StoriaSCOPERTE PUNTE DI FRECCIA NELLA GROTTA DEL CAVALLOAndrea Cionci

Storia
SCOPERTE PUNTE DI FRECCIA NELLA GROTTA DEL CAVALLO
di Andrea Cionci

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La Grotta del Cavallo continua a regalare straordinarie sorprese. Si tratta di una grotta naturale costiera a 15 metri sul livello del mare situata nel comune di Nardò, in provincia di Lecce, che fa parte di un sistema più ampio di caverne naturali ubicate nella baia di Uluzzo. Viene chiamata così per il ritrovamento di numerosi di resti di asinidi.
Qui sono stati ritrovati i più antichi resti dell’Homo sapiens in Europa. La grotta venne scavata per la prima volta dal professore Arturo Palma di Cesnola nel 1967 che rinvenne quelli che si ritenevano denti da latte di uomini di Neanderthal. Nel 2011, invece, un gruppo di ricercatori guidati da Stefano Benazzi del dipartimento A dell’università di Vienna, pubblicò un articolo per la rivista Nature in cui affermava che i denti rinvenuti nella Grotta del Cavallo non appartenevano ad un Homo neanderthalensis, bensì ad uno dei primi esemplari di Homo sapiens vissuto tra i 45.000 e i 43.000 anni fa. Si cominciò da allora a parlare di cultura uluzziana, dal nome della baia di Uluzzo su cui si affaccia il sistema di grotte comprendente quella del Cavallo.
Il 29 settembre è stata divulgata la notizia che un nuovo ritrovamento consente di retrodatare di ben 20.000 anni l’utilizzo di arco e frecce da parte dell’uomo nel nostro continente.
È stato un gruppo di ricercatori italo-giapponese a fare la scoperta e a trarne importanti indizi che possono spiegare come mai dopo 5000 anni di convivenza fra l’uomo di Neanderthal – autoctono – e l’Homo sapiens – forse provenuto da est – il primo si sia progressivamente estinto fino a scomparire del tutto circa 40.000 anni fa.
Tra le cause di questa sostituzione vi può essere l’utilizzo di tecnologie come quella dell’arco o del propulsore che hanno permesso al Sapiens di cacciare in modo più efficace, come sostiene il prof. Stefano Benazzi, paleoantropologo dell’Università di Bologna, tra i coordinatori dello studio.
Sono ben 146 le punte di freccia a mezzaluna che gli archeologi hanno rinvenuto nella Grotta del Cavallo e che sono state individuate non solo come armi da caccia, ma come parte di strumenti da lancio. L’analisi al microscopio ha infatti evidenziato tracce di una colla speciale che era prodotta dagli uomini primitivi impastando ocra (una terra colorata), resina e cera d’api.
Con tale mastice le punte di selce scheggiate a forma di mezzaluna venivano fissate su aste e asticelle per realizzare lance e frecce. Le analisi sul composto sono state condotte da Chiaramaria Stani del centro di ricerca Elettra Sincrotrone Trieste.
A maggior prova, ci si è avvalsi dell’archeologia sperimentale, quella disciplina che, riproducendo delle perfette repliche di reperti antichi, consente di scoprire i segreti delle tecnologie più antiche.
Con la stessa selce di quelle antiche le punte di freccia sono state riprodotte e utilizzate con arco e propulsore contro vari bersagli. L’impatto ha prodotto le medesime tracce d’uso.
“Punte in pietra scheggiata simili – spiega Adriana Moroni, archeologa dell’Università degli Studi di Siena, tra i coordinatori dello studio – sono state rinvenute in Africa orientale, nonostante non ci siano evidenze archeologiche che suggeriscono una rotta che da quella regione ha portato fino all’Europa. Per capire meglio le differenze tra gli uluzziani e le tradizioni litiche precedenti, e l’importanza della comparsa di questa nuova cultura in Europa, era fondamentale comprendere quale fosse la funzione di quelle lame in pietra scheggiata”.
Come spiega l’altro ricercatore del gruppo Katsuhiro Sano, della Tohoku University (Giappone): “L’utilizzo di queste tecnologie meccaniche ha permesso agli uomini moderni arrivati in Europa di sviluppare strategie di caccia particolarmente efficaci, ottenendo così un vantaggio significativo nei confronti dei Neanderthal”.
Un successo, quindi, per il progetto ERC SUCCESS, che studia i cambiamenti avvenuti in Italia durante la fase di transizione tra uomo moderno e uomo di Neanderthal, per capire quando la nostra specie sia arrivata nell’Europa meridionale, quali processi ne abbiano favorito il successo adattivo e le cause che hanno portato all’estinzione dei Neanderthal. •

Il propulsore, cugino dell’arco
Accanto all’arco, che ben conosciamo, vale la pena di chiarire cosa si intende per “propulsore”. Anche detto “Atlatl”, dal suo nome precolombiano, è uno strumento che serve per lanciare proiettili, lance o frecce con una maggiore gittata e forza di penetrazione rispetto al lancio manuale.
Si tratta di un sistema molto semplice, ma di grande efficacia. È costituito da una sorta di manico di lunghezza variabile, comunque inferiore al metro, dotato di una sorta di uncino posto a un’estremità.
In questa sede viene inserito l’oggetto da lanciare, che si tratti di una pietra, di un dardo o di un giavellotto. La forza del getto viene moltiplicata così grazie al prolungamento del suo braccio. Questo principio, legato alla legge delle leve, in età moderna, lo si è visto parzialmente applicato in alcuni modelli di bombe a mano, soprattutto austroungariche, russe e tedesche, dotate di un manico di legno che consentiva appunto una maggiore gittata.
L’atlatl aveva anche il pregio di fornire una traiettoria molto più rettilinea e precisa al dardo. Durante il lancio, la freccia veniva semplicemente appoggiata su un solco praticato lungo l’asticella del propulsore che a sua volta veniva impugnato dal lanciatore.
Un meccanismo semplice che comparve in tutto il mondo: tra gli abitanti dell’Artico, così come fra gli aborigeni australiani e fra gli indigeni americani. Spesso lo si trova decorato o scolpito in modo artistico. Le testimonianze più antiche di propulsore fino ad oggi risalivano al Solutreano superiore (18.000 anni fa) anche se quelle più numerose appartengono al Magdaleniano IV (11.400 anni fa). I ritrovamenti della Grotta del Cavallo devono, tuttavia, far riaggiornare le date. (A.C.)


Una freccia spiega il passaggio dalla preistoria alla storia

Quando si concluse la Preistoria e per merito di chi? Il professor Lorenzo Nigro, tra i più noti archeologi italiani, racconta nel suo primo romanzo “Gerico, la Rivoluzione della preistoria” (ed. Vomere), le scoperte ottenute in vent’anni di scavi a capo della missione dell’Università “La Sapienza”. Il libro è un esperimento di divulgazione ben riuscito, che coniuga il morbido andamento della narrazione con il rigore scientifico dell’addetto ai lavori.
Era forse una notte di luna piena quando un gruppo di cacciatori-raccoglitori della fine del Paleolitico decise di accamparsi accanto a una sorgente situata nella depressione del Mar Morto. Così, a 260 metri sotto il livello del mare, nasceva, circa 12.000 anni fa, Gerico, la prima città del pianeta. Fu in quell’oasi fertilissima – e popolata da api – che l’uomo divenne agricoltore-allevatore, emancipandosi dal nomadismo e cominciando a controllare direttamente la natura, con tutto l’indotto culturale e antropologico che questa rivoluzione avrebbe comportato.
La scoperta più determinante ai fini della datazione è stata anche in questo caso, una punta di freccia di ossidiana (il vetro vulcanico utilizzato per tutto il Neolitico) che ha fornito la possibilità di datare l’antichità di Gerico. In questo primissimo stanziamento di capanne, protetto da una palizzata di legno, i nostri progenitori iniziarono a coltivare i primi alberi da frutto, il fico e il melograno, cui seguirono presto il mandorlo e la palma da dattero. Incredibile come molti semi si siano conservati non solo negli strati del terreno, ma anche imprigionati negli intonaci, i primi del mondo. La coltivazione dei cereali imponeva, infatti, la realizzazione di silos che dovevano essere protetti dai roditori con impenetrabili rivestimenti a base di gesso e olio di lino. Sempre per ovviare a questo problema, venne addomesticato il gatto. Nonostante la comunità dei primi gerichioti continuasse ad alimentarsi in gran parte di selvaggina – soprattutto gazzelle e uri selvaggi – aveva anche cominciato ad allevare capre e pecore. Con gli ovini arrivò il cane da pastore, nient’altro che una nuova carriera per il lupo grigio che già da millenni accompagnava l’uomo nella caccia. Da quel momento ebbe inizio la lunga storia della domesticazione del cane. Sempre dall’attività venatoria vennero mutuate le prime forme di gerarchia sociale: il capocaccia si trasformò nel capo del villaggio e le preziose forme di sapere maturate in tema di allevamento e coltivazione crearono le prime classi sociali. Le inevitabili disuguaglianze dovevano essere giustificate e mantenute dai riti di iniziazione e celebrazione. Così si spiega l’altare “a ciambella” rinvenuto nell’insediamento dove venivano sacrificati animali e perfino fanciulli. Commovente il ritrovamento di cinque teschi appartenuti a ragazzini che vennero lì sgozzati, probabilmente per un’offerta propiziatoria agli dei.
Dagli scavi emerge tuttavia una sorta di macabra ossessione dei gerichioti: il loro rapporto con i crani era molto forte: ne sono stati rinvenuti 45 curiosamente ricoperti e plasmati con creta e gesso, infine dipinti con ocra e sangue (ovino, o umano?). I teschi ripuliti dal tempo venivano poi disseppelliti e modellati con questi materiali per essere esposti nelle case, o inseriti nelle mura degli edifici sacri. Questi crani dovevano rappresentare una sorta di “ritratti di famiglia” per antenati ormai divinizzati. Nelle loro vuote orbite si inserivano delle madreperlacee e inquietanti conchiglie, le stesse che sono state ritrovate incastonate, al posto degli occhi, nel volto di quella che è la prima statua della storia, che abbiamo ricomposto idealmente con altri pezzi già conservati al Louvre. Forse si trattava di una divinità lunare, stranamente dotata di una testa piatta e di mani con sei dita ciascuna.
“In realtà – spiega Lorenzo Nigro – l’essere un ‘monstrum’, un prodigio, deve essere considerato come un attributo soprannaturale. Questa testa mi ha sempre fatto venire in mente Wilson, il pallone decorato con un volto che era in realtà l’impronta della mano insanguinata del naufrago del film Cast Away, interpretato da Tom Hanks. Un idolo creato ad hoc, segno di un disperato bisogno di Dio nella nostra vita: se non lo riusciamo a trovare, in qualche modo ce lo fabbrichiamo”. (A.C.)

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