arte e letteraturaLA FAVOLA DI AMORE E PSICHEAlice Tombesi

arte e letteratura
LA FAVOLA DI AMORE E PSICHE
di Alice Tombesi

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Se per Paolo e Francesca, famosi amanti della Divina Commedia di Dante Alighieri, galeotto fu un libro, nel caso di Amore e Psiche furono una freccia e una mira sbagliata a far scoppiare una travolgente passione tra i due. L’arco, più volte protagonista nella letteratura antica, compare in uno dei più celebri miti greci, quello tra la bellissima Psiche (letteralmente anima in greco) e Amore (o Eros).
La favola di Amore e Psiche si trova all’interno del quarto, quinto e sesto libro delle “Metamorfosi”, note anche come “L’asino d’oro” di Apuleio (II sec. d.C.). L’opera narra delle avventure del giovane Lucio, trasformato in asino e costretto a compiere una serie di prove per poter riacquistare le proprie fattezze umane. In realtà la vicenda dello sfortunato giovane fa solo da sfondo a un romanzo ricco di digressioni, tra cui il celebre mito di Amore e Psiche. La storia racconta di una giovane ragazza, figlia di un re, nota a molti per la sua bellezza tanto da attrarre folle di pellegrini spinti dal desiderio di ammirare la donna. Lo sdegno di Venere per un tale tributo ad una giovane mortale non tardò ad arrivare. Non accettando che Psiche potesse competere con il suo fascino, mandò a chiamare suo figlio, Amore (conosciuto anche come Cupido). Il giovane alato era noto per andare in giro munito di arco e frecce profanando letti nuziali e creando un sacco di guai. Venere lo condusse fino alla città dove viveva Psiche, gli raccontò tutta la storia della bellezza contesa e chiese ad Amore di scagliare una freccia alla giovane per farla innamorare del più brutto fra gli uomini. Cupido sbagliò mira: invece di colpire la fanciulla, colpì se stesso finendo così per innamorarsene perdutamente.
Nel frattempo, le sorelle della fanciulla convolavano a nozze mentre Psiche veniva ammirata e lodata ma mai chiesta in sposa. I genitori, disperati per la triste sorte della figlia, decisero di recarsi presso un oracolo. Il responso che ottennero fu tragico: avrebbero dovuto portare Psiche in cima ad una rupe per consegnarla ad un malvagio drago. I giorni passarono e alla fine i genitori, sebbene afflitti, compirono il volere dell’oracolo. Giunta alla montagna, la ragazza venne improvvisamente catturata e trasportata da Zefiro, dio del vento, alla reggia di Amore. Lì, ogni sera al calare della notte, iniziarono i passionali incontri tra i due. Per evitare di essere scoperti, Amore strinse un patto con la ragazza vietandole di aprire gli occhi durante le sue visite. Molte notti i giovani si lasciarono trasportare da un amore che nessun mortale avrebbe mai provato, senza guardarsi in volto.
Una notte Psiche, mossa da un’inarrestabile curiosità, decise di illuminare il volto dell’amante con una lampada ad olio. Amore, svegliato da una goccia bollente che cadendo gli aveva ustionato il viso, si sentì tradito e fuggì. Disperata per la fuga del suo amante, Psiche iniziò a vagare di città in città. Non riuscendolo a trovare, si recò al tempio di Venere per consegnarsi a lei sperando di placare la sua ira. La dea accettò di aiutarla nella ricerca del figlio solo dopo aver superato una serie di prove: avrebbe dovuto suddividere un mucchio di granaglie in tante parti uguali, ottenere la lana d’oro di un gregge di pecore, raccogliere acqua da una sorgente che si trovava su uno strapiombo e infine scendere negli inferi per chiedere a Proserpina, moglie di Ade, un po’ della sua bellezza. L’ultima prova fu la più difficile. Psiche, di ritorno dal regno dei morti con in mano un’ampolla donatale da Proserpina, decise di aprirla. Improvvisamente un sonno profondo la assalì e solo Amore, corso in suo aiuto, riuscì a svegliarla. Il matrimonio, come in ogni favola dal lieto fine, coronò l’amore dei due giovani, di nuovo insieme dopo tante peripezie.
Molte divinità greche o creature mitiche fecero dell’arco lo strumento maggiormente rappresentativo del proprio personaggio: basti pensare ad Artemide, dea della caccia, o ad Apollo, dio del Sole o ancora, ai centauri, creature metà uomini e metà cavalli.
Tra gli dei proprio Amore era il dio più abile con l’arco ma, per uno strano scherzo del destino, fu proprio quell’unica freccia sbagliata a far conoscere al dio stesso dell’amore, l’amore. •

Amore e Psiche di Canova
La scultura di Amore e Psiche ad opera di Antonio Canova è una delle più celebri rappresentazioni del mito greco. L’istante catturato dall’artista è quello del bacio di Amore per risvegliare Psiche dal sonno profondo in cui era caduta. L’opera, commissionata nel 1788 dal colonnello John Campbell e completata nel 1793, è oggi conservata al museo di Louvre. Nonostante furono numerose le critiche per l’eccessivo manierismo, la scultura ottenne una notevole fama tra gli ambienti artistici tanto da ispirare una delle più celebri odi del poeta inglese John Keats. Non tardarono ad arrivare le repliche della scultura e tra le più famose non manca quella conservata oggi all’Ermitage di San Pietroburgo e commissionata dall’imperatrice Caterina II di Russia nel 1795.

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