storiaARCHI E FRECCE DA ERCOLANOAndrea Cionci

storia
ARCHI E FRECCE DA ERCOLANO
di Andrea Cionci

10
0

La città romana di Ercolano, distrutta e sepolta dall’eruzione del Vesuvio nel 79 d.C., fu riportata alle cronache della storia nel Settecento grazie alle esplorazioni borboniche.
A differenza di Pompei, l’antica Ercolano non è stata completamente dissepolta perché sullo stesso territorio sorge la città nuova, ma i dettagli sono molto meglio conservati. Infatti la cittadina fu avvolta da una nube ardente (piroclastica) la cui temperatura superava di molto i 100°. Raffreddandosi, le polveri assunsero l’aspetto di una fanghiglia capace di insinuarsi e penetrare in ogni interstizio, impedendo la decomposizione di materiali come legno e stoffa che erano stati carbonizzati ma non distrutti dall’improvviso enorme calore. Addirittura è stata rinvenuta, sempre nella villa dei Papiri, una biblioteca i cui libri sotto forma di papiri pur essendo carbonizzati possono essere, con le tecniche opportune, srotolati e letti, fornendoci un inestimabile patrimonio di conoscenza sulle opere del tempo.
Ad Ercolano non sono state rinvenute parti di archi, ma alcuni di questi sono dettagliatamente raffigurati in rilievi in stucco o in affreschi.
Va ricordato che gli arcieri non costituirono mai il nerbo delle legioni basate sull’organizzazione e flessibilità della fanteria affiancata dagli squadroni di cavalleria. Tuttavia, i Romani erano ben consapevoli dell’importanza dell’azione degli arcieri in affiancamento ed in appoggio alle manovre delle legioni tanto da utilizzare costantemente contingenti di tiratori reclutati in quei Paesi in cui c’era una grande tradizione ed abilità nell’uso dell’arco.
Nelle fonti si parla spesso della presenza nelle legioni romane di contingenti di arcieri ausiliari beoti, sciti o cretesi che eccellevano con queste armi.
La prima raffigurazione a tema arcieristico ritrovata a Ercolano è uno splendido rilievo in stucco che decora la volta di un ambiente del primo livello interrato della Villa dei papiri. Questo rilievo, inquadrabile tra le decorazioni di II Stile Pompeiano, è databile alla seconda metà del I sec. a.C.
Nel fregio sono raffigurate numerose armi di tradizione ellenistica ed orientale come corazze, schinieri, elmi, scudi, lance, spade, un’ascia bipenne, ma anche un gorytos con un fascio di frecce. Questo era una sorta di astuccio in cui poteva essere riposto un arco composito e fungeva anche da custodia per le frecce.
L’arco composito rappresentò un deciso avanzamento rispetto all’arco semplice in legno. Fu inventato in Oriente ed era formato da diversi materiali. La struttura interna era normalmente realizzata in legno, ma l’arco era rinforzato sul dorso con tendini e sul ventre con corno: poteva scagliare una freccia con maggior precisione ed a una maggior distanza rispetto agli archi in legno.
Per la sua potenza e precisione divenne l’arma tipica degli eroi come Ercole. Non è un caso infatti che nel celebre affresco di Ercole e Telefo, oggi al Museo Archeologico Nazionale di Napoli, ma rinvenuto a Ercolano nel cosiddetto Augusteum durante gli scavi per cunicoli del XVIII secolo, l’eroe porti a tracolla un gorytos da cui spunta un arco composito. L’arma ritorna in uno splendido affresco rinvenuto al primo piano della bottega al civico 17 dell’Insula V di Ercolano. Questo è un rarissimo esempio di quadro su intonaco realizzato in bottega, montato su un telaio ligneo ed inserito poi all’interno di una parete affrescata in IV Stile Pompeiano. Rappresenta un gruppo di amorini che giocano con gli attributi del dio Apollo come il tripode, la cetra e la corona. In particolare, in alto a destra, si riconosce un amorino che sta incordando un arco, una pratica comune nel mondo antico, visto che per evitare di stressare l’arma, diminuendone la flessibilità e quindi l’efficacia, l’arco era tenuto senza la corda per essere poi incordato immediatamente prima dell’uso. Nel lato sinistro del quadro si vedono poi tre amorini che, con una delle bende del dio, stanno sollevando un oggetto cilindrico con coperchio che può essere identificato con una faretra, il contenitore in cui erano conservate le frecce. •

Un reperto straordinario
Un caso che sta destando l’attenzione dei media nazionali e stranieri riguarda quella che è probabilmente l’unica reliquia esistente di uno dei più celebri personaggi dell’antica Roma, restituitaci proprio dall’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. Parliamo di Plinio il Vecchio, un intellettuale che, al tempo stesso, fu un eroico ammiraglio: sacrificò la propria vita per salvare i suoi concittadini, divenendo così l’antenato più illustre e antico della protezione civile di tutto il mondo.
Questo reperto giace in una sala del Museo Storico dell’Arte sanitaria di Roma ed è stato rivalutato da un interessante volume pubblicato nel 2014, dallo Stato Maggiore della Difesa: “79 d.C rotta su Pompei. La prima operazione di protezione civile”, opera dell’ingegner Flavio Russo.
Gaio Plinio Secondo nacque a Como nel 23 (o 24) d.C., da una famiglia equestre. Educato a Roma, intraprese la carriera militare; fu ufficiale di cavalleria in Germania, ai tempi di Claudio; sotto Vespasiano, di cui fu amico, ebbe l’incarico di procuratore imperiale in varie province. Scrisse molte opere di cui l’unica superstite è l’amplissima Naturalis Historia, in 37 libri: l’opera abbraccia tutti gli aspetti del regno della natura, una fonte preziosissima per gli studi archeologici, per la ricchezza di notizie sulla vita e le opere degli artisti antichi. Nel 79 d.C., anno dell’eruzione del Vesuvio e della tragedia di Pompei ed Ercolano, Plinio comandava, come prefetto, la flotta militare a Miseno.
L’eruzione fu subito avvistata dalle vedette della base navale di Miseno. Incuriosito dal fenomeno naturale, l’ammiraglio stava per imbarcarsi su di una veloce liburna, quando una disperata richiesta di aiuto gli giunse da Rectina, una matrona romana, con la quale sembra che lui avesse un legame affettivo. Plinio, allora intuendo la difficoltà della popolazione civile, ordinò immediatamente un massiccio intervento di soccorso impiegando tutte le quadriremi disponibili. Lo stesso ammiraglio si imbarcò su una di esse per coordinare personalmente le operazioni di soccorso e raggiungere le spiagge dove si erano raccolti più di 2000 cittadini in fuga.
Il trasbordo si attuò freneticamente, ma alcune ore dopo, un’ondata di gas velenoso, scaturita dal vulcano, raggiunse la spiaggia di Stabia, uccidendo tutti coloro che vi erano rimasti in attesa del loro turno d’imbarco. Fra questi vi era anche Plinio che stava gestendo di persona le operazioni di salvataggio.
Fu l’ingegnere napoletano Gennaro Matrone che, ai primi del ‘900, condusse scavi alla foce del Sarno dai quali vennero alla luce 73 scheletri, i corpi di un gruppo di pompeiani che erano rimasti uccisi in attesa dei soccorsi.
Tra gli scheletri rinvenuti ve n’era uno molto particolare, isolato dagli altri, che indossava numerosi e ricchi gioielli d’oro. Bracciali a forma di serpente, armille, una collana d’oro composta da ben 75 maglie, anelli, tra cui uno con due teste di leone affrontate, e un gladio dall’elsa d’avorio preziosamente ornata da alcune conchiglie d’oro.
Matrone, fin da subito, ventilò alle autorità che potesse trattarsi dello scheletro di Plinio, ma non fu preso sul serio. Pareva poco credibile che un ammiraglio romano potesse mostrarsi addobbato come “una ballerina da avanspettacolo”. Purtroppo, data la mancanza di leggi di tutela, i reperti di maggior valore furono venduti da Matrone forse ai Rotschild, o ad altri ricchi collezionisti stranieri. L’ingegnere napoletano, tuttavia, conservò il teschio di quello scheletro riccamente ingioiellato.
La cosa più interessante è che in tempi recenti, gli studi archeologici hanno identificato nel tipo di ornamenti aurei indossati dallo scheletro, e soprattutto nel suo gladio tempestato di conchiglie dorate, proprio gli emblemi di onorificenze e alte cariche militari – in special modo marittime – in uso fin dall’epoca di Augusto. L’anello con le teste di leone era, peraltro, uno “chevalier” tipico della classe equestre, il ceto dal quale proveniva, appunto, Plinio.
Ciò che appare plausibile è che quindi il cranio appartenga davvero a Plinio, il quale, prima di intervenire in soccorso della popolazione, aveva forse indossato le insegne della sua autorità per meglio gestire l’operazione.
AC

Il “progetto Plinio”
“Per esclusione, vi sono buoni indizi – spiega lo studioso Flavio Russo – che il reperto appartenga al grande storico romano. Del resto, Plinio era cavaliere ed ammiraglio, e addosso allo scheletro sono stati trovati gioielli relativi a entrambi gli status. Il corpo è stato rinvenuto sulla spiaggia di Stabia, e il soggetto è morto sicuramente durante le operazioni di salvataggio dei pompeiani via mare, così come riferiva il nipote Plinio il Giovane”.
Tuttavia, la tecnologia offrirebbe, oggi, la possibilità di un esame della dentatura che porterebbe nuovi importanti indizi. Nei primi anni di vita di una persona, infatti, gli isotopi radioattivi contenuti nell’acqua da bere si depositano nei denti. Dato che Plinio era nato a Como, basterebbe verificare che gli isotopi contenuti nei denti del cranio corrispondano a quelli delle acque che scorrono ai piedi delle Alpi.
Lo scrivente ha così coagulato un gruppo di scienziati, con varie competenze specifiche, per rimettere al centro degli studi il reperto. I vertici dell’Accademia di Arte sanitaria, presieduta dal Prof. Gianni Iacovelli, prestigiosa e secolare istituzione che ha in consegna il cranio, hanno aderito entusiasticamente al progetto la cui responsabilità scientifica è stata affidata alla Professoressa Marota, antropologa dell’Università di Camerino e al Dott. Gaspare Baggeri, direttore dell’Accademia. Del pool fanno parte il Prof. Roberto Cameriere, dell’Università di Macerata, autore, fra le altre cose, di un metodo riconosciuto internazionalmente per stabilire l’età anagrafica di un soggetto a partire dalle radiografie della dentatura. Ad essi si affianca il dott. Mauro Brilli, geochimico dell’IGAG – CNR, che si occuperà di analizzare la composizione isotopica dell’ossigeno e del carbonio nello smalto dentario del soggetto.
Fondamentale è stata la partecipazione al progetto del Parco Archeologico di Ercolano, diretto dal dott. Francesco Sirano, il quale si è dichiarato disponibile a contribuire allo sviluppo e alla realizzazione di una parte del progetto. Tuttavia, anche alcuni privati hanno deciso di fornire un supporto economico, anche sostanzioso: Alessandro Francoli, imprenditore vinicolo, proprietario delle omonime distillerie e i coniugi Ivan Pavlov e Sofia Medrano, che hanno dichiarato di voler partecipare alle spese con un contributo versato sul conto di una onlus creata appositamente dal segretario generale dell’Accademia, Prof. Pierpaolo Visentin.
La generosità dei privati sostiene e rafforza, quindi, l’iniziativa pubblica. Si spera che, nel caso specifico, questo possa consentire l’esecuzione di tutti gli esami destinati a fare maggiore chiarezza sul reperto, ma anche che funga di esempio per altri tesori archeologici.
La notizia del cranio di Plinio è stata ripresa internazionalmente, dal quotidiano La Stampa, dai periodici tedeschi Die Welt e Stern, dal quotidiano inglese Daily Mail e dall’omologo israeliano Haaretz oltre a rivisti, siti e periodici francesi, spagnoli. Il gruppo ha ricevuto l’interessamento anche della NBCX americana, della BBC inglese e di History Channel.
AC

Condividi
Share

NO COMMENTS