storiaARMI E POTEREAndrea Cionci

storia
ARMI E POTERE
di Andrea Cionci

7
0

È stata la mostra più visitata d’Italia, tuttavia ha avuto poco risalto sui media per il fatto che le armi antiche, come tanti altri materiali con cui è stata fatta la storia, da sempre sono snobbate nel mondo della storia dell’arte che preferisce, piuttosto, occuparsi delle opere delle arti maggiori.
Eppure, questi reperti restituiscono in modo vivido i valori del Rinascimento, il prestigio nobiliare, le concezioni estetiche, la brutalità dei combattimenti e, in genere, la precarietà del vivere in una società dove scontri e battaglie erano all’ordine del giorno.
La mostra “Armi e potere”, curata dallo specialista Mario Scalini e allestita dal Polo Museale del Lazio diretto da Edith Gabrielli, è stata da poco prorogata fino al 27 gennaio nella doppia sede di Castel S. Angelo (già sede di eventi promozionali dedicati al tiro con l’arco) e Palazzo Venezia, a Roma.
L’afflusso di visitatori ha dimostrato un interesse inequivocabile da parte del pubblico per le vetrine affollate di elmi con celate, corazze, pettorali, schinieri, corsaletti e gambiere perfettamente snodati come mobilissimi e argentei carapaci di molluschi. Si rimane ammirati da queste protezioni in cui l’aspetto funzionale e la mobilità si mescolano alla creatività artistica, con risultati estetici altissimi.
Le armature, da sempre, ebbero funzione di elemento protettiva, contro le frecce, i verrettoni delle balestre e i colpi di spada e di alabarda.
Le frecce erano pericolose perché dotate di molta energia cinetica e al contempo di una superficie di impatto molto piccola. Questo si traduceva in un’alta pressione che poteva perforare la corazza. Viceversa, una lama di spada o di alabarda, a pari energia cinetica, aveva una superficie di impatto molto superiore il che diminuiva nettamente la pressione. Si tratta di due elementi inversamente proporzionali: al raddoppiare della superficie si dimezza la pressione esercitata dalla forza applicata secondo la normale (ovvero perpendicolarmente).
Per questo motivo, la seconda minaccia principale era costituita dai proiettili: seppure l’energia cinetica necessaria per perforare fosse molto superiore rispetto a quella delle frecce, i proiettili delle prime armi da fuoco avevano il vantaggio di poter disporre di enormi quantità di energia cinetica per compensare lo svantaggio.
In molti credono che con l’invenzione e la diffusione delle armi da fuoco le armature fossero state via via abbandonate. Anziché comportare l’abbandono di tali protezioni, il pericolo costituito dalle armi da fuoco comportò un maggiore uso e un miglioramento tecnologico delle corazze. Per circa 150 anni si continuarono quindi a utilizzare corazze, la cui efficacia era aumentata dagli accorgimenti metallurgici e dall’ottimizzazione della struttura. Dicasi lo stesso, in parte, per archi e frecce e per le balestre. Nonostante l’utilizzo sempre più massiccio di pistole e archibugi, queste antiche armi continuarono ad essere utilizzate almeno fino alla fine del ‘500 come documentano i ritrovamenti nel relitto della nave inglese Mary Rose. Questo aveva senso soprattutto nei Paesi freddi e umidi il cui clima avrebbe potuto compromettere la funzionalità della polvere da sparo.
Per realizzare la mostra si è attinto soprattutto ai depositi di due collezioni, quella di Castel S. Angelo e quella di Ladislao Odescalchi (1846-1922) principe romano che fondò e diede il nome alla città di Ladispoli. La sua non era un’armeria gentilizia, formatasi nel corso dei secoli, bensì una raccolta nata per pura passione collezionistica. Comprendeva circa 2000 pezzi di grande valore, scelti fra armature, armi bianche, lance, mazze ferrate, armi da parata, balestre prevalentemente di epoca rinascimentale.
Un personaggio affascinante il principe: grande sportivo, barbuto e dalla figura imponente è rimasto immortalato nelle fotografie del conte Primoli, dove lo si vede alle corse dei cavalli sempre fasciato in un’impeccabile marsina, con il suo alto, rigido cappello a cilindro.
«Fort, beaux, excellent cavalier, avare, assez viveur», così fu definito dalla marchesa Giulia del Gallo di Roccagiovine. Descrizioni delle sue sale d’armi e delle giornate in compagnia ci sono state tramandate dal Vate in persona, che probabilmente si ispirò alla sua figura per creare Andrea Sperelli, il protagonista de «Il Piacere». In una delle sue cronache mondane, d’Annunzio descriveva lo stile di vita del principe e il suo rapporto con lo sport e le armi: «Figuratevi un immenso stanzone, tutto tappezzato di arazzi, ornato di trofei d’armi antiche e di gonfaloni storici. In queste fresche mattine primaverili le riunioni sono frequenti e lunghe. La luce entra, gaja e fortificante, dai finestroni amplissimi e ravviva nelle pareti i vecchi arazzi pieni di cacciatrici pagane e di cavalieri battaglianti o di pompe imperiali o di amori mitologici. Le armature pendono negli angoli, damaschinate d’oro; tutte le diverse fogge di spade e di arte s’incrociano nelle panoplie e scintillano a una qualche zona di sole». Ladislao Odescalchi non si limitava a ordinare la sua collezione, a studiarla, ad arricchirla, ma la usava anche per rivivere romanticamente i tempi d’oro della cavalleria e delle antiche battaglie.
Come quella volta in cui, al culmine di una sua festa, apparve agli ospiti in costume rinascimentale, completamente bardato delle sue armi e armature.
Possiamo immaginare l’intima soddisfazione di Odescalchi quando ebbe l’occasione di ricoprire il ruolo dell’araldo nel Grande Carosello tenutosi a Roma il 3 maggio 1883, in piazza di Siena, in occasione delle nozze tra il principe Tommaso di Savoia e la principessa Isabella di Baviera.
La passione collezionistica nacque in lui all’età di vent’anni, tuttavia non a Roma, sua città natale, bensì a Firenze, nel periodo del breve esilio che gli fu causato da un attrito con le gerarchie papali.
In questa città piena di grandi collezionisti e sede di un vivace mercato antiquario, il giovane principe cedette alle prime tentazioni: una «cassaforte» per munizioni tedesca, del ‘500, un elmo antico di ferro bulinato, due alabarde, un pugnale «a misericordia» (così detto poiché veniva usato per infliggere il colpo di grazia ai feriti). L’insieme fu pagato 230 lire, (circa 900,00 euro attuali) all’antiquario Giuseppe Fantappiè.
La scintilla della passione era ormai scoccata e Ladislao proseguì per altri trent’anni, divenendo sempre più accorto, competente e selettivo, investendo sempre maggiori quantità di denaro, aiutato anche da un altro collezionista, il conte Calori, che fu per lungo tempo il suo agente di fiducia.
Alla morte dei genitori, il principe ereditò i beni azionari affidati ai Rotschild di Vienna, Parigi e Londra. Soprattutto tramite questi fondi bancari egli poteva acquistare all’estero i suoi tesori, grazie ai contatti instaurati con diversi antiquari europei, tra cui l’inglese Samuel James Whawell e il francese Louis Bachereau. Poté così riunire in gran numero armi provenienti per lo più dall’Europa occidentale, cui si aggiunsero piccoli gruppi non omogenei del Medio e dell’Estremo Oriente.
Un aspetto da sottolineare riguarda il fatto che la collezione Odescalchi comprende pezzi non solamente antichi, ma rigorosamente selezionati per valore storico e artistico, per preziosità dei materiali, e per originalità tecnico-costruttiva.
Alla morte del principe Ladislao, avvenuta nel 1922, la collezione venne riordinata ed esposta dal nipote Innocenzo (il figlio del fratello maggiore Baldassarre che, fortunatamente, condivideva la passione dello zio) nel palazzo romano di Piazza SS. Apostoli.
Sei anni dopo la morte di Innocenzo, nel 1959, milleduecento armi della collezione furono acquistate dallo Stato Italiano (che le salvò da una probabile dispersione), mentre le rimanenti vennero portate dagli eredi nel castello di Bracciano, dove si trovano tuttora.
Nei primi anni Sessanta la collezione Odescalchi venne studiata e riordinata da Bruno Thomas, e dal 1969 al 1981 fu esposta nei saloni monumentali di Palazzo Venezia, sotto la cura di Nolfo di Carpegna, che ne pubblicò il primo catalogo ragionato.
Il catalogo della mostra, dedicato a Silvano Germoni, il restauratore-armaiolo che per decenni ha curato la manutenzione di questi antichi manufatti, è utile per addentrarsi nell’affascinante mondo delle armi antiche ed è disponibile a un costo molto conveniente. •

La spada
del Valentino
Per più di due secoli è rimasta chiusa nei forzieri della famiglia Caetani, sigillata dal risentimento e dallo spirito di revanche. Oggi è finalmente in vetrina la spada “a cinquedea” di Cesare Borgia, il duca Valentino, che Machiavelli prese a modello per il suo “Principe”. Figlio illegittimo di Alessandro VI – papa libertino e nepotista, ma allo stesso tempo validissimo e integerrimo custode della Fede – il Valentino fu dapprima avviato alla carriera ecclesiastica, ma nel 1498 depose la porpora per dare spazio alle sue ambizioni principesche. La spada fu un dono di nozze per il suo matrimonio con Carlotta d’Albret: si tratta di un’arma da caccia e la lama, anche detta “a lingua di bue”, ha una larghezza di cinque dita (da cui il nome cinquedea). Il fodero, preziosissimo, si trova presso il Victoria and Albert Museum di Londra. Fu realizzata dall’armaiolo ebreo, poi convertito al Cristianesimo, Salomone da Sesso che la rese splendida con smalti a cloisonné, dorature e incisioni. La famiglia Caetani alla fine del ‘700 la acquisì sul mercato antiquario per una ragione simbolica. Alessandro VI aveva imprigionato e avvelenato nel 1499 Giacomo Caetani, costringendo alla fuga gli altri membri della famiglia, ormai privati di ogni titolo. I loro feudi furono acquistati per 80 ducati dalla sorella del Valentino, la celebre Lucrezia. I Caetani vennero poi risarciti dal successivo pontefice Pio III che concesse loro il rango di duchi di Sermoneta. La spada del Valentino è quindi rimasta gelosamente custodita dalla famiglia per più di due secoli, fino alla morte dell’ultimo discendente. Da allora, la Fondazione Caetani ha potuto metterla a disposizione del pubblico. (A.C.)

Altri
grandi pezzi
Nel 2019 ricorreranno i 500 anni dalla nascita di Cosimo I de’ Medici e la sua splendida armatura, per quanto incompleta, è fra quelle esposte in Castel S. Angelo insieme a una mazza ferrata trecentesca, pezzo unico, identica a quella dipinta da Giotto nella Cappella degli Scrovegni a Padova in mano all’allegoria della Fortezza. Uno scudo del 1540 reca al centro una strana “Medusa” che sembra piuttosto uno stregone precolombiano (cosa non del tutto impossibile).
Bellissimo il “busto a farsetto” del 1570 che simula una vera giubba di velluto, con ricami incisi all’acquaforte (ovvero con degli acidi) e i finti bottoni, sempre in acciaio. Risultato di una accurata ricerca del principe Odescalchi è ancora la serie di elmi che mostra il percorso evolutivo di quest’arma difensiva dalle semplici cervelliere, alle barocche barbute veneziane, passando per i bacinetti, le borgognotte (tra cui un esemplare splendido del 1580, lavorato a sbalzo), fino ai morioni.
Pregevoli per valore artistico le rotelle da parata e gli scudi cerimoniali, decorati come veri e propri dipinti. Pochi sono i falsi della collezione Odescalchi; il principe ne dovette forzatamente acquistare alcuni che erano compresi in blocco con altri pezzi originali.
Molto frequente era l’integrazione di parti di armatura con elementi di fattura recente; del resto, all’epoca, il purismo non era certo un concetto da perseguire a tutti i costi e anzi, si apprezzava molto più il linguaggio «in stile». (A.C.)

Condividi
Share

NO COMMENTS