanze. Poi arrivavano le notizie: uno è spirato, l’altro è in ospedale. Tutte le persone a me vicine avevano problemi. E a quel punto mi chiedevo: sarò il prossimo? Ora toccherà a me? Peraltro ho la sensazione di aver contratto io stesso il virus, seppur in forma lieve. Ma i sintomi erano quelli: febbre, un forte senso di spossatezza, mal di testa per una settimana intera”.
Simonelli: “Alcuni parenti, sì. Anche se ora stanno meglio. Moltissimi amici, invece, hanno vissuto la quarantena, senza avere un contatto diretto con nessuno. E, nel circondario, parecchi sono deceduti. Io? Sto bene fisicamente, molto meno sotto il profilo psicologico: non sono brillante come il mio solito, è inevitabile”.
Cancelli: “Mio zio se n’è andato, ma aveva già diversi acciacchi. Il Covid c’entra fino a un certo punto. Però sembra sempre di toccare con mano questo virus: lo vedi negli occhi della gente, lo percepisci dai racconti dei volontari e della Protezione Civile. Senza considerare che vivo a Stezzano, un paese di diecimila abitanti, vicino a Bergamo: nonostante il numero contenuto di abitanti, abbiamo registrato 39 decessi in un solo giorno. Trentanove persone che conosci, saluti, incontri regolarmente per la strada. E che, dall’oggi al domani, non rivedrai mai più. È terribile”.
Cosa significa essere bergamaschi nell’epoca della pandemia?
Bonacina: “Significa convivere col dolore, oltre che col dispiacere per il modo in cui è stata gestita l’emergenza. Si sono aperte troppe falle, dovute ad anni e anni di distruzione del sistema sanitario. Alla lunga, però, prevale l’orgoglio di essere originario di queste zone. Perché, quando abbiamo un problema, ci rimbocchiamo le maniche senza aspettare”.
Simonelli: “Avere la fiducia di riuscire a riemergere, di venirne a capo. In passato ce l’abbiamo sempre fatta, sarà così anche stavolta. In più, sono pure un Alpino. E gli Alpini, si sa, non mollano facilmente”.
Cancelli: “Non conta il territorio di appartenenza. Vero, la nostra zona è stata fra le più colpite, ma adesso siamo tutti lombardi, veneti e siciliani. In altri termini, italiani. Qui, nel Bergamasco, stiamo cercando di rialzarci”.
All’interno della tempesta, siete riusciti a ritagliare un po’ di spazio per gli allenamenti?
Bonacina: “No, ora sono completamente fermo. Un po’ per le difficoltà legate al virus, ma soprattutto perché tre settimane fa ho avuto un incidente: per tenermi occupato, coltivo l’hobby del bricolage e curo il mio orto. Ma proprio sull’orto mi sono bruciato con il liquido dell’escavatore: ho delle ustioni sulla parte destra del corpo. Per non perdere il tono della muscolatura, faccio un po’ di sollevamento pesi. Però non tiro con l’arco ormai da tempo”.
Simonelli: “Dopo un paio di mesi di inattività pressoché totale, al di là di qualche esercizio svolto tra le mura domestiche, ho ripreso ad allenarmi con l’amico Giampaolo Cancelli. Ma il blocco delle gare, la cancellazione delle Paralimpiadi e le trasferte saltate rendono complicati i piani futuri, anche nell’ottica di una preparazione mirata”.
Cancelli: “All’ospedale da campo c’è un deposito dove giornalmente scocco diverse frecce. Per un arciere, la ‘testa’ è tutto. E tirare in questi frangenti mi aiuta a staccare la spina a livello mentale, a ritrovare serenità”.
Quanto inciderà sul vostro percorso sportivo una fase così prolungata di stop?
Bonacina: “Inciderà molto e su tutti. Anche dal punto di vista umano. È la prima volta che ci troviamo immersi in una situazione del genere. Bisognerà essere forti. E, prima ancora di pensare alle competizioni, ci saranno da risolvere i problemi in ambito economico e sociale”.
Simonelli: “Ora penso soltanto a tirare. E a esercitarmi. Poi, nel momento in cui riapriranno le frontiere e saremo più liberi di muoverci, valuteremo come ricominciare. Molto dipenderà dai programmi della Federazione. E, chiaramente, dall’evoluzione del virus”.
Cancelli: “Nell’immediato ben poco. Ma bisogna capire come si svilupperanno i prossimi appuntamenti, dall’Europeo alle carte pre-olimpiche”.
Come vedete il futuro?
Bonacina: “Tornerà tutto alla normalità. Anche perché, seguendo il detto, ciò che non uccide rende più forti. E noi, più forti, lo saremo di sicuro. Ricostruire una propria dimensione non sarà uno scherzo, però so che presto ci troveremo al campo e in gara, a vincere e a perdere”.
Simonelli: “Non lo so, cerco di non guardare troppo oltre. Vivo giorno per giorno, senza chiedermi cosa ci aspetta. Il momento è pesante, a maggior ragione per un agonista come me. Uno che aveva giorno e notte l’arco in mano: lo stesso attrezzo che mi ha tolto dall’ospedale, ora mi manca in maniera particolare”.
Cancelli: “Lo vedo problematico, soprattutto se si considera che potrebbe esserci una nuova ondata legata ai contagi. Si parla di un ritorno del virus in autunno: vedremo”.
Esiste un’immagine, un pensiero, un’istantanea degli ultimi giorni che porterete per sempre con voi? Magari anche sulla linea di tiro.
Bonacina: “È l’immagine dei militari che portano via le salme da Bergamo. Quella rimarrà impressa nella memoria”.
Simonelli: “In generale, penso alle persone che sono morte da sole, senza nemmeno un funerale. E ho davanti diverse scene che sembrano tratte da un film. Un film che non avrei mai voluto vivere”.
Cancelli: “Ricorderò in eterno un marito e una moglie morti a sette giorni di distanza l’uno dall’altra. E due fratelli”. •

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