psicologia dello sportPERCHÉ TIRI CON L’ARCO?Manolo Cattari – Psicologo Nazionale Giovanile FITARCO

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PERCHÉ TIRI CON L’ARCO?
di Manolo Cattari – Psicologo Nazionale Giovanile FITARCO

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La motivazione (intrinseca ed estrinseca) fa riferimento alle ragioni per le quali una persona mette in atto un determinato comportamento.
Chi lavora nell’istruzione deve conoscere i livelli di motivazione e come si influenzano

Perché si prova piacere a tirare con l’arco al punto da dedicargli un’intera vita? Ore e ore ad allenarsi, sfidando il meteo e incastrando lo sport tra lavoro, scuola e giornate soffocanti e piene di impegni. Per vincere? Perché è divertente? Per allenare la mente o rimanere in forma?
Sono tante le risposte possibili e tutte riguardano uno dei temi più trasversali della psicologia dello sport: la motivazione, ossia la ragione per la quale una persona mette in atto un determinato comportamento (Motiva-Azione).
Nel dare inizio ad uno spazio di psicologia dello sport in questa rivista non si può non partire da qui.
Argomento così democratico e trasversale da riguardare veramente tutti. Campioni Olimpici e Paralimpici, bambini che si avvicinano all’arco, genitori e allenatori di atleti di qualsiasi età che forse, come non mai, si trovano a lavorare con una generazione di allievi difficile da coinvolgere in qualcosa, diversa da un tablet.
Il primo esperimento, scientifico, in psicologia sociale riguarda proprio la motivazione e lo sport. Siamo nel lontano 1898. Altra storia, altra epoca, altro mondo. Per offrire una cornice temporale, consideriamo che manca ancora un anno dalla pubblicazione de “L’Interpretazione dei sogni” con cui Sigmund Freud darà il via alla psicanalisi, dunque prima che il mondo si lasci sedurre dal potere dell’inconscio.
Lo psicologo americano Norman Triplett osserva con curiosità un gruppo di ciclisti cercando una conferma alla sua ipotesi per cui la prestazione di uno sportivo varia in relazione al fatto che gareggi in un gruppo piuttosto che in solitudine, senza la pressione dovuta ai suoi competitori.
Per il suo studio, Triplett definì una distanza uguale per tutti e misurò il tempo delle prestazioni svolte dai corridori ciclisti in tre condizioni:
• da soli, contro il tempo e senza riferimento cronometrico;
• da soli, contro il tempo, ma informati da un collaboratore sui tempi cronometrici;
• pedalando in gruppo e gareggiando contro un avversario, piuttosto che contro il tempo.
Gli interessanti risultati di quel lontano esperimento mostrarono differenze sostanziali nei tempi registrati nelle tre diverse condizioni. I ciclisti della prima condizione, totalmente isolati nella loro prestazione, raggiunsero la velocità massima di 36 km/h; il secondo gruppo di corridori, informati dal cronometrista sui tempi di percorrenza, arrivò fino alla velocità massima di 46 km/h; il terzo gruppo, che non aveva coscienza dei tempi, ma in cui si gareggiava l’uno contro l’altro, raggiunse la velocità più elevata: 49 km/h.
Perciò è dagli albori della psicologia dello sport che si studia cosa può determinare le nostre azioni. È un altro studio più recente che introduce meglio l’argomento: a due gruppi di bambini tra i 10 e i 12 anni viene chiesto di compiere una prova di equilibrio misurata attraverso uno stabilometro. Al primo gruppo è specificato di provare a battere un altro concorrente; al secondo di cercare di fornire la propria migliore prestazione. Al termine della prova i bambini vengono lasciati liberi di continuare a giocare con lo strumento o meno per un periodo di 5 minuti. Quale dei due gruppi continua a giocarci? Congeliamo un attimo la risposta.
Come definito prima, la motivazione fa riferimento alle ragioni per le quali una persona mette in atto un determinato comportamento (Motiva-Azione), che nel nostro caso si traduce nella semplice/complessa domanda: perché tiri con l’arco? Sicuramente sono molteplici le risposte possibili: potrebbero riferirsi al tentativo di imparare un nuovo sport, di mettersi in forma, di divertirsi, di conoscere nuove persone, di affrontare nuove sfide, di diventare campioni.
Se analizzassimo le risposte è molto probabile che la maggior parte delle risposte riguarderà motivazioni che soddisfano desideri e bisogni interni legati al sentirsi capaci e competenti nel migliorarsi in questo sport, perciò obiettivi autonomi e non vincolati a pressioni esterne, come il vincere o compiacere qualcuno. È possibile che altre risposte possano essere legate alla necessità di aderire a pressioni esterne (di partner, genitori, amici, ecc.) oppure di raggiungere obiettivi estetici socialmente imposti, il comportamento sembra maggiormente spinto dal bisogno di raggiungere una approvazione esterna piuttosto che la soddisfazione di un bisogno individuale.
MOTIVAZIONE INTRINSECA VS ESTRINSECA – Il primo gruppo di risposte si riferisce alla Motivazione Intrinseca: quando chi pratica tiro con l’arco persegue bisogni autonomi di autodeterminazione aumentano le probabilità che gli associati positivi del comportamento si verifichino (divertimento, etica, piacere nello svolgere l’attività, esperienza di flusso). Il secondo gruppo, Motivazione Estrinseca, consegue al bisogno di raggiungere un’approvazione esterna e perciò può comportare l’aumento di comportamenti ed emozioni negative come noia, senso di costrizione, ansia di prestazione, ecc.
La motivazione intrinseca dovrebbe perciò stare alla base di ogni situazione di apprendimento, a qualsiasi livello, perché si traduce nell’apprendere per il piacere di conoscere e di acquisire nuove competenze e si manifesta per questo nell’esplorazione, nel gioco, nell’interesse spontaneo verso la sfida. In questo senso ogni tipo di intervento esterno volto a ridurre la percezione di autodeterminazione rischia di incidere negativamente sulla motivazione intrinseca. Tipici esempi quando si compiono azioni esclusivamente per ricevere un premio o quando la finalità del mio agire è ottenere qualcosa al di fuori di me (tiro perché così vogliono i miei genitori, perché ho una cotta per l’allenatore o per diventare un campione).
PERCHÉ È IMPORTANTE CONOSCERE E RICONOSCERE IL TIPO DI MOTIVAZIONE? – La motivazione non è spiegabile in termini dialettici, intrinseca/estrinseca, ma più come un continuum sulla dimensione dell’Autodeterminazione che va dal polo dell’A-Motivazione alla Motivazione Intriseca (vedi grafico). Ciò vuol dire che si può iniziare un’attività perseguendo un obiettivo esterno e poi persistere nella sua frequenza per uno interno (nel grafico ci si sposta a destra: “tiro con l’arco perché ci sono gli amici e poi scopro che sono bravo e mi diverte molto”) e allo stesso tempo anche il dropout (movimento a sinistra del grafico), a qualsiasi età e livello avvenga, è spiegabile con un calo di percezione dell’autodeterminazione sulla pratica dello sport in questione.
Perciò se è vero che l’obiettivo delle società sportive è quello di tenere al loro interno i propri allievi per il maggior tempo possibile, e non solo, quello di farli eccellere nella prestazione, chi lavora nell’istruzione deve conoscere i livelli di motivazione e come si influenzano.
Lo stile di insegnamento ha infatti un impatto determinante sulle motivazioni dello sportivo: lo stile di relazione “supportivo dell’autonomia” aumenta le percezioni di competenza, autonomia e soddisfazione nelle relazioni e quindi il livello di motivazione intrinseco verso la frequenza. Al contrario uno stile “direttivo” inibisce l’autonomia e favorisce la motivazione estrinseca.
Perciò rivolgendomi ai lettori, frequentatori dei campi da tiro proporrei di fermarsi a riflettere un attimo per rispondere alla domanda: Perché tirate con l’arco?
Allo stesso tempo, rivolgendomi a chi lavora, allena e istruisce questa disciplina:
Con il mio atteggiamento e il mio insegnamento che tipo di motivazione stimolo nei miei allievi? Che motivazione stimolo in un bambino se lo “uso” come esempio nell’insegnamento di un esercizio? E se gli faccio vedere come si fa con un altro? Che motivazione trasmetto e stimolo se non mi diverto nell’insegnamento? E se invece mi diverto e mi preparo la lezione con attenzione che motivazione stimolo nell’altro? E se stimolo la riflessione propriocettiva del gesto?
P.S. Per la cronaca… i bambini che hanno maggiormente utilizzato lo stabilometro post test, sono stati quelli del secondo gruppo. •

Per le vostre domane scrivete a Manolo Cattari (Psicologo dello Sport e Psicoterapeuta) all’indirizzo manolocattari@gmail.com. Oggetto della mail: “Rivista ARCIERI”

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