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DAL RICURVO AL COMPOUND
di Flavio Valesella – Responsabile Tecnico Nazionale Senior Divisione Compound

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Alcuni consigli utili per intervenire su un tiratore passato dall’arco ricurvo all’arco compound

Cosa fare quando un arciere intende passare dall’arco ricurvo al compound? Come prima cosa sarà necessario capire come modulare gli interventi: un tecnico preparato dovrà sapere tenere divisi alcuni passaggi della sequenza di tiro; nello stesso tempo, dovrà saper riconoscere i punti che accomunano le due divisioni, soprattutto per quello che riguarda la biomeccanica applicata nelle due discipline, seppure in tempi e in sequenze cronologicamente diverse.
Credo sia opportuno soffermarci subito e in modo accurato su questo punto proprio allo scopo di comprendere le tappe nel corso delle quali sarà necessario evidenziare le differenze, in modo da facilitare gli interventi – qualora necessari – per modificare il gesto tecnico del tiratore.
Se si tratta di un tiratore “nato” con l’arco compound, si dovrà impostare il lavoro per portarlo a eseguire il gesto finale (una volta inserito il rilascio meccanico) con il massimo del “dinamismo”, possibilmente equilibrato e distribuito sulle due sezioni del corpo, indirizzandolo al rilascio dinamico involontario (punto meritevole di ulteriore chiarificazione).
È necessario, in questa circostanza, prendere per assodato che tutto il resto del lavoro preparatorio sia già stato fatto dall’istruttore del corso base, inclusa l’individuazione del giusto allungo e tutti gli altri passaggi tecnici specifici del compound.
Se si tratta invece di un tiratore che proviene dall’arco ricurvo, il caso in esame in questo articolo, le maggiori difficoltà consisteranno nell’individuare il nuovo allungo e incominciare ad avviare il tiratore principalmente sulla diversa fase di “ancoraggio”, termine che si applica molto bene nella terminologia compound. Occorre, altresì, evitare il più possibile suggerimenti o interventi “mixati”, che si rifanno a concetti non più adatti, che per il compound sono estremamente difficili da applicare se non deleteri.
Scelta dei materiali e messa a punto – Si consideri inoltre che molti tiratori compound, compresi quelli che sono arrivati da altri stili, credono che alcuni attesi miglioramenti siano da attribuire al materiale ed alla sua messa a punto. Il compound e la sua componentistica offrono infatti una molteplice propensione agli alibi che è ben nota a tutti…
Questo passaggio è estremamente delicato e deve essere affrontato con idee chiare e buona competenza, sempre attribuendogli la giusta importanza e, in ogni caso, non è mai realmente determinante. È invece determinante il corretto utilizzo del rilascio meccanico che, di fatto, non può essere definito un accessorio, ma deve essere considerato come parte integrata del compound, al pari del riser o di una delle ruote. Per questo il rilascio meccanico dovrà essere sempre considerato come elemento imprescindibile dalla tecnica di tiro compound.
Purtroppo diversi tiratori restano coinvolti nel “lavoro” di messa a punto che l’arco offre, cercando così di compiere il tanto desiderato salto di qualità, insistendo sulla strada della sola conoscenza e utilizzo dei materiali e della loro messa a punto, restando così per diverso tempo fermi al palo, rispetto ai loro colleghi che invece hanno optato per un miglioramento della loro “nuova” sequenza di tiro.
È pur vero che per un tecnico che vuol seguire anche il compound, la conoscenza di determinati materiali, accessori e le loro specifiche applicazioni – con particolare riferimento alle caratteristiche proprie dell’arco – è rigorosamente necessaria.
L’arco compound è un attrezzo “chiuso”, che necessita obbligatoriamente di misure e di un’accessoristica dedicata. Un esempio su tutti: il complesso apparato di mira potrebbe avere risvolti negativi non solo in merito alla funzione visiva, ma anche condizionando l’intera sequenza di tiro, se non si conoscessero a fondo le sue caratteristiche ed il suo corretto collocamento. È chiaro quindi come sia necessaria una specifica competenza circa tutto il corredo, che deve essere utilizzato (consigliato dal tecnico) dal tiratore, partendo proprio dalla parte che determina la mira eseguita attraverso un intero gruppo di accessori definiti come “apparato di mira”.
Tutto questo però non deve influire sull’aspetto che occupa il primo posto in una ipotetica scala dei valori, ovvero la corretta applicazione della tecnica di tiro compound.

Le azioni necessarie per eseguire un buon tiro – Consideriamo ora le azioni necessarie per mettere in grado il tiratore (ex ricurvo) di eseguire e gestire i primi tiri col compound. Innanzitutto è necessario individuare il “nuovo” corretto allungo, eseguendo alcuni tiri con il rilascio meccanico (è importante definire le caratteristiche del rilascio con il quale iniziare) ed un arco scuola compound.
Da circa vent’anni anni sono infatti disponibili per gli istruttori archi scuola compound, che facilitano il tiratore (ed il tecnico) nell’eseguire e trovare, con una discreta precisione, la nuova posizione d’allungo del tiratore, fino a quel momento abituato alle caratteristiche dell’arco ricurvo.
Dopo diverse aperture ed esecuzioni di tiro (almeno una decina) è necessario annotare le misure – che possono anche essere diverse tra una ripetizione e l’altra – raggiunte dal tiratore al punto di pivot con una freccia “misura allungo”.
È necessario poi accertarsi che la “media” delle aperture/misure sempre al pivot, corrisponda anche sull’arco compound dell’arciere in questione. Contemporaneamente deve essere verificato il libbraggio dell’arco da usare, che dovrà essere scelto in modo adeguato. È opportuno considerare che il tiratore non è ancora abituato a gestire il “dislivello di forza” che il compound impone nel passaggio dal picco alla valle. Per questo motivo un libbraggio inadeguato (in eccesso o in difetto) può avere delle influenze negative non solo a livello muscolare (eventuali traumi in caso di eccessivo libbraggio), ma anche nella corretta gestione del caricamento in linea (tassativo). Ciò è particolarmente importante in quanto il caricamento (apertura) del compound non può essere realizzato con la stessa tempistica utilizzata normalmente con l’arco ricurvo.
Una volta che il tiratore raggiunge la “valle” del compound avendo usato bene le articolazioni e dopo aver consolidato la fase di mira, che richiede un passaggio con maggior coinvolgimento psicologico rispetto alla mira con il ricurvo, sarà necessario individuare la ripartenza dell’azione con un ordine cronologico abbastanza diverso rispetto al ricurvo ed attendere l’apertura involontaria del rilascio meccanico. In questa fase l’individuazione del cosiddetto “muro” è rilevante, dal momento che questo nel ricurvo non esiste.

La visette – Occorre poi considerare che nel compound viene utilizzata la visette, che permette molti vantaggi per ciò che riguarda la precisione di mira e di allineamento. Un posizionamento non corretto della stessa può altresì influenzare negativamente mira ed ancoraggio del tiratore.
Come primo passaggio per sistemare la visette rispetto al punto di incocco, occorre disporsi a circa 3 metri da un bersaglio senza targa con l’arco completamente attrezzato con la sola esclusione del mirino. Il tiratore dovrà alzare l’arco, chiudere gli occhi, eseguire la trazione ed individuare un ancoraggio solido e per lui ripetibile, indipendentemente dal tipo di rilascio usato, sempre con gli occhi chiusi.
A questo punto, una volta aperti gli occhi, il tiratore dovrà sentire la corda che sfiora la punta del naso (o un punto limitrofo) trovandosi con il foro della visette perfettamente in linea con la visione dell’orizzonte. Questa fase viene facilitata se si inizia con una visette dal foro medio-largo.
Se la prima prova dell’allungo con l’arco scuola compound è stata correttamente eseguita, il tiratore si troverà in ancoraggio con il proprio arco con le prime falangi delle dita della mano sotto la mascella e con le nocche delle dita molto vicine alla linea perpendicolare del lobo dell’orecchio destro (per un tiratore destro). La corda sfiorerà o sarà appoggiata leggermente alla punta del naso (o in punto limitrofo). La stessa passerà molto vicino all’angolo della congiunzione delle labbra e la visette sarà perfettamente posizionata davanti all’occhio di mira. È opportuno evitare di appoggiare/spingere il naso contro la corda per non condizionare la visione in corretto parallasse visette-targa.
A questo punto, è opportuno considerare che un ulteriore riferimento sulla corda (suchette) non porta apprezzabili vantaggi.
Indubbiamente quanto espresso non deve essere considerato come una verità assoluta, riferibile all’intero universo dei tiratori provenienti dal ricurvo, ma queste semplici regole permettono di evitare diversi inconvenienti che spesso impediscono al tiratore di esprimersi al meglio, in particolare consentono di evitare che il tiratore passato al compound, non avendo ancora realizzato sufficiente ripetizione muscolare, possa trovarsi in sovrallungo, una delle condizioni tecniche negative assolutamente da evitare.

Il corretto uso del rilascio meccanico – Dopo aver ritagliato il compound su misura per il tiratore e dopo aver sistemato opportunamente la visette, si può passare a quello che può essere considerato uno tra gli aspetti più importanti della tecnica compound, ovvero il corretto uso del rilascio meccanico.
A titolo di esempio, consideriamo la seguente situazione.
Per un ipotetico lustro, il nostro tiratore ha gareggiato o si è divertito con l’arco ricurvo.
Il tiratore ha usato per esempio nelle seguenti condizioni: arco da 38 libbre, salita in pre-trazione, trazione continua e graduale con arrivo al punto di contatto, conseguente rallentamento dell’azione, mira e “motore” per l’uscita dal clicker con rilascio più o meno involontario.
In questo caso, invece, si verificano le seguenti condizioni: arco con 48-50 libbre di picco, cioè quando le mani sono ancora vicine e la pre-trazione non potrà essere realizzata come con il ricurvo. In fase di ancoraggio (valle del compound) le libbre scendono a 14/16, ma in assenza del clicker, che nel ricurvo aveva anche un’ottima funzione per mantenere una buona tenuta dei muscoli della schiena.
La mano del rilascio deve compiere un gesto tecnico esattamente opposto dal punto di vista biomeccanico al precedente, ovvero aprire le dita. Con il rilascio meccanico soprattutto all’inizio sarà opportuno invertire le fasi, ovvero far partire la freccia aprendo il rilascio, ma con le dita ancora serrate.
Sarà inoltre opportuno, ancor più che con il ricurvo, trovare una posizione in fase di ancoraggio molto solida, il compound lo consente senza commettere l’errore in cui molti incorrono di allungare i tempi di mira.
Anche in questo caso il lavoro della schiena sarà importante, soprattutto per chi vuole introdurre la tecnica di tiro dinamica identificata nella oramai famosa Back Tension (BT).
A questo punto è opportuno far passare un paio settimane per permettere al tiratore di assimilare le nuove dinamiche che la sequenza compound inevitabilmente gli avrà trasmesso.

I punti di contatto – Alla ripresa delle lezioni sarà opportuno lavorare sui punti di contatto, osservando per prima cosa come posizionare la mano dell’arco, che nella tecnica compound ha una grande importanza dal momento che, pur tenuta totalmente rilassata deve sorreggere un peso maggiore (circa il doppio) rispetto al ricurvo.
I più attenti avranno avuto modo di notare che le impugnature degli archi compound sono tutte con pochissima inclinazione e abbastanza sottili. Le personalizzazioni in questa fase sono possibilmente da scoraggiare.
Queste caratteristiche sono scelte costruttive che hanno una grande rilevanza circa il modo per impugnare l’arco.
Il palmo della mano dell’arco dovrà essere il meno possibile in appoggio sull’impugnatura del compound. Dovrà avere anche una giusta inclinazione, dato che si può rilevare osservando le nocche delle 4 dita esterne che dovrebbero posizionarsi con un’inclinazione verso l’esterno di circa 40/45 gradi.
Contemporaneamente, la mano del rilascio dovrà essere sempre bene a contatto con la mascella, anche se per questo posizionamento non c’è una regola o una zona fissa, dal momento che soprattutto la sua inclinazione sarà inevitabilmente condizionata dal modello di rilascio usato, mentre il suo preciso punto d’ancoraggio sarà dato, oltre dall’inclinazione, anche dalla profondità dell’allungo.

La mira – Si può entrare ora nella modalità di mira per il compound, che necessita per una sua corretta applicazione, di un tassativo ordine cronologico. Come già accennato, il compound ha un vero e proprio apparato di mira e, quindi, mirare con il compound è molto più complesso che mirare con la semplice diottra del ricurvo.
Nel caso dell’arco ricurvo il tiratore, una volta aperto l’arco, sovrappone il mirino sulla targa mettendo a fuoco il bersaglio attraverso la diottra del mirino e continuerà mirare aspettando il rilascio della corda, dopo aver fatto scattare il clicker, entrando poi in fase di follow through fino all’impatto della freccia. Altri affermano che il tiratore ricurvo mentre mira mette a fuoco in contemporanea mirino e bersaglio, nota che aggiungo per completezza d’informazione.
Nel compound invece “la mira fine” entra in scena dopo avere controllato e collimato diversi punti, per poi arrivare ad inserire il tutto in una procedura ben consolidata ma soprattutto “inconscia”, laddove sarà possibile.
Prima di tutto è tassativo un ancoraggio solido, altrimenti la visette non comparirà mai allo stesso posto, avendo cura di non muovere il capo senza irrigidire il collo. Una volta consolidato l’ancoraggio, il tiratore si troverà la visette davanti all’occhio. A questo punto la prima collimazione sarà con la struttura circolare esterna della diottra e tenderà a formare un “tunnel/tubo”. Al centro di questo ipotetico “tunnel/tubo” verrà posto il cerchio più grande del bersaglio. Dopo un veloce controllo della bolla, il tiratore “trasferirà” la sua attenzione visiva sul centro diottra (ma su questo aspetto sono necessari approfondimenti sui possibili punti di mira o altre soluzioni e pericoli che si possono incontrare nella visione finale).
Poiché la distanza tra visette e centro lente forma un’ipotetica distanza focale, sarà necessario ottimizzare il tutto tramite lo scorrimento (avanti/dietro) della barra orizzontale del mirino, in funzione degli ingrandimenti della lente e con il diametro del foro della visette. Non è poi da sottovalutare l’importanza della colorazione del punto di mira e della bolla, per effetto della percezione cromatica.

Il rilascio a sorpresa – Si arriva, infine, restando sempre in tema, al modo in cui il nostro ex tiratore ricurvo dovrebbe agire per arrivare al famoso rilascio a sorpresa, usando il più possibile la muscolatura della schiena (BT).
È opportuno ricordare e ribadire che la BT è una tecnica di tiro e non una particolare categoria di rilasci meccanici. Sarà necessario, impiegando la tecnica BT, arrivare ad un dinamismo del rilascio il più possibile svincolato dalla volontà, lasciando che sia la parte inconscia della mente del tiratore a gestire il tutto.
Una volta che il tiratore ha realizzato quanto sopra descritto, si troverà con la diottra allineata con il foro della visette, che circonda uno dei colori (cerchi) della targa.
Una volta fissato il tutto non dovrà fare altro che, senza perdere tensione (in valle è abbastanza frequente tendere a cedere un po’ di tensione), appoggiare il dito preposto sul grilletto e aspettare.
Inutile dire che, a questo punto, è vietato premere il grilletto ma, tenendo le dita ben serrate, tutto il resto invece deve essere il più possibile rilassato (questa parte richiede una vera e propria dimostrazione pratica), facendo lavorare uno specifico gruppo muscolare della schiena: il tutto, quasi per incanto, si aprirà e la freccia partirà.
Quanto descritto è da riferire all’utilizzo di un rilascio a pollice. È chiaro che con altri modelli di rilascio, pur restando inalterati tutti i passaggi tecnici della tecnica BT, ci saranno delle ovvie differenze in merito al modo d’impugnare o a tutto quello che può comportare un rilascio con delle caratteristiche diverse tra i numerosissimi modelli in commercio.
A questo punto, il tiratore ha assimilato la nuova corretta sequenza di tiro. In ogni caso anche nel compound esistono passaggi tecnici che possono generare dei personalismi. Questi possono essere tranquillamente valutati e magari inseriti, ma solo dopo aver applicato per un discreto periodo di tempo tutte le insostitui-bili linee guida da ritenersi fondamentali.

La postura – Come esempio, è interessante verificare la corretta postura del tiratore. Se nel ricurvo il sollevamento dell’arco è molto meno complesso, anche per il grande aiuto portato dalla pre-trazione, nel compound questo gesto richiede non poche attenzioni alle quali purtroppo molti tiratori non danno la dovuta importanza.
Alzare un compound non è solamente più faticoso per il peso superiore rispetto ad un ricurvo ma, come detto precedentemente, la difficoltà è aumentata dall’impossibilità ad eseguire una pre-trazione profonda e conseguentemente non è possibile in alcun modo alleggerire il peso che il sistema muscolo-articolare sarà obbligato ad alzare. Poiché non è possibile una pre-trazione prima e durante il sollevamento dell’arco compound è importante ricordare come i muscoli vengano impegnati in alcuni passaggi tecnici.
I muscoli impegnati nell’alzare l’arco non sono gli stessi impegnati successivamente nella fase di apertura, quindi un velocissimo arresto nell’azione sarà necessario per interrompere una possibile e rischiosa sovrapposizione delle azioni muscolari, che si può verificare nel caso di un gesto non ben frazionato o troppo veloce.
Impegnando in modo non coerente muscoli agonisti ed antagonisti per le due distinte azioni (sollevamento ed apertura) si rischia di arrivare in valle (ancoraggio) senza la necessaria elasticità che servirà poi per la ripresa della trazione che deve portare all’apertura del rilascio. Ciò va anche ad interferire con la fase di mira a causa di movimenti incontrollati dovuti al richiamo di una fascia muscolare che risulta antagonista.
Non prestando sufficiente attenzione ad un gesto tecnico all’apparenza poco significativo, oltre che ritrovarci nella fase di mira con diversi movimenti non più controllabili, si rischia di far intervenire in aiuto (inconscio) il nostro sistema vestibolare per sopperire al peso dell’arco in sollevamento e allo sforzo non controllato in apertura.
Va notato che il termine “aiuto” è da intendersi in termini negativi in quanto deve essere, come si vedrà ora, possibilmente evitato.
Inconsciamente, il tiratore tenderà infatti a compensare il peso dell’arco in elevazione, spostando il proprio baricentro dalla parte opposta all’arco, partendo dalla testa. Un tiratore destro sposterà il peso della parte superiore del corpo verso la sua destra, inclinando il bacino verso sinistra con la negativa conseguenza finale che lo porterà a trovarsi in valle col peso non ben distribuito sulle gambe e una spalla (quella dell’arco) sollevata a discapito di quella elasticità che viene richiesta in fase terminale dell’intera sequenza.
Per ovviare a tutto ciò sono sufficienti alcuni semplici accorgimenti iniziali.
Prima di tutto, una volta alzato l’arco, possibilmente con il solo braccio e non coinvolgendo l’intera articolazione, è necessario fermarsi una volta arrivati all’altezza del bersaglio. Quindi, bisognerà lasciare che la forza di gravità “si riprenda le parti muscolari” che sono servite per sollevare l’arco. A questo punto iniziare l’azione di apertura, cercando il più possibile la linea retta, senza nessun aiuto da parte dello spostamento del corpo all’indietro per sopperire allo sforzo del libbraggio, magari eccessivamente impostato.
Se fin da subito il tiratore recepirà queste indicazioni, difficilmente incorrerà nei casi sopra descritti e finalmente sulle linee di tiro si vedranno tiratori, bravi e meno bravi, avere delle posture molto canoniche ed adatte al tiro con l’arco compound.
Se, come mi auguro, ci si interrogasse sulle modalità d’insegnamento delle due tecniche, penso si dovrà arrivare ad una condivisibile conclusione. Le due tecniche sono diverse, non tanto nelle modalità ma in particolar modo nelle tempistiche con cui queste modalità si applicano e le sequenze di tiro sono differenziate nella tempistica di applicazione.

Conclusioni – In conclusione possiamo tranquillamente affermare che, nonostante da noi sia ancora in uso per la stragrande maggioranza una didattica inizialmente universale basata sulle oramai consolidate stazioni dell’insegnamento del tiro ricurvo/arco nudo, il passaggio a posteriori al compound non implica particolari difficoltà se anticipatamente noi tecnici saremo pronti e preparati ad una complementarietà della tecnica classica (ricurvo) con la tecnica compound che, oltretutto, a mio parere non può che essere un valore aggiunto alla nostra formazione.
Poi come in tante occasioni che la nostra professione ci offre, esistono scelte che si devono fare per una serie di motivi che vanno dalla pura passione alla voglia di conoscere oppure perché si è particolarmente attratti dal compound.
Ma, l’argomento della specializzazione, è un tema che va affrontato a parte. •

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