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GLI ARCIERI SCITI
di Andrea Cionci

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Il professor Valerio Casadio, docente di Poesia greca arcaica presso l’Università di Tor Vergata di Roma, ha curato un dettagliato studio intitolato “ L’arciere nell’antichità greca e romana. Mito, letteratura e storia”.
Abbiamo tratto una sintesi che riguarda unicamente agli arcieri sciti e il loro particolarissimo arco composito.
I primi archi con le estremità ricurve furono peraltro portati dall’Asia centrale con le migrazioni degli Sciti, cavalieri e pastori nomadi che trasmisero questa efficace innovazione ai popoli mediterranei. Negli scavi delle palafitte del lago di Ledro, nell’attuale Trentino, si sono infatti rinvenuti resti di archi in legno risalenti all’Età del bronzo; uno di questi, ritrovato solo per metà, aveva il flettente ricurvo, a tutt’oggi il più antico caso del genere.
Dal Paleolitico in poi, comunque, si possono individuare due tipi fondamentali di arco: quello di legno semplice, attestato in Europa ed in Africa, il cosiddetto “arco europeo”, e l’arco composito, che sembra di origine asiatica. Ne confermano le rare rappresentazioni dell’arco in ambito greco, e anche cretese, dell’età del bronzo: inizialmente si tratta di archi semplici di tipo europeo, mentre il primo arco composito appare nel disco di Festo, di cui si presuppone un’origine anatolica. Sebbene non si possa stabilire fra le due tipologie una gradualità, miravano entrambi a far acquisire all’arciere una maggiore capacità offensiva.
Le varianti dell’arco semplice ebbero origine in Asia, dove venivano adattati tendini di animali al dorso degli archi. Il tendine ha una elevata resistenza alla trazione, il che consente di costruire un arco notevolmente più corto. Facili da maneggiare stando in sella, questi archi corti rinforzati con tendine erano “riflessi”: ovvero, in posizione allentata, senza corda, i bracci dell’arco si incurvavano in avanti. Questa proprietà fa sì che, quando l’arco è incordato, i bracci siano sottoposti a una tensione maggiore e immagazzinino più energia, che trasmettono alla freccia, rispetto agli archi semplici normali. Ma oltre ad essere rinforzati con i tendini questi archi utilizzavano anche materiali diversi più resistenti del legno. Nacque così l’arco composito che combinava materiali diversi: era solitamente costituito da una parte interna in legno rinforzato con tendine sul dorso e corno sul ventre. Il termine “composito” indica dunque un arco fatto di corno, legno e tendine.
L’arco composito poteva scagliare una freccia più velocemente e a maggiore distanza di un arco semplice in legno, con uguale sforzo di tensione. Un altro vantaggio dell’arco composito era che esso poteva essere mantenuto incordato senza pericolo di danno, mentre gli archi semplici in legno e quelli rinforzati solo con tendine dovevano essere incordati immediatamente prima dell’uso, per evitare una loro deformazione permanente.
I dati attualmente disponibili indicano che l’arco composito fu messo a punto in Mesopotamia, in Anatolia e nelle steppe dell’Asia settentrionale. Non fu la carenza di legno adatto alla costruzione di archi semplici il motivo dello sviluppo dell’arco composito: il processo che portò alla sua invenzione potrebbe essere legato al diffondersi dell’impiego del cavallo in Asia nel corso del III millennio a.C.16
Uno dei più antichi esempi conservati di arco composito è l’arco “triangolare”, apparso nel III millennio a.C. in Asia, così detto perché forma un triangolo ottusangolo quando è incordato e un semicerchio quando viene completamente teso. Tale tipo di arco, tuttavia, fu soppiantato dalla diffusione dell’arco scitico lungo circa 127 centimetri, che nell’iconografia vascolare a partire dal VI sec. diverrà tipico degli eroi, come Eracle (ma anche di Eros) o delle Amazzoni: esso presenta una forma ondulata caratteristica detta a sigma (S), ed era costituito da due parti adattate l’una all’altra, sensibili alle condizioni climatiche, così da rendere necessario riporlo in un peculiare astuccio, il “gorito”.
In Erodoto, che dedica ampio spazio delle sue “Storie” alle popolazioni dell’Oriente, l’arco assume, per così dire, attraverso una serie di episodi, una valenza simbolica: si tratta , talvolta, più che di arma, di segno di potere, talvolta di simbolo divino. Indubitabile comunque risulta l’importanza che le popolazioni orientali assegnano alla tecnica d’uso dell’arma, se, come apprendiamo da Erodoto, addirittura Ciassare, signore dei Medi , affidò ad un gruppo di Sciti, che ribellatisi al loro capo avevano trovato rifugio nella sua terra, i suoi figli affinché ne imparassero la lingua ed a tirare con l’arco. Gli Sciti del resto sono ritenuti discendenti di Eracle, secondo il racconto mitico che Erodoto ne fa. L’eroe, infatti avrebbe avuto tre figli da una donna serpente, la quale chiese ad Eracle, al momento della partenza dell’eroe, se avesse dovuto crescere i suoi figli in quella terra o no. L’eroe, consegnandole uno dei due archi, che portava, rispose che avrebbe dovuto lasciar governare il Paese a colui che fra i giovani avesse saputo tendere l’arco nel modo indicato dal padre ed allontanare gli altri. A tendere l’arco fu il minore dei figli: il suo nome era Scita. Il fatto che solo uno dei figli tendesse l’arco e che a lui, per questo motivo andasse il potere (a dimostrarlo degno del quale era stata la sua forza) ricorda l’episodio di Odisseo nella gara con i Proci: il finto mendico, tendendo l’arco con una forza che gli altri non hanno, mostra che lo scettro reale è suo. Curiosa, invece la notazione relativa agli Sciti, anch’essi, secondo numerose fonti, ottimi arcieri. Nella Vita di Demetrio lo storico racconta come gli Sciti, quando bevevano, spesso adattavano il nervo all’arco e lo facevao risuonare, per rinvigorire l’animo indebolito dal piacere.
Come arcieri, spesso le genti orientali militavano negli eserciti occidentali: Cretesi, Persiani e Sciti sono stati sempre ritenuti i migliori, spesso anche pagati molto bene. E se già in una fase arcaica, quella del ciclo troiano e dell’epos omerico, il combattente era di norma provvisto di un equipaggiamento, che preludeva all’armatura di tipo oplitico.
Momento di svolta è, almeno per i Greci, il V secolo a.C., ad opera della democrazia ateniese, che dopo aver avvalorato, con Eschilo e i suoi Persiani, un simbolico parallelismo tra la contrapposizione arco/spada e quella Oriente/Occidente, cioè barbaro/greco, riconosce l’utilità dell’arciere, se ne serve già a partire da Salamina e poi, massicciamente, nella guerra del Peloponneso: la controversia tra Menelao e Teucro nell’“Aiace” di Sofocle e tra Lico ed Anfitrione, nell’“Eracle” di Euripide hanno un peculiare valore in quella temperie, rappresentano la consapevole assunzione della nuova realtà, proiettata nel mito, come sempre accade nella tragedia.
L’utilizzo dell’arciere dilagherà con Alessandro e i suoi successori. Nell’evolversi delle tattiche e delle strategie, a lui sarà affidata una pluralità di compiti che gli è consentito svolgere in virtù della sua libertà di movimento, dovuta alla leggerezza del suo equipaggiamento: presidiare i luoghi più impervi, o conquistarli per consentire il passaggio della fanteria con tranquillità; difendere postazioni non permettendo al nemico di avvicinarvisi; sgombrare la via con attacchi repentini e sicuri; attaccare da lontano. •

I nomadi arcieri
Erano, gli Sciti, una popolazione originaria delle steppe settentrionali dell’Asia centrale, organizzata in tribù nomadi (allevatori), seminomadi e sedentarie, cui Erodoto dedicò parte del IV libro delle “Storie”. In seguito a movimenti di altre popolazioni, gli Sciti si spostarono stanziandosi dal VII sec. a.C. sulle coste asiatiche del Mar Nero, nella regione dagli antichi detta Scizia; poi, una volta che furono ricacciati dai Medi verso nord, si divisero in due gruppi, dei quali uno finì per stabilirsi di nuovo sul Mar Nero, un altro sul Mar Caspio. Questi daranno vita al popolo dei Saci, di stirpe iranica come gli altri Sciti. Dei loro costumi si sa da Erodoto che vivevano di pascolo e si nutrivano di carne e latte equini; abitavano su carri tirati da buoi; combattevano con l’arco e una piccola spada. Il Paese era diviso in distretti, con il centro presso il santuario del dio della guerra, venerato sotto forma di una spada. Altra divinità importante era Tabili, una specie di Vesta. Non esistevano sacerdoti, ma veggenti, come gli androgini, probabilmente sciamani. Le tombe reali erano nella zona di Gerrhos, sul Dnepr. Nel IV sec. gli Sciti, penetrati in Bulgaria, furono fermati dalle migrazioni di Celti e Illiri e dalle spedizioni di Filippo e Alessandro Magno. Respinti man mano, nel II sec. costituirono un ultimo forte Stato in Crimea sotto la guida di Sciluro e di suo figlio Palaco; poi si divisero in vari nuclei isolati sino all’età delle grandi migrazioni barbariche. Furono abili nell’arte della lavorazione dei metalli, in particolare dell’oro, in cui si riconoscono influenze greche, anatoliche, mediorientali. (A.C.)

Il tempio di Egina
Una delle più antiche raffigurazioni dell’arco la si trova sui frontoni del tempio di Aphaia che sorge sull’isola greca di Egina ed era dedicato alla omonima divinità locale. Quando Egina fu conquistata da Atene, questa divinità fu assimilata ad Atena e il nome Aphaia divenne cosi un suo attributo.
Spiega l’archeologo Carlo Di Clemente: “Il tempio è uno dei primi in stile dorico classico ed è anche molto ben conservato. L’interesse principale è costituito dalle sculture dei due frontoni (sculture frontonali) che sono state realizzate a pochi decenni di differenza tra l’una e l’altra. I due gruppi sono separati da circa 25 anni di distanza, ma per un caso fortunato rappresentano proprio l’evoluzione dalla scultura arcaica allo stile che sarebbe stato definito ‘severo’ uno degli stili cosiddetti ‘preclassici’. Il frontone occidentale si data infatti intorno al 510-500 a.C.; il frontone est verso il 490-480 a.C. e rappresentavano un’Amazzonomachia (ovvero una battaglia contro le Amazzoni) e il Rapimento della ninfa Egina da parte di Zeus.
Scavati nel 1811, i cospicui resti delle statue vennero comprati dal re di Baviera e trasportati a Monaco dove vennero restaurati e ricomposti dallo scultore neoclassico Bertel Thorvaldsen.
All’interno di questi gruppi scultorei sono interessanti le figure accovacciate di quattro arcieri sciiti, poste come figure d’angolo. Sono riconoscibilissimi perché indossano il tipico costume sciita e il berretto. Si tratta di una delle primissime raffigurazioni di arcieri, anche se ce ne sono di più antiche, ma si tratta di pitture vascolari È interessante che le statue abbiano una connotazione etnica e che descrivano questi arcieri dotati di arco composito. Gli Sciti erano popolazioni delle steppe che i Greci conoscevano molto bene perché dalla Scizia, la loro regione (se di regione si può parlare per dei nomadi) erano arrivati fino in Crimea, la cui penisola era stata colonizzata dai greci. Erano temibilissimi gli arcieri sciti, sia a piedi che a cavallo. All’epoca, le statue in pietra erano tutte dipinte contrariamente a quello che si pensa, questo non solo per dare rilievo ai personaggi e renderli riconoscibili, ma anche per attenuare il riverbero del marmo e del calcare. In qualche modo si cercava di smorzare l’‘albedo’, ovvero il riverbero della pietra”. (A.C.)

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